GIOVANNI DELLA CASA

 

 

 

 

RIME

 

 

Edizione di riferimento:

G. Della Casa, Rime, a cura di R. Fedi, Salerno Editrice, Roma 1978.

 


LE RIME SECONDO LA STAMPA DEL 1558

 

I

 

Poi chogni esperta, ogni spedita mano,

qualunque mosse mai più pronto stile,

pigra in seguir voi fôra, alma gentile,

pregio del mondo e mio sommo e sovrano;

 

né poria lingua, od intelletto umano

formar sua loda a voi par, né simile,

troppo ampio spazio il mio dir tardo umile

dietro al vostro valor verrà lontano:

 

e più mi fôra onor volgerlo altrove;

se non che l desir mio tutto sfavilla,

angel novo del ciel qua giù mirando:

 

o se cura di voi, figlie di Giove,

pur suol destarmi al primo suon di squilla,

date al mio stil costei seguir volando.

 

 

II

 

Sì cocente penser nel cor mi siede,

o de dolci miei falli amara pena,

chio temo non gli spirti in ogni vena

mi sugga, e la mia vita arda e deprede.

 

Come per dubbio calle uom move il piede

con falso duce, e quegli a morte il mena,

tal io lora chAmor libera e piena

sovra i miei spirti signoria vi diede,

 

il mio di voi penser fido e soave

sperando, cieco, ovei mi scorse andai:

or mi ritrovo da riposo lunge.

 

Cha me per voi disleal fatto e grave

lanima traviata opprime e punge,

sì chio ne pèro, e no l sostengo omai.

 

 

III

 

Affligger chi per voi la vita piagne

che vien mancando e l fine ha da vicino,

è natural fierezza, o mio destino,

che sì da voi pietà parta e scompagne?

 

Certo, perchio mi strugga, e di duol bagne

gli occhi dogliosi e l viso tristo e chino,

e quasi infermo e stanco peregrino

manchi per dura via daspre montagne,

 

nulla da voi fin qui mi vène aita;

né pur per entro il vostro acerbo orgoglio

men faticoso calle ha l penser mio.

 

Aspro costume in bella donna e rio

di sdegno armarsi, e romper laltrui vita

a mezzo il corso, come duro scoglio.

 

 

IV

 

Amor, per lo tuo calle a morte vassi,

e n breve tempo uccide il tuo tormento,

sì comio provo; e non però consento,

né so per altra via mover i passi.

 

Anzi, perché l desio vole e trapassi

più veloce al suo mal che strale o vento,

spesso del suo tardar mi lagno e pento,

sospignendo pur oltre i pensier lassi:

 

tal che, si non minganno, un picciol varco

è lunge il fin de la mia vita amara;

e nel tuo regno il piè posi pur dianzi.

 

Poco da viver più credo mavanzi,

né di donarlo a te tutto son parco:

tal costume, signor, teco simpara.

 

 

V

 

Gli occhi sereni e l dolce sguardo onesto,

ovAmor le sue gioie inseme aduna,

ver me conversi in vista amara e bruna,

fanno l mio stato tenebroso e mesto.

 

Ché qualor torno al mio conforto, e presto

son, lasso, di nutrir lalma digiuna,

trovo chi mi contrasta, e l varco impruna

con troppo acerbe spine; ondio marresto.

 

Così deluso il cor più volte, e punto

da laspro orgoglio, piagne: e già non have

schermo miglior che lacrime e sospiri.

 

Sostegno a la mia vita afflitta e grave,

scampo al mio duolo, e segno a i miei desiri,

chi tha sì tosto da mercé disgiunto?

 

 

VI

 

Nel duro assalto, ove feroce e franco

guerrer, così comio, perduto avrebbe,

a voi mi rendei vinto; e non mincrebbe

privo di libertà pur viver anco.

 

Or tal è nato giel sovra l mio fianco,

che men fredda di lui morte sarebbe

e men aspra; chun dì pace non ebbe

lalma con esso, né riposo unquanco.

 

Ove il sonno talor tregua madduce

le notti, e pur a suoi martir minvola,

questi del petto lasso ultimo parte:

 

poi come in sul mattin lalba riluce,

io non so con quai piume o di che parte,

ma sempre nel mio cor primo sen vola.

 

 

VII

 

Io mi vivea damara gioia e bene

dannoso assai, ma desiato e caro,

né sapea già che l mio signor avaro

a buon seguaci suoi fede non tene.

 

Or langeliche note e le serene

luci, che col bel lume ardente e chiaro

lieto più chaltri in festa mi menaro

sì lungo spazio, fra tormenti e pene;

 

e l dolce riso, overa il mio refugio

quando lalma sentia più grave doglia,

repente ad altri Amor dona e dispensa,

 

lasso: e fuggir devria di questa spoglia

lo spirto oppresso da la pena intensa;

ma per maggior mio mal, procura indugio.

 

 

VIII

 

Cura, che di timor ti nutri e cresci,

e più temendo maggior forza acquisti,

e mentre con la fiamma il gielo mesci,

tutto l regno dAmor turbi e contristi;

 

poi che n brevora entral mio dolce hai misti

tutti gli amari tuoi, del mio cor esci:

torna a Cocito, a i lagrimosi e tristi

campi dinferno: ivi a te stessa incresci,

 

ivi senza riposo i giorni mena,

senza sonno le notti, ivi ti duoli

non men di dubbia che di certa pena.

 

Vattene: a che più fera che non suoli,

se l tuo venen mè corso in ogni vena,

con nove larve a me ritorni e voli?

 

 

IX

 

Danno (né di tentarlo ho già baldanza)

fuggir mi fôra il vostro ardente raggio,

benchio navampi, o donna; e non vantaggio,

sì cara e di tal pregio è mia speranza.

 

E se talor contra lantica usanza

mi fermo, e seguir voi forza non aggio,

fo come chi posando in suo viaggio

vigor racquista, e n ritardar savanza:

 

per poter poi, quando sì rio tal volta

con tai due sproni il mio signor mi punge,

correr veloce, e con ben salda lena.

 

Quanto la vostra luce alma mè tolta,

tanto l diletto mio mè posto lunge:

perchio precorro Amor, cha voi mi mena.

 

 

X

 

Dolci son le quadrella ondAmor punge,

dolce braccio le aventa, e dolce e pieno

di piacer, di salute è l suo veneno,

e dolce il giogo ondei lega e congiunge.

 

Quantio, donna, da lui vissi non lunge,

quanto portai suo dolce foco in seno,

tanto fu l viver mio lieto e sereno;

e fia, finché la vita al suo fin giunge.

 

Come doglia fin qui fu meco e pianto,

se non quando diletto Amor mi porse,

e sol fu dolce amando il viver mio,

 

così fia sempre: e loda aronne e vanto,

che scriverassi al mio sepolcro forse:

Questi servo dAmor visse e morìo.

 

 

XI

 

Sagge, soavi, angeliche parole;

dolce rigor, cortese orgoglio e pio;

chiara fronte e begli occhi ardenti, ondio

ne le tenebre mie specchio ebbi e sole;

 

e tu, crespo oro fin, là dove sòle

spesso al laccio cader còlto il cor mio;

e voi, candide man, che l colpo rio

mi deste, cui sanar lalma non vòle;

 

voi dAmor gloria sète unica, e nseme

cibo e sostegno mio, col qual ho corso

securo assai tutta letà più fresca.

 

Né fia giamai, quando l cor lasso freme

nel suo digiun, chi mi procuri altresca,

né stanco altro che voi cerchi soccorso.

 

 

XII

 

Il tuo candido fil tosto le amare

per me, Soranzo mio, Parche troncaro,

e troncandolo, in lutto mi lassaro,

che noia quantio miro e duol mappare.

 

Ben sai chal viver mio, cui brevi e rare

prescrisse ore serene il ciel avaro,

non ebbi altro che te lume o riparo:

or non è chi l sostenga, o chi l rischiare.

 

Bella fera e gentil mi punse il seno,

e poi fuggìo da me ratta lontano,

vago lassando il cor del suo veneno;

 

e mentre ella per me sattende invano,

lasso, ti parti tu, non ancor pieno

i primi spazî pur del corso umano.

 

 

XIII

 

Fuor di man di tiranno a giusto regno,

Soranzo mio, fuggito, in pace or sei:

deh come volentier teco verrei

fuggendo anchio signor crudele e ndegno!

 

Duro mi fia, fin qui col tuo sostegno

usato di portar gli affanni miei,

or viver orbo i gravi giorni e rei,

ché sol mavanza omai pianto e disdegno.

 

Tolsemi antico bene invidia nova:

e sio ne piansi e morte ebbi da presso

tu l sai, cui lo mio cor chiuso non fue;

 

e or mhai tu di doppio affanno oppresso

partendo, che lun duol laltro rinova;

né basto i solo a soffrirli ambidue.

 

 

XIV

 

Cangiai con gran mio duol contrada e parte,

comegro suol, che n sua magion non sana:

ma già perchio mi parta, erma e lontana

riva cercando, Amor da me non parte.

 

Ma come sia del mio corpo ombra o parte,

da me né mica un varco sallontana;

né perchio fugga e mi dilunghi, è sana

la doglia mia, né pur men grave in parte.

 

Signor fuggito più turbato aggiunge:

e chi dal giogo suo servo securo

prima partìo, di ferro ebbe l cor cinto

 

veracemente; e quegli anco fu duro

che visse un dì da la sua donna lunge,

e di sì grave duol non cadde vinto.

 

 

XV

 

Quella, che del mio mal cura non prende,

come colpa non sia de suoi begli occhi

quantio languisco, o come altronde scocchi

lacuto stral che la mia vita offende,

 

non gradisce l mio cor, e no l mi rende,

perchei sempre di lacrime trabocchi;

né vòl chi pèra, e perché già mi tocchi

Morte col braccio, ancor non mi difende.

 

E io son preso, ed è l carcer aperto;

e giungo a mia salute, e fuggo indietro;

e gioia n forse bramo, e duol ho certo.

 

Da spada di diamante un fragil vetro

schermo mi face: e di mio stato incerto

né morte Amor da te, né vita impetro.

 

 

XVI

 

- Tempo ben fôra omai, stolto mio core,

da mitigar questi sospiri ardenti,

e ncontra tal nemico, e sì pungenti

arme, da procurar schermo migliore.

 

- Già vago non son io del mio dolore:

ma non commosser mai contrari venti

onda di mar, come le nostre menti

con le tempeste sue conturba Amore.

 

- Dunque dovevi tu spirto sì fero,

ver cui nulla ti val vela o governo,

ricever nel mio pria tranquillo stato?

 

- Allor ne letà fresca, uman pensero

senzamor fia, che senza nubi il verno

securo andrà contra Orione armato.

 

 

XVII

 

Io, che letà solea viver nel fango,

oggi, mutato il cor da quel chi soglio,

dogni immondo penser mi purgo e spoglio,

e l mio lungo fallir correggo e piango.

 

Di seguir falso duce mi rimango,

a te mi dono, ad ogni altro mi toglio;

né rotta nave mai partì da scoglio

sì pentita del mar, comio rimango.

 

E poi cha mortal rischio è gita invano,

e senza frutto i cari giorni ha spesi

questa mia vita, in porto omai laccolgo.

 

Reggami per pietà tua santa mano,

Padre del ciel, ché poi cha te mi volgo,

tanto tadorerò quantio toffesi.

 

 

XVIII

 

Sio vissi cieco, e grave fallo indegno

fin qui commisi, or chio mi specchio e sento

che tanto ho di ragion varcato il segno

in procurando pur danno e tormento,

 

piangone tristo; e gli occhi a fermo segno

rivolgo, e apro il seno a miglior vento:

di me mi doglio e ncontro Amor mi sdegno,

per cui l mio lume in tutto è quasi spento.

 

O fera voglia, che ne rodi e pasci

e suggi il cor, quasi affamato verme,

chamara cresci e pur dolce cominci;

 

di che falso piacer circondi e fasci

le tue menzogne, e l nostro vero inerme

come sovente, lasso, inganni e vinci!

 

 

XIX

 

Sperando, Amor, da te salute invano,

molti anni tristi e poche ore serene

vissi di falsa gioia e nuda spene,

contrario nudrimento al cor non sano.

 

Per ricovrarmi, e fuor de la tua mano

viver lieto il mio tempo e fuor di pene,

or che tanta dal ciel luce mi vène,

quantio posso da te fuggo lontano:

 

e fo come augellin, campato il visco,

che fugge ratto a i più nascosti rami

e sbigottisce del passato risco.

 

Ben sento i te che ndietro mi richiami:

ma quel Signor, chi lodo e reverisco,

omai vuol che lui solo e me stesso ami.

 

 

XX

 

Ben foste voi per larmi e l foco elette,

luci leggiadre, ondanzi tempo i mora:

sì tosto il cor piagaste, e n sì brevora

fur le virtuti mie darder constrette.

 

Terrene stelle al ciel care e dilette,

che de lo splendor suo vorna e onora,

breve spazio per voi viver mi fôra

in pianto e n servitù settanni e sette;

 

sol per vaghezza del bel nome chiaro

chi vo cantando, lasso, in dolce suono,

ed ei pur nel mio cor rimbomba amaro.

 

Ma cheunque lo stato è dovio sono,

doglia o servaggio o morte, assai mè caro

da sì begli occhi e prezioso dono.

 

 

XXI

 

Già nel mio duol non pote Amor quetarmi,

perché dolcezza altronde in me destille

che da begli occhi, ondescon le faville

che sole hanno vigor cenere farmi.

 

Da lor fui pria trafitto; e con queste armi

chiuda le piaghe mie colei chaprille,

o linaspri e muccida, e pia tranquille

mio corso o l turbi, e pur dorgoglio sarmi.

 

Però che da lei sola ogni mio fato,

quasi da chiaro del ciel lume, pende:

per altra have ei quadrella ottuse e tarde.

 

Anzi, quanto mè l raggio suo negato,

tanto l mio stame lei che l torce e stende

prego raccorci, o fermi il fuso e tarde.

 

 

XXII

 

Né quale ingegno è n voi colto e ferace,

Cosmo, né scorto in nobil arte il vero,

né retto con virtù tranquillo impero,

né loda, né valor sommo e verace;

 

né altro mai, cheunque più ne piace,

empieo sì di dolcezza uman pensero,

comal regno dAmor turbato e fero

di bella donna amata or pieta or pace.

 

Ciò con tutto l mio cor vo cercandio

da lei, chè sovrogni altra amata e bella,

ma fin qui, lasso me, guerrera e cruda.

 

Nullaltro è di chio pensi: ella maprìo

con dolci piaghe acerbe il fianco, ed ella

vien che muccida, o pur le sani e chiuda.

 

 

XXIII

 

Sotto l gran fascio de miei primi danni,

Amor, di cui piangendo ancor son roco,

è per sé l cor oppresso, e non vhan loco

lacrime e sospir novi, o freschi affanni.

 

E tu pur mi richiami, e ricondanni

a laspre lutte del tuo crudo gioco,

là vio ricaggia, e par cha poco a poco

di mio stesso voler mi sforzi e nganni.

 

Ma sio sommetto a novo incarco lalma

debile e vinta, e poi laffligga il pondo,

che fia mia scusa? o chi navrà pietade?

 

Pur così stanco, e sotto doppia salma,

di seguir te per le tue dure strade

minvoglia il desir mio, ned io lascondo.

 

 

XXIV

 

Nessun lieto giamai, né n sua ventura

pago, né pien, comio, di speme visse

i pochi dì cha la mia vita oscura

puri e sereni il ciel parco prescrisse.

 

Ma tosto in chiara fronte oltra misura

lungo e acerbo strazio Amore scrisse,

e poscia, in questa selce bella e dura

le leggi del tuo corso avrai, mi disse.

 

E questa man davorio tersa e bianca,

e queste braccia, e queste bionde chiome,

fian per inanzi a te ferza e tormento.

 

Ondio parte di duol strugger mi sento,

e parte leggo in due begli occhi come

non dee mai riposar questalma stanca.

 

 

XXV

 

Solea per boschi il dì fontana o speco

cercar cantando, e le mie dolci pene

tessendo in rime, e le notti serene

vegghiar, quanderan Febo e Amor meco.

 

Né temea di poggiar, Bernardo, teco

nel sacro monte ovoggi uom rado vène:

ma quasi onda di mar, cui nulla affrene,

luso del vulgo trasse anco me seco,

 

e n pianto mi ripose e n vita acerba,

ove non fonti, ove non lauro od ombra,

ma falso donor segno in pregio è posto.

 

Or con la mente non dinvidia sgombra

te giunto miro a giogo erto e riposto,

ove non segnò pria vestigio lerba.

 

 

XXVI

 

Mentre fra valli paludose e ime

ritengon me larve turbate e mostri,

che tra le gemme, lasso, e lauro e gli ostri

copron venen che l cor mi roda e lime;

 

ovorma di virtù raro simprime,

per sentier novi, a nullo ancor dimostri,

qual chi seco donor contenda e giostri

ten vai tu sciolto a le spedite cime.

 

Onde massal vergogna e duol, qualora

membrando vo coma non degna rete

col vulgo caddi, e converrà chio mora.

 

Felice te, che spento hai la tua sete!

Meco non Febo, ma dolor dimora,

cui sola pò lavar londa di Lete.

 

 

XXVII

 

Gioia e mercede, e non ira e tormento,

principio son de le mie risse nove,

e con pietate Amor guerra mi move:

che comè più tranquillo, i più l pavento.

 

Ma sì speranza in me ragione ha spento

e sì tolte mi son larmi ondio prove

difesa far, chio bramo in me rinove

lacerbo imperio suo, non pur consento.

 

Mansueto odio spero e pregion pia

da signor crudo e fero, a cui pur dianzi

con tal desio cercai ribello farmi.

 

O penser folle! e te, Venezia mia,

ne ncolpo, cha nemico aspro dinanzi

e dardire e di schermo mi disarmi.

 

 

XXVIII

 

Certo ben son quei due begli occhi degni

onde non schifi il cor piaga profonda,

e quella treccia inanellata e bionda,

ove al laccio cader lalma non sdegni.

 

Altri due lustri e più nel mio cor regni

e mi conduca a la prigion seconda

Amor, che i passi miei sempre circonda

co i più pericolosi suoi ritegni;

 

poi che sì dolce è l colpo ondi languisco,

sì leggiadra la rete ondi son preso,

sì l novo carcer mio diporto e festa.

 

Benedetta colei che mhave offeso,

e l mare, e londa, in cui nacque il mio risco

securo, e la tranquilla mia tempesta.

 

 

XXIX

 

Soccorri, Amor, al mio novo periglio,

ché n riposo e n piacer, travaglio e guai,

e n somma cortesia morte trovai,

né vagliono al mio scampo armi o consiglio.

 

Dun lieto sguardo e dun sereno ciglio,

cui par nel regno tuo luce non hai,

a te mi doglio, chivi entro ti stai,

e dun bel viso candido e vermiglio.

 

E de leggiadri membri anco mi lagno,

eguali a quei che contrastar ignudi

vider le selve fortunate dIda.

 

Da questi con pietate acerbi e crudi

nemici (poi chancor non mi scompagno

da le tue schiere) tu, che pòi, maffida.

 

 

XXX

 

Le chiome dor, chAmor solea mostrarmi

per meraviglia fiammeggiar sovente

dintorno al foco mio puro, cocente

(e ben avrà vigor cenere farmi),

 

son tronche, ahi lasso: o fera mano e armi

crude, e o levi mie catene e lente!

Deh come il signor mio soffre e consente

del suo lacciuol più forte altri il disarmi?

 

Qual chiuso in orto suol purpureo fiore,

cui laura dolce, e l sol tepido, e l rio

corrente nutre, aprir tra lerba fresca;

 

tale, e più vago ancora, il crin vidio,

che solo esser devea laccio al mio core:

non già chio, rotto lui, del carcer esca.

 

 

XXXI

 

Le bionde chiome, ovanco intrica e prende

Amor questalma, a lui fidata ancella,

ferro recide, e sempre ver me fella

e scarsa man quel sì dolce oro offende.

 

Né di tanto splendor priva, mincende

con men cocente o men chiara facella

lalma mia luce; e fa sì come stella

che con lardente crin fiammeggia e splende,

 

né, quello estinto, men riluce poi,

né men co i propri rai nuda le notti

per lo sereno ciel arde e sfavilla.

 

Non è franco il mio cor, lasso, interrotti

i saldi e infiammati lacci suoi:

né de lincendio mio spenta è favilla.

 

 

XXXII

 

Arsi; e non pur la verde stagion fresca

di questanno mio breve, Amor, ti diedi,

ma del maturo tempo anco gran parte:

libertà cheggio, e tu massali e fiedi,

comuom chanzi l suo dì del carcer esca;

né prego valmi, o fuga, o forza, od arte.

Deh qual sarà per me secura parte?

qual folta selva in alpe, o scoglio in onda

chiuso fia, che masconda?

e da quelle armi, chio pavento e tremo,

de la mia vita affidi almen lestremo?

 

Ben debbio paventar quelle crude armi

che mille volte il cor mhanno reciso,

né contra lor fin qui trovato ho schermo

altro che tosto pallido e conquiso

con roca voce umil vinto chiamarmi.

Or che la chioma ho varia, e l fianco infermo,

cercando vo selvaggio loco ed ermo,

ovio ricovri, fuor de la tua mano:

ché l più seguirti è vano,

né fra la turba tua pronta e leggera

zoppo cursore omai vittoria spera.

 

Ma, lasso me, per le deserte arene,

per questo paludoso instabil campo,

hanno i ministri tuoi trovato il calle;

chi riconosco di tua face il lampo

e l suon de larco, cha piagar mi vène:

né londa valmi, o l giel di questa valle,

né l segno è duro, né larcier mai falle.

Ma perchetà cangiando, ogni valore

così smarrito ha l core

comerba sua virtù per tempo perde,

secca è la speme, e l desio solo è verde.

 

Rigido già di bella donna aspetto

pregar tremando e lacrimando volli,

e talor ritrovai ruvida benda

voglie e pensier coprir sì dolci e molli,

che la tema e l dolor volsi in diletto.

Or chi sarà che mia ragion difenda?

o i miei sospiri intempestivi intenda?

Roca è la voce, e quellardire è spento;

e agghiacciarsi sento

e pigro farsi ogni mio senso interno,

comangue suole in fredda piaggia il verno.

 

Rendimi il vigor mio, che gli anni avari

tosto mhan tolto, e quella antica forza

che mi fea pronto, e questi capei tingi

nel color primo, che di fuor la scorza

come vinto è quel dentro non dichiari;

e atto a guerra far mi forma e fingi,

e poi tra le tue schiere mi sospingi,

chio no l recuso, e l non poter mè duolo.

Or nel tuo forte stuolo

che face più guerrer debile e veglio?

Libero farmi il tuo fôra e l mio meglio.

 

Le nubi e l gielo e queste nevi sole

de la mia vita, Amor, da me non hai,

e questa al foco tuo contraria bruma:

né grave esser ti dee, che frale omai

lungi da te con lali sciolte i vole.

Però che augello ancor dinferma piuma

a quella tua, che in un pasce e consuma,

esca fui preso: e ben dee viver franco

antico servo stanco

suo tempo estremo almen là dove sia

cortese e mansueta signoria.

 

Ma perché Amor consiglio non apprezza,

segui pur mia vaghezza,

breve canzone, e a madonna avante

porta i sospiri di canuto amante.

 

 

XXXIII

 

Ben veggo io, Tiziano, in forme nove

lidolo mio, che i begli occhi apre e gira

in vostre vive carte, e parla e spira

veracemente, e i dolci membri move;

 

e piacemi che l cor doppio ritrove

il suo conforto, ove talor sospira,

e mentre che lun volto e laltro mira,

brama il vero trovar, né sa ben dove.

 

Ma io come potrò linterna parte

formar giamai di questa altera imago,

oscuro fabro a sì chiara opra eletto?

 

Tu Febo (poi chAmor men rende vago),

reggi il mio stil, che tanto alto subietto

fia somma gloria a la tua nobil arte.

 

 

XXXIV

 

Son queste, Amor, le vaghe trecce bionde,

tra fresche rose e puro latte sparte,

chi prender bramo, e far vendetta in parte

de le piaghe chi porto aspre e profonde?

 

È questo quel bel ciglio, in cui sasconde

chi le mie voglie, comei vuol, comparte?

Son questi gli occhi, onde l tuo stral si parte?

né con tal forza uscir potrebbe altronde.

 

Deh chi l bel volto in breve carta ha chiuso?

cui lo mio stil ritrarre indarno prova:

né in ciò me sol, ma larte inseme accuso.

 

Stiamo a veder la meraviglia nova,

che n Adria il mar produce, e lantico uso

di partorir celesti Dee rinova.

 

 

XXXV

 

Laltero nido, ovio sì lieto albergo

fuor dira e di discordia acerba e ria,

che la mia dolce terra alma natia

e Roma dal penser parto e dispergo;

 

mentrio colore a le mie carte aspergo

caduco, e temo estinto in breve fia,

e con lo stil cha i buon tempi fioria

poco da terra mi sollevo ed ergo,

 

meco di voi si gloria: ed è ben degno,

poi che sì chiare e onorate palme

la voce vostra a le sue lodi accrebbe.

 

Sola per cui tanto dApollo calme,

sacro cigno sublime, che sarebbe

oggi altramente dogni pregio indegno.

 

 

XXXVI

 

La bella Greca, onde l pastor Ideo

in chiaro foco e memorabil arse,

per cui lEuropa armossi, e guerra feo,

e alto imperio antico a terra sparse;

 

e le bellezze incenerite e arse

di quella, che sua morte in don chiedeo;

e i begli occhi e le chiome a laura sparse

di lei, che stanca in riva di Peneo

 

novo arboscello a i verdi boschi accrebbe;

e qual altra, fra quante il mondo onora,

in maggior pregio di bellezza crebbe,

 

da voi, giudice lui, vinta sarebbe,

che le tre dive (o sé beato allora!)

tra suoi be colli ignude a mirar ebbe.

 

 

XXXVII

 

Or piagni in negra vesta, orba e dolente

Venezia, poi che tolto ha Morte avara

dal bel tesoro, onde ricca eri e chiara,

sì preziosa gemma e sì lucente.

 

Ne la tua magna, illustre, inclita gente,

che sola Italia tutta orna e rischiara,

era alma a Dio diletta, a Febo cara,

donor amica e n bene oprar ardente.

 

Questa, angel novo fatta, al ciel sen vola,

suo proprio albergo, e mpoverita e scema

del suo pregio sovran la terra lassa.

 

Bene ha, Quirino, ondella plori e gema

la patria vostra, or tenebrosa e sola,

e del nobil suo Bembo ignuda e cassa.

 

 

XXXVIII

 

Vago augelletto da le verdi piume,

che peregrino il parlar nostro apprendi,

le note attentamente ascolta e ntendi,

che madonna dettarti ha per costume.

 

E parte dal soave e caldo lume

de suoi begli occhi lali tue difendi;

ché l foco lor, se, comio fei, taccendi,

non ombra o pioggia, e non fontana o fiume,

 

né verno allentar pò dalpestri monti:

ed ella, ghiaccio avendo i pensier suoi,

pur de lincendio altrui par che si goda.

 

Ma tu da lei leggiadri accenti e pronti,

discepol novo, impara, e dirai poi:

Quirina, in gentil cor pietate è loda.

 

 

XXXIX

 

Quel vago prigionero peregrino,

chudendo vostra angelica parola

sua lontananza e suo carcer consola

(e n ciò men del mio fero have destino),

 

Permesso tutto e l bel monte vicino

vincer potrà non pur Calliope sola:

da sì dolce maestra e n tale scola

parlar ode e impara alto e divino.

 

Ben lo prego io chattentamente apprenda

con quai note pietà si svegli, e come

vera eloquenza un cor gelato accenda.

 

Si dirà poi, ché tra sì bionde chiome

e n sì begli occhi Amor giamai non scenda:

questo è notte e veneno al vostro nome.

 

 

XL

 

- Come vago augelletto fuggir sòle

poi che scorto ha l lacciuol tra i verdi rami,

così te fugge il cor, né prender vòle

esca sì dolce fra sì pungenti ami.

 

- Come augellin, cha suo cibo sen vole,

così par chegli a me ritornar brami,

sì l colpo ondio l ferì diletta e dole:

e fol, perché l mio mal gioia si chiami.

 

- Ma la nemica mia perché non piaga

lo stral tuo dolce? e ben fôra costei

di sì forte arco e di chi l tende onore.

 

- Pensier selvaggi, adamantino core

non adesca piacer, né punge piaga,

né visco intrica o rete occhi sì rei.

 

 

XLI

 

Ben mi scorgea quel dì crudele stella

e di dolor ministra e di martìri,

quando fur prima vòlti i miei sospiri

a pregar alma sì selvaggia e fella.

 

O tempestosa, o torbida procella,

che n mar sì crudo la mia vita giri!

donna amo io chAmor odia e suoi desiri,

che sdegno e feritate onore appella.

 

Qual dura quercia in selva antica, od elce

frondosa in alto monte, ad amar fôra,

o londa che Caribdi assorbe e mesce,

 

tal provo io lei, che più simpetra ogniora

quanto io più piango, come alpestra selce

che per vento e per pioggia asprezza cresce.

 

 

XLII

 

Già non potrete voi per fuggir lunge,

né per celarvi in monte aspro e selvaggio,

tôrmi de bei vostri occhi il dolce raggio,

ché da me lontananza no l disgiunge.

 

Nel mio cor, donna, luce altra non giunge

che l vostro sguardo, e sole altro non aggio;

e segli è pur lontan, lungo viaggio

è breve corso, ove Amor sferza e punge.

 

Portato da destrier che fren non have,

pur ciascun giorno ancor, sì comio soglio,

se veder mi sapeste, a voi ne vegno:

 

e con la vista lacrimosa e grave

fo mesti i boschi e pii del mio cordoglio.

Sola in voi di pietà non scorgo io segno.

 

 

XLIII

 

Vivo mio scoglio e selce alpestra e dura,

le cui chiare faville il cor mhanno arso;

freddo marmo damor, di pietà scarso,

vago quanto più pò formar natura;

 

aspra Colonna, il cui bel sasso indura

londa del pianto da questi occhi sparso:

ove repente ora è fuggito e sparso

tuo lume altero? e chi me l toglie e fura?

 

O verdi poggi, o selve ombrose e folte,

le vaghe luci de begli occhi rei,

che l duol soave fanno e l pianger lieto,

 

a voi concesse, lasso, a me son tolte;

e puro fele or pasce i pensier miei,

e l cor doglioso in nulla parte ho queto.

 

 

XLIV

 

Quella, che lieta del mortal mio duolo,

ne i monti e per le selve oscure e sole

fuggendo gir come nemico sòle

me, che lei come donna onoro e colo;

 

al penser mio, che questo obietto ha solo

e chindi vive e cibo altro non vòle,

celar non pò de suoi begli occhi il sole,

né per fuggir, né per levarsi a volo.

 

Ben pote ella sparire a me dinanzi,

come augellin che l duro arciero ha scorto

ratto ver gli alti boschi a volar prende:

 

ma lali del penser chi fia chavanzi?

cui lungo calle e aspro è piano e corto,

così caldo desio laffretta e stende.

 

 

XLV

 

Amor, i piango, e ben fu rio destino

che cruda tigre ad amar diemmi, e scoglio

sordo, cui né sospir né pianto move,

e come afflitto e stanco peregrino,

che chiuso a sera il dolce albergo trove,

pur costei prego, e pur con lei mi doglio;

né perché sempre indarno il mio cordoglio

al vento si disperga

sì come nebbia suol che n alto serga,

men dolermi con lei, né pianger voglio.

E così tinge e verga

ben mille carte omai laspro mio duolo:

però che l cor questun conforto ha solo,

né trova incontra gli aspri suoi martìri

schermo miglior che lacrime e sospiri.

 

Qual chiuso albergo in solitario bosco

pien di sospetto suol pregar talora

corrier di notte traviato e lasso,

tal io per entro il tuo dubbioso e fosco

e duro calle, Amor, corro e trapasso

fin là ve l dolce mio riposo fôra:

ivi pregando fo lunga dimora.

Né perchio pianga e gridi,

le selve empiendo damorosi stridi,

lasso, le porte men rinchiuse ancora

del mio ricetto vidi;

né per lacrime antiche o dolor novo

posa, o soccorso, o refrigerio trovo.

Così fe l mio destin, la stella mia,

sorda pietate in lei chudir devria.

 

O fortunato chi sen gìo sotterra,

e col suo pianto fea benigna Morte,

sì temprar seppe i lacrimosi versi:

se non che gran desio trascorre ed erra.

A me non val chi pianga e l mio duol versi,

quanto mè dato, in dolci note e scorte;

né del martiro che mi duol sì forte

in quei begli occhi rei

ancor venne pietade. E ben torrei

senza mirar la cruda mia consorte

girmen per via con lei,

fin chio scorgesse il ciel sereno e l die.

Poi che non ponno altrui parole, o mie,

impetrar dal bel ciglio atti men feri,

fa tu, signor, almen sì chio no l speri.

 

Chio pur minganno, e n quelle acerbe luci,

per cui del mio dolor giamai non taccio,

dico le rime mie pietà desta hanno;

e forse (o desir cieco ove madduci?)

lacriman or sovra l mio lungo affanno,

e noia è lor quantio mi struggo e sfaccio.

Così corro a madonna, e neve e ghiaccio

le trovo il cor, e nvano

di quel nudrirmi, ondio son sì lontano,

col penser cerco; anzi più doglia abbraccio,

qual poverel non sano

cui laspra sete uccide e ber gli è tolto,

or chiaro fonte in vivo sasso accolto,

e ora in fredda valle ombroso rio

membrando, arroge al suo mortal desio.

 

Lasso, e ben femmi e assetato e nfermo

febre amorosa, e un penser nudrilla,

che gioia imaginando ebbe martiro.

Così moffende lo mio stesso schermo,

non pur mi val; ché sio piango e sospiro

incominciando al primo suon di squilla,

già non iscema in tanto ardor favilla:

anzi il mio duol mortale

cresce piangendo e più sinfiamma, quale

facella che commossa arde e sfavilla.

Fero destin fatale,

quando fia mai che la mia fonte viva,

perchio pur lei nel cor formi e descriva

e per lei mi consumi e pianga e prieghi,

le sue dolci acque un giorno a me non nieghi?

Forse (e ben romper suol fortuna rea

buono studio talor) ne la dolce onda

chi bramo tanto, almen per breve spazio

dato mi fia chun dì mattuffi, e bea

fin chio ne senta il cor, non dico sazio,

però che nulla riva è sì profonda

qualora il verno più di piogge abonda,

ma sol bagnato un poco.

O fortunato il dì, beato il loco,

ben potrei dire, adversità seconda

mi diede Amore, e foco

maccese il cor di refrigerio pieno,

sun giorno sol, non avampando io meno,

la grave arsura mia, la sete immensa,

larga pietà consperge e ricompensa.

 

Che parlo? o chi minganna? a tanta sete

le dolci onde salubri indarno spera

il cor, che morta ha presso e mercé lunge.

Ma tu, signor, ché non più salda rete

omai distendi? e qual più adentro punge

quadrello, aventi a questa alpestra fera?

sì chella caggia sanguinosa e pèra,

e quel selvaggio core

ne le sue piaghe senta il mio dolore;

e biasmando laltrui cruda e guerrera

voglia, il suo proprio errore

e la sua crudeltà colpi e condanni:

e fia vendetta de miei gravi affanni

veder ne lacci di salute in forse

lacerba fera, che mi punse e morse.

 

Già non mi cal sin tanta preda parte,

canzon, non arò poi;

e so che raro i dolci premi suoi

con giusta lance Amor libra e comparte:

pur chella, che di noi

sì lungo strazio feo, con le sue piaghe

la vista un giorno di questi occhi appaghe.

Ma, lasso, a la percossa ondio vaneggio

vendetta indarno e medicina cheggio.

 

 

XLVI

 

Come fuggir per selva ombrosa e folta

nova cervetta sòle,

se mover laura tra le frondi sente,

o mormorar fra lerbe onda corrente,

così la fera mia me non ascolta;

ma fugge immantenente

al primo suon talor de le parole

chio damor movo: e ben mi pesa e dole,

ma non ho poi vigor, lasso dolente,

da seguir lei, che leve

prende suo corso per selvaggia via,

e dico meco: or breve

certo lo spazio di mia vita fia.

 

Ella sen fugge, e ne begli occhi suoi

gli spirti miei ne porta

nel suo da me partir, lasciando a venti

quantio lho a dir de miei pensier dolenti:

né già viver potrei, se non che poi

ritorna, e ne tormenti,

onde questa alma in tanta pena è torta,

quasi giudice pio mi riconforta.

Non che però l mio grave duol sallenti;

ma spero, e ragion fôra,

pietà trovar in quei begli occhi rei;

ondio le narro allora

tutte le insidie e i dolci furti miei.

 

Né taccio ove talor questi occhi vaghi

sen van sotto un bel velo,

savien che laura lo sollevi e mova,

e come il dolce sen mirar mi giova

(non che lingorda vista ivi sappaghi),

e qual gioia il cor prova

dove l bel piè si scopra, anco non celo:

così gli inganni miei conto e rivelo,

né questo in tanta lite anco mi giova.

Deh chi fia mai che scioglia

ver la giudice mia sì dolci prieghi,

chalmen non mi si toglia

dritta ragion, se pur pietà si nieghi?

 

Donne, voi che lamaro e l dolce tempo

di lei già per lungo uso

saper devete, e i benigni atti e i feri,

chiedete posa a i lassi miei pensieri,

i quai cangiando vo di tempo in tempo;

né so sio tema o speri,

già mille volte in mia ragion deluso:

sì mha l suo duro variar confuso,

e l dolce riso, e quei begli occhi alteri

vòti talor dorgoglio,

chaltrui prometton pace e guerra fanno.

Né già di lei mi doglio,

che n vita tiemmi con benigno inganno.

 

Pietosa tigre il cielo ad amar diemmi,

donne, e serena e piana

procella il corso mio dubbioso face:

onde talora il cor riposa e tace,

talor ne gli occhi e ne la fronte viemmi

pien di duol sì verace,

chogni mia prova in acquetarlo è vana.

Allor madiro, e con la mente insana

membrando vo che men di lei fugace

donna sentìo fermarsi

a mezzo il corso, e se l buon tempo antico

non mente, arbore farsi,

misera, o sasso; e lacrimando dico:

 

Or vedessio cangiato in dura selce,

come dalcuna è scritto,

quel freddo petto; e l viso e i capei doro,

non vago fior tra lerbe o verde alloro,

ma quercia fatti in gelida alpe, od elce

frondosa, e l mio di loro

penser, dolce novella al core afflitto,

contra quel che nel ciel forse è prescritto,

recar potesse. Ahi mio nobil tesoro,

troppo inanzi trascorre

la lingua e quel chi non detto ragiona:

colpa dAmor, che porre

le devria freno, ed ei la scioglie e sprona.

 

Canzon, tra speme e doglia

Amor mia vita inforsa, e ben mavveggio

che laltrui mobil voglia

colpando, io stesso poi vario e vaneggio.

 

 

XLVII

 

Errai gran tempo, e del camino incerto

misero peregrin molti anni andai

con dubbio piè, sentier cangiando spesso,

né posa seppi ritrovar giamai

per piano calle o per alpestro ed erto,

terra cercando e mar lungi e da presso:

tal che n ira e n dispregio ebbi me stesso,

e tutti i miei pensier mi spiacquer poi

chi non potea trovar scorta o consiglio.

Ahi cieco mondo, or veggio i frutti tuoi

come in tutto dal fior nascon diversi!

Pietosa istoria a dir quel chio soffersi,

in così lungo esiglio

peregrinando, fôra:

non già chio scorga il dolce albergo ancora,

ma l mio santo Signor con novo raggio

la via mi mostra, e mia colpa è sio caggio.

 

Nova mi nacque in prima al cor vaghezza,

sì dolce al gusto in su letà fiorita,

che tosto ogni mio senso ebro ne fue;

e non si cerca o libertate o vita,

o saltro più di queste uom saggio prezza,

con sì fatto desio comi le tue

dolcezze, Amor, cercava; e or di due

begli occhi un guardo, or duna bianca mano

seguìa le nevi, e se due trecce doro

sotto un bel velo fiammeggiar lontano,

o se talor di giovenetta donna

candido piè scoprìo leggiadra gonna

(or ne sospiro e ploro),

corsi, comaugel sòle

che dalto scenda e a suo cibo vole.

Tal fur, lasso, le vie de pensier miei

ne primi tempi, e camin torto fei.

 

E per far anco il mio pentir più amaro,

spesso piangendo altrui termine chiesi

de le mie care e volontarie pene,

e n dolci modi lacrimare appresi,

e n cor piegando di pietate avaro

vegghiai le notti gelide e serene,

e talor fu chio l torsi; e ben convene

or penitenzia e duol lanima lave

de color atri e del terrestre limo,

ondella è per mia colpa infusa e grave:

ché se l ciel me la diè candida e leve,

terrena e fosca a lui salir non deve.

Né pò, sio dritto estimo,

ne le sue prime forme

tornar giamai, che pria non segni lorme

pietà superni nel camin verace,

e la tragga di guerra e ponga in pace.

 

Quel vero Amor dunque mi guidi e scorga

che di nulla degnò sì nobil farmi;

poi per sé l cor pure a sinistra volge,

né laltrui pò né l mio consiglio aitarmi,

sì tutto quel che luce a lalma porga

il desir cieco in tenebre rivolge.

Come scotendo pure alfin si svolge

stanca talor fera da i lacci e fugge,

tal io da lui, chal suo venen mi colse

con la dolce esca ondei pascendo strugge,

tardo partimmi e lasso, a lento volo;

indi cantando il mio passato duolo,

in sé lalma saccolse,

e di desir novo arse

credendo assai da terra alto levarse:

ondio vidi Elicona, e i sacri poggi

salii, dove rado orma è segnata oggi.

 

Qual peregrin, se rimembranza il punge

di sua dolce magion, talor se nvia

ratto per selve e per alpestri monti,

tal men givio per la non piana via

seguendo pur alcun chio scorsi lunge,

e fur tra noi cantando illustri e conti.

Erano i piè men del desir mio pronti,

ondio del sonno e del riposo lore

dolci scemando, parte aggiunsi al die

de le mie notti anco in questaltro errore,

per appressar quella onorata schiera.

Ma poco alto salir concesso mera.

Sublimi elette vie,

onde l mio buon vicino

lungo Permesso feo novo camino,

deh come seguir voi miei piè fur vaghi!

Né par chaltrove ancor lalma sappaghi.

 

Ma volse il penser mio folle credenza

a seguir poi falsa donore insegna,

e bramai farmi a i buon di fuor simile:

come non sia valor, saltri no l segna

di gemme e dostro, o come virtù senza

alcun fregio per sé sia manca e vile.

Quanto piansi io, dolce mio stato umile,

i tuoi riposi e i tuoi sereni giorni

vòlti in notti atre e rie, poi chi maccorsi

che gloria promettendo angoscia e scorni

dà il mondo, e vidi quai pensieri e opre

di letizia talor veste e ricopre.

Ecco le vie, chio corsi,

distorte: or vinto e stanco,

poi che varia ho la chioma, infermo il fianco,

volgo, quantunque pigro, indietro i passi,

ché per quei sentier primi a morte vassi.

 

Picciola fiamma assai lunge riluce,

canzon mia mesta, e anco alcuna volta

angusto calle a nobil terra adduce.

Che sai, se quel pensero infermo e lento

chio mover dentro a lalma afflitta sento,

ancor potrà la folta

nebbia cacciare, ondio

in tenebre finito ho il corso mio,

e per secura via, se l ciel laffida,

sì comio spero, esser mia luce e guida?

 

 

XLVIII

 

Come splende valor, perchuom no l fasci

di gemme o dostro, e come ignuda piace

e negletta virtù pura e verace,

Trifon, morendo esempio al mondo lasci.

 

E col ciel ti rallegri, e n lui rinasci

come a parte miglior translato face

lieto arboscel talora, e n vera pace

ti godi e di saper certo ti pasci.

 

Né di me, credo, o del tuo fido e saggio

Quirino unqua però ti prese oblio,

chambo i vestigi tuoi cerchiam piangendo:

 

ei dritto e scarco e pronto in suo viaggio,

io pigro ancor, pur col tuo specchio amendo

gli error che torto han fatto il viver mio.

 

 

XLIX

 

Poco il mondo giamai tinfuse o tinse,

Trifon, ne latro suo limo terreno,

e poco inver gli abissi onde egli è pieno

i puri e santi tuoi pensier sospinse.

 

E or di lui si scosse in tutto e scinse

tua candida alma, e leve fatta a pieno

salìo, son certo, ovè più il ciel sereno,

e quanto lice più ver Dio si strinse.

 

Ma io rassembro pur sublime augello

in ima valle preso, e queste piume

caduche omai pur ancor visco invoglia,

 

lasso; né ragion pò contra il costume:

ma tu del cielo abitator novello

prega il Signor che per pietà le scioglia.

 

 

L

 

Curi le paci sue chi vede Marte

gli altrui campi inondar torbido insano,

e chi sdruscita navicella invano

vede talor mover governo e sarte,

 

ami, Marmitta, il porto. Iniqua parte

elegge ben chi il ciel chiaro e sovrano

lassa, e gli abissi prende: ahi cieco umano

desir, che mal da terra si diparte!

 

Quando in questo caduco manto e frale,

cui tosto Atropo squarcia e no l ricuce

giamai, altro che notte ebbe uom mortale?

 

Procuriam dunque omai celeste luce,

ché poco a chiari farne Apollo vale,

lo qual sì puro in voi splende e riluce.

 

 

LI

 

Sì lieta avessio lalma, e dogni parte

il cor, Marmitta mio, tranquillo e piano,

come laspra sua doglia al corpo insano,

poi chAdria mebbe, è men noiosa in parte.

 

Lasso, questa di noi terrena parte

fia dal tempo distrutta a mano a mano,

e i cari nomi poco indi lontano

(il mio col vulgo, e l tuo scelto e n disparte),

 

pur come foglia che col vento sale

cader vedransi. O fosca, o senza luce

vista mortal, cui sì del mondo cale,

 

come non tergi al ciel, che sol produce

eterni frutti? Ahi vile augel su lale

pronto, cha terra pur si riconduce!

 

 

LII

 

Feroce spirto un tempo ebbi e guerrero,

e per ornar la scorza anchio di fore,

molto contesi; or langue il corpo, e l core

paventa, ondio riposo e pace chero.

 

Coprami omai vermiglia vesta, o nero

manto, poco mi fia gioia o dolore:

cha sera è l mio dì corso, e ben lerrore

scorgo or del vulgo che mal scerne il vero.

 

La spoglia il mondo mira. Or non sarresta

spesso nel fango augel di bianche piume?

Gloria non di virtù figlia, che vale?

 

Per lei, Francesco, ebbio guerra molesta;

e or placido, inerme, entro un bel fiume

sacro ho mio nido, e nulla altro mi cale.

 

 

LIII

 

Varchi, Ippocrene il nobil cigno alberga

che n Adria mise le sue eterne piume,

a la cui fama, al cui chiaro volume

non fia che l tempo mai tenebre asperga.

 

Ma io palustre augel, che poco serga

su lale, sembro, o luce inferma e lume

cha leve aura vacille, e si consume:

né pò lauro innestar, caduca verga

 

dignobil selva. Dunque i versi, ondio

dolci di me ma false udìnovelle,

amor dettovvi e non giudicio: e poi

 

la mia casetta umil chiusa è doblio.

Quanto dianzi perdeo Venezia e noi

Apollo in voi restauri e rinovelle.

 

 

LIV

 

O sonno, o de la queta, umida, ombrosa

notte placido figlio; o de mortali

egri conforto, oblio dolce de mali

sì gravi ondè la vita aspra e noiosa;

 

soccorri al core omai che langue e posa

non have, e queste membra stanche e frali

solleva: a me ten vola o sonno, e lali

tue brune sovra me distendi e posa.

 

Ovè l silenzio che l dì fugge e l lume?

e i lievi sogni, che con non secure

vestigia di seguirti han per costume?

 

Lasso, che nvan te chiamo, e queste oscure

e gelide ombre invan lusingo. O piume

dasprezza colme! o notti acerbe e dure!

 

 

LV

 

Mendico e nudo piango, e de miei danni

men vo la somma tardi omai contando

tra queste ombrose querce, e obliando

quel che già Roma minsegnò molti anni.

 

Né di gloria, onde par tanto saffanni

umano studio, a me più cale; e quando

fallace il mondo veggio, a terra spando

ciascun suo dono, acciò più non minganni.

 

Quella leggiadra Colonnese e saggia

e bella e chiara, che co i raggi suoi

la luce de i Latin spenta raccende,

 

nobil poeta canti e n guardia laggia:

ché lumil cetra mia roca, che voi

udir chiedete, già dimessa pende.

 

 

LVI

 

Or pompa e ostro, e or fontana ed elce

cercando, a vespro addutta ho la mia luce

senza alcun pro, pur come loglio o felce

sventurata, che frutto non produce.

 

E bene il cor, del vaneggiar mio duce,

vie più sfavilla che percossa selce,

sì torbido lo spirto riconduce

a chi sì puro in guardia e chiaro dielce,

 

misero; e degno è ben chei frema e arda,

poi che n sua preziosa e nobil merce

non ben guidata, danno e duol raccoglie.

 

Né per Borea giamai di queste querce,

come tremo io, tremar lorride foglie:

sì temo chogni amenda omai sia tarda.

 

 

LVII

 

Doglia, che vaga donna al cor napporte

piagandol co begli occhi, amare strida

e lungo pianto, e non di Creta e dIda

dittamo, signor mio, vien che conforte.

 

Fuggite Amor: quegli è ver lui più forte

che men sarrischia ovegli a guerra sfida;

colà ve dolce parli, o dolce rida

bella donna, ivi presso è pianto e morte.

 

Però che gli occhi alletta e l cor recide

donna gentil che dolce sguardo mova:

ahi venen novo, che piacendo ancide!

 

Nulla in sue carte uom saggio antica o nova

medicina have, che dAmor naffide:

ver cui sol lontananza e oblio giova.

 

 

LVIII

 

Signor mio caro, il mondo avaro e stolto

in procurar pur nobiltade e oro

fatto è mendico e vile, e l bel tesoro

di gentilezza unito ha sparso e sciolto.

 

Già fu valore e chiaro sangue accolto

inseme, e cortesia; or è tra loro

discordia tal, chio ne sospiro e ploro,

secol mirando in tanto errore avolto.

 

E perché in te dal sangue non discorda

virtute, a te, Cristoforo, mi vòlgo,

che mi soccorra al maggior uopo mio;

 

e sì porterai tu Cristo oltra il rio

di caritate, colà dove il volgo

cieco portarlo più non si ricorda.

 

 

LIX

 

Correggio, che per pro mai né per danno

discordar da te stesso non consenti,

contra il costume de le inique genti,

che le fortune adverse amar non sanno;

 

mentre quel chi seguìa fuggir maffanno,

e fuggol, ma con passi corti e lenti,

le due latine luci chiare ardenti,

Alessandro e Ranuccio tuoi, che fanno?

 

È vero che l cielo orni e privilegi

tuo dolce marmo sì, che Smirna e Samo

perde e Corinto, e i lor maestri egregi?

 

Per questa e per quei due, di quel chio bramo

obliar mi sovien; per tai suo pregi

Roma, che sì mi nocque, onoro e amo.

 

 

LX

 

Segli averrà, che quel chio scrivo o detto

con tanto studio, e già scritto il distorno

assai sovente, e come io so ladorno

pensoso in mio selvaggio ermo ricetto,

 

da le genti talor cantato o letto,

dopo la morte mia viva alcun giorno,

bene udirà del nostro mar lun corno

e laltro, Rota, il gentil vostro affetto,

 

che l suo proprio tesoro in altri apprezza,

e quel che tutto a voi solo conviene

per onorarne me, divide e spezza.

 

Mio dever già gran tempo a le tirrene

onde mi chiama; e or di voi vaghezza

mi sprona: ahi, posi omai chi mi ritiene!

 

 

LXI

 

Di là, dove per ostro e pompa e oro

fra genti inermi ha perigliosa guerra,

fuggo io mendico e solo, e di quella esca

chi bramai tanto, sazio, a queste querce

ricorro, vago omai di miglior cibo,

per aver posa almen questi ultimi anni.

 

Ricca gente e beata ne primi anni

del mondo, or ferro fatto, che senzoro

men di noi macra in suo selvaggio cibo

si visse, e senza Marte armato in guerra;

quando tra lelci e le frondose querce

ancor non si prendea lamo entro a lesca.

 

Io, come vile augel scende a poca esca

dal cielo in ima valle, i miei dolci anni

vissi in palustre limo; or fonti e querce

mi son quel che ostro fummi e vasel doro:

così lanima purgo, e cangio guerra

con pace, e con digiun soverchio cibo.

 

Fallace mondo, che damaro cibo

sì dolce mensa ingombri! Or di quella esca

fossio digiun, chancor mi grava, e n guerra

tenne lalma co i sensi ha già tanti anni!

ché più pregiate che le gemme e loro

renderei lombre ancor de le mie querce.

 

O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce,

onde il mondo novello ebbe suo cibo,

in quei tranquilli secoli de loro!

Deh come ha il folle poi cangiando lesca

cangiato il gusto, e come son questi anni

da quei diversi in povertate e n guerra!

 

Già vincitor di gloriosa guerra

prendea suo pregio da lombrose querce:

ma dora in or più duri volgon gli anni,

ondio ritorno a quello antico cibo

che pur di fere è fatto e daugelli esca,

per arricchire ancor di quel primo oro.

 

Già in prezioso cibo o n gonna doro

non crebbe, anzi tra querce e n povera esca,

virtù, che con questi anni ha sdegno e guerra.

 

 

LXII

 

Già lessi, e or conosco in me, sì come

Glauco nel mar si pose uom puro e chiaro,

e come sue sembianze si mischiaro

di spume e conche, e fersi alga sue chiome;

 

però che n questo Egeo che vita ha nome

puro anchio scesi, e n queste de lamaro

mondo tempeste, ed elle mi gravaro

i sensi e lalma ahi di che indegne some!

 

Lasso: e soviemmi dEsaco, che lali

damoroso pallor segnate ancora

digiuno per lo cielo apre e distende,

 

e poi satollo indarno a volar prende:

sì l core anchio, che per sé leve fôra,

gravato ho di terrene esche mortali.

 

 

LXIII

 

O dolce selva solitaria, amica

de miei pensieri sbigottiti e stanchi,

mentre Borea ne dì torbidi e manchi

dorrido giel laere e la terra implica,

 

e la tua verde chioma ombrosa, antica

come la mia, par dognintorno imbianchi,

or, che nvece di fior vermigli e bianchi

ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica,

 

a questa breve e nubilosa luce

vo ripensando, che mavanza, e ghiaccio

gli spirti anchio sento e le membra farsi;

 

ma più di te dentro e dintorno agghiaccio,

ché più crudo Euro a me mio verno adduce,

più lunga notte, e dì più freddi e scarsi.

 

 

LXIV

 

Questa vita mortal, che n una o n due

brevi e notturne ore trapassa, oscura

e fredda, involto avea fin qui la pura

parte di me ne latre nubi sue.

 

Or a mirar le grazie tante tue

prendo, ché frutti e fior, gielo e arsura,

e sì dolce del ciel legge e misura,

eterno Dio, tuo magisterio fue.

 

Anzi l dolce aer puro e questa luce

chiara, che l mondo a gli occhi nostri scopre,

traesti tu dabissi oscuri e misti:

 

e tutto quel che n terra o n ciel riluce

di tenebre era chiuso, e tu lapristi;

e l giorno e l sol de le tue man sono opre.

 


LE RIME EXTRAVAGANTI

 

LXV

 

Né lalba mai, poi che l suo strazio rio

vien Progne, ombrose valli, a pianger vosco,

quando l ciel fosse in sul mattin men fosco,

di braccia al vecchio suo sì bionda uscìo;

 

né n riva di corrente e largo rio

chiome spiegò dapril tenero bosco

sì vaghe, come il sol chio sol conosco

sparger tra voi le sue talor vidio.

 

E or le tronca empio destino acerbo,

e mpoverisce Amor del suo tesoro:

a noi sì cara vista invidia e toglie.

 

Deh chi l mio nodo rompe e me non scioglie?

Avessio parte almen di quel dolce oro,

per mitigar il duol che nel cor serbo.

 

 

LXVI

 

Struggi la terra tua gentile e pia,

o di vero valor spogliata schiera,

e n soggiogar te stessa onore spera,

sì come servitute in pregio sia;

 

e di sì mansueta cheri pria

barbara fatta sovrogni altra e fera,

cura che l latin nome abbassi e pèra,

e n tesoro cercar virtute oblia.

 

Tu incontro a chi taffida armata fendi

col tuo nemico il mar, quando la turba

de gli animosi figli Eolo disserra;

 

tu quei che più ragion torce e conturba

segni, e l tuo sangue a prezzo e laltrui vendi,

crudele: ahi non è questo a Dio far guerra?

 

 

LXVII

 

Forse però che respirar ne lice

dopo tanti anni, or questo e or quellangue

così ne punge, o pur del nostro sangue

non è vermiglia ancora ogni pendice?

 

Terra più chaltra pria lieta e felice

fattè per dura mano ignuda, esangue:

deh perchin noi virtute e valor langue,

e rinverde avarizia ogni radice?

 

Chancor potrebbe, asciutto il sangue sparso

e sereni i begli occhi or di duol colmi,

frenar le genti Italia a lantico uso;

 

ned io lIbero o più Cesare accuso

che l loro aspro vicin, ma piango, e duolmi

rotto vedere il mio bel nido e arso.

 

 

LXVIII

 

Deh avessio così spedito stile

come ho pronto, madonna, ogni desio,

ché il vostro dolce affetto onesto e pio

conto fôra per me comè gentile:

 

e sì devria, poi che damaro e vile

dolce rendete e caro il viver mio

voi sola; ma che più, lasso, possio

se a gir tantalto è il mio dir pigro umile?

 

Per me pregaste voi langel mio santo

che, se grave peccato ho in me concetto,

raggio di sua pietà mi vegli e lustre:

 

ed ella il feo, né più benigno effetto

vide uom giamai, né stato have in sé tanto

alcun quantio vi debbo, anima illustre.

 

 

LXIX

 

Se ben pungendo ognior vipere ardenti

e venenose serpi al cor mi stanno,

e scopro de bei lumi il chiaro inganno

con questi miei, a la sua luce intenti,

 

non fia però giamai chio mi sgomenti

di soffrir questo incarco e questo affanno,

chè soave il martir, utile il danno,

gli occhi fian sempre di languir contenti.

 

Lasso, ché di tal laccio Amor mi strinse

cha snodarlo convien che si discioglia

lo stame, con cui l ciel questalma avvinse:

 

e benché un timor rio sempre mindoglia,

un timor che la speme un tempo vinse,

conven chio segua lostinata voglia.

 

 

LXX

 

Dopo sì lungo error, dopo le tante

sì gravi offese, ondognor hai sofferto

lantico fallo e lempio mio demerto,

con la pietà de le tue luci sante

 

mira, Padre celeste, omai con quante

lacrime a te devoto mi converto,

e spira al viver mio breve e incerto

grazia, chal buon camin volga le piante.

 

Mostra gli affanni, il sangue e i sudor sparsi

(or volgon gli anni) e laspro tuo dolore

a miei pensieri, ad altro oggetto avvezzi;

 

raffredda, Signor mio, quel foco ondarsi

col mondo e consumai la vita e lore,

tu che contrito cor giamai non sprezzi.

 

 

LXXI

 

Posso ripor ladunca falce omai,

la negra insegna, e de le spoglie altera

trionfar di più eterna e di più vera

gloria che sacquistassi in terra mai.

 

Cagion unqua non fu di tanti guai

Cesare in region barbara e fera,

comio son stata al mondo inanzi sera,

oscurando del suo bel sole i rai.

 

Non mancava a mutar la gioia e l riso

di quello in maggior lacrime e dolore

altro che tôrgli il fior di castitade;

 

né si poteva ornare il Paradiso

di più ricco tesor né di maggiore

vittoria in questa e n la futura etade.

 

 

LXXII

 

Stolto mio core, ove sì lieto vai?

Al mio cibo soave.

Ma tosto a me, piangendo, tornerai.

Già non mè il pianger grave.

Dunque di duol ti pasci?

Altresca Amor non have.

Che fia dunque il digiun, se l cibo è guai?

 

O falso empio signore,

che laspro tuo dolore

di gioia e di piacer circondi e fasci,

e lacrimoso cresci, e lieto nasci.

 

 

LXXIII

 

Grave daspre e rie cure, in voce mesta

scoprasi lalma e di dolore accesa,

or che lamata vista a me contesa

mingombra di temenza atra e funesta.

 

Perché a scampar nessun rimedio resta

fuor che madonna, mia miseria intesa,

prenda consiglio a mia giusta difesa,

tornando, onde a partir troppo fu presta:

 

chio di fé vera esempio, a strana vita

meno i miei giorni dispettosi e lassi,

pien damor, fuor di speme, in pianto e ira.

 

E sanar lalta mia mortal ferita

ella de, che la fece, e lunge stassi,

e larco Amor pur a mio strazio tira.

 

 

LXXIV

 

Novo fattor di cose eterne e magne,

le prove ascolta or de la donna mia:

ovellè non può star fortuna ria,

né là dove ragiona unqua si piagne.

 

E purchun poco a mirar lei rimagne,

coi dolci lampi al sommo ben tinvia,

né dopo hai tema di trovar tra via

cosa, che mai da quel ti discompagne.

 

Lerba onde Glauco diventò beato,

e l cibo de la Greca alma e famosa,

produce e dona il suo riso giocondo;

 

sì chè ben degna, o mio corriero alato,

che la tua sacra man larga e pietosa

di quella bella imago adorni il mondo.

 

 

LXXV

 

Le braccia di pietà, chio veggio ancora

aperte sovra il tronco, ove salisti

a darmi eterna vita, e l ciel mapristi

per vie spinose ed erte, anzi chio mora

 

porgimi, Signor mio, chio sento lora

de lultima partita, e i pensier tristi

avvicinarsi, e tua mercé racquisti

questalma il nido vero, onde uscì fora.

 

Squarciato è l vel, che tolse a gli occhi interni

e a questi il camin del porto vero

e li coprì di tenebre e di doglia.

 

Ne lalma e ricca casa, u sono eterni

gli alti tesori, or chè nudo e sincero,

la tua bontade il mio miglior accoglia.

 

 

LXXVI

 

Disciogli e spezza omai lamato e caro

nodo di questa afflitta e miseralma,

acerba Morte, e la terrena salma

del mortal vel ti serba, ché più amaro

 

di te mè qui il tardar: chio scorgo or chiaro

del mondo i lacci e di mia fé la palma,

e la corona più felice e alma

spero da lui, da cui morire imparo.

 

A i prieghi ognor di mia salute accesi

e a le soavissime parole

conosco, Re del ciel, che tu mi chiami.

 

Eccoti lalma e l core, e sio toffesi

il tuo sangue mi lave, or me ne duole:

fa chio sia teco, e sempre goda e ami.

 

 

LXXVII

 

Ombra nemica, che qualor mi scorgi

ne i più profondi miei sonni sepolto,

mi voli intorno, e con mentito volto

vane lusinghe indarno a lalma porgi;

 

io son mercé del ciel, né te naccorgi,

così da i lacci di chi sembri sciolto,

chio non ho da temer poco né molto

qualor più bella avanti mi risorgi.

 

Lalta cagion, cha sempiterno sdegno

minvita, al cor la libertà difende,

per ogni tempo, da tuoi inganni pronti.

 

Sparisci dunque; ché l tuo van disegno

men grata la memoria ognor mi rende

di quella, i cui vestigi or mi fai conti.

 

 

LXXVIII

 

Dolce umiltade e fatti egregi e magni

vere ricchezze son dantico sangue;

né per altro, credio, mendica, esangue,

Italia de suoi figli oggi si lagni.

 

Se non che, in coltivar falsi guadagni,

superbia in lor fiorisce e valor langue:

onde, signor, sovra le rane è langue,

e i lupi son pastor fatti de gli agni.

 

Ponete mente a questa antica madre:

deh come ha in vece di trionfi e palme

pur bruna vesta e bende oscure e adre!

 

Oh delle veramente nobili alme

spronate il cor, chalberga alte e leggiadre

voglie, a sgombrarla di sì gravi salme!

 

 

LXXIX

 

Tosto che dal suo albergo il dì vien fore,

solinga ove l bel rio saccoglie e stagna

quella vostra e dAmor dolce compagna

torna a sfogar il suo acerbo dolore;

 

e come insegna a suoi seguaci Amore,

con sì caldi sospir di voi si lagna,

e del ciel, che da lei vi discompagna,

che di nova pietà mingombra il core.

 

Misera, dice, il fil de tuoi pensieri

soavi è tronco, e nel tranquillo seno

de le tue paci è ria tempesta e guerra;

 

chin un momento i miei ben non interi,

partendo, il mio signore ha sparti a terra,

e l ciel mè fosco, quanto mai sereno.



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