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GASPARA STAMPA

RIME

Edizione di riferimento:

G. Stampa - V. Franco, Rime, a cura di A. Salza, Bari, Laterza 1913.

 

ALLO ILUSTRE MIO SIGNORE

 

     Poi che le mie pene amorose, che per amor di V. S. porto scritte in diverse lettere e rime, non han possuto, una per una, non pur far pietosa V. S. verso di me, ma farla né anco cortese di scrivermi una parola, io mi son rissoluta di ragunarle tutte in questo libro, per vedere se tutte insieme lo potranno fare. Qui dunque V. S. vedrà non il pelago delle passioni, delle lagrime e de’ tormenti miei, perché è mar senza fondo, ma un picciolo ruscello solo di esse; né pensi V. S. ch’io abbia ciò fatto per farla conoscente della sua crudeltà, perché crudeltà non si può dire, dove non è obligo, né per contristarnela; ma per farla più tosto conoscente della sua grandezza ed allegrarla. Perché, vedendo esser usciti dalla durezza vostra verso di me questi frutti, congeturerà quali saranno quelli che usciranno dalla sua pietà, se averrà mai che i cieli me la facciano pietosa: o obietto nobile, o obietto chiaro, o obietto divino, poi che tormentando ancora giovi e fai frutto. Legga V. S. dunque, quando averà triegua dalle sue maggiori e più care cure, le note delle cure amorose e gravi della sua fidissima e infelicissima Anassilla; e da questa ombra prenda argomento quali ella le debba provare e sentir nell’animo; ché certo, se accaderà giamai che la mia povera e mesta casa sia fatta degna del ricevere il suo grande oste, che è V. S., io son sicura che i letti, le camere, le sale e tutto racconteranno i lamenti, i singulti, i sospiri e le lagrime, che giorno e notte ho sparse, chiamando il nome di V. S., benedicendo però sempre nel mezzo de’ miei maggior tormenti i cieli e la mia buona sorte della cagion d’essi: percioché assai meglio è per voi, conte, morire, che gioir per qualunque. Ma che fo io? Perché senza bisogno tengo V. S. troppo lungamente a noia, ingiuriando anco le mie rime, quasi che esse non sappian dir le lor ragioni, ed abbian bisogno dell’altrui aita? Rimettendomi dunque ad esse, farò fine, pregando V. S., per ultimo guiderdone della ia fedelissima servitù, che nel ricever questo povero libretto mi sia cortese sol di un sospiro, il quale refreschi così lontano la memoria della sua dimenticata e abbandonata Anassilla. E tu, libretto mio, depositario delle mie lagrime, appresentati nella più umil forma che saprai, dinanzi al signor nostro, in compagnia della mia candida fede. E, se in recevendoti vedrai rasserenar pur un poco quei miei fatali ed eterni lumi, beate tutte le nostre fatiche e felicissime tutte le nostre speranze; e così ti resta seco eternamente in pace.

 

 


 

I

RIME D’AMORE

 

 

I

 

     Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,

in questi mesti, in questi oscuri accenti

il suon degli amorosi miei lamenti

e de le pene mie tra l’altre prime,

     ove fia chi valor apprezzi e stime,

gloria, non che perdon, de’ miei lamenti

spero trovar fra le ben nate genti,

poi che la lor cagione è sì sublime.

     E spero ancor che debba dir qualcuna:

— Felicissima lei, da che sostenne

per sì chiara cagion danno sì chiaro!

     Deh, perché tant’amor, tanta fortuna

per sì nobil signor a me non venne,

ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

 

 

II

 

     Era vicino il dì che ’l Creatore,

che ne l’altezza sua potea restarsi,

in forma umana venne a dimostrarsi,

dal ventre virginal uscendo fore,

     quando degnò l’illustre mio signore,

per cui ho tanti poi lamenti sparsi,

potendo in luogo più alto annidarsi,

farsi nido e ricetto del mio core.

     Ond’io sì rara e sì alta ventura

accolsi lieta; e duolmi sol che tardi

mi fe’ degna di lei l’eterna cura.

     Da indi in qua pensieri e speme e sguardi

volsi a lui tutti, fuor d’ogni misura

chiaro e gentil, quanto ’l sol giri e guardi.

 

 

III

 

     Se di rozzo pastor di gregge e folle

il giogo ascreo fe’ diventar poeta

lui, che poi salse a sì lodata meta,

che quasi a tutti gli altri fama tolle,

     che meraviglia fia s’alza ed estolle

me bassa e vile a scriver tanta pièta,

quel che può più che studio e che pianeta,

il mio verde, pregiato ed alto colle?

     La cui sacra, onorata e fatal ombra

dal mio cor, quasi sùbita tempesta,

ogni ignoranza, ogni bassezza sgombra.

     Questa da basso luogo m’erge, e questa

mi rinova lo stil, la vena adombra;

tanta virtù nell’alma ognor mi desta!

 

 

IV

 

     Quando fu prima il mio signor concetto,

tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle

gli diêr le grazie, e queste doti e quelle,

perch’ei fosse tra noi solo perfetto.

     Saturno diègli altezza d’intelletto;

Giove il cercar le cose degne e belle;

Marte appo lui fece ogn’altr’uomo imbelle;

Febo gli empì di stile e senno il petto;

     Vener gli dié bellezza e leggiadria;

eloquenzia Mercurio; ma la luna

lo fe’ gelato più ch’io non vorria.

     Di queste tante e rare grazie ognuna

m’infiammò de la chiara fiamma mia,

e per agghiacciar lui restò quell’una.

 

 

V

 

     Io assimiglio il mio signor al cielo

meco sovente. Il suo bel viso è ’l sole;

gli occhi, le stelle; e ’l suon de le parole

è l’armonia, che fa ’l signor di Delo.

     Le tempeste, le piogge, i tuoni e ’l gelo

son i suoi sdegni, quando irar si suole;

le bonacce e ’l sereno è quando vuole

squarciar de l’ire sue benigno il velo.

     La primavera e ’l germogliar de’ fiori

è quando ei fa fiorir la mia speranza,

promettendo tenermi in questo stato.

     L’orrido verno è poi, quando cangiato

minaccia di mutar pensieri e stanza,

spogliata me de’ miei più ricchi onori.

 

 

VI

 

     Un intelletto angelico e divino,

una real natura ed un valore,

un disio vago di fama e d’onore,

un parlar saggio, grave e pellegrino,

     un sangue illustre, agli alti re vicino,

una fortuna a poche altre minore,

un’età nel suo proprio e vero fiore,

un atto onesto, mansueto e chino,

     un viso più che ’l sol lucente e chiaro

ove bellezza e grazia Amor riserra

in non mai più vedute o udite tempre,

     fûr le catene, che già mi legâro,

e mi fan dolce ed onorata guerra.

O pur piaccia ad Amor che stringan sempre!

 

 

VII

 

     Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,

miri un signor di vago e dolce aspetto,

giovane d’anni e vecchio d’intelletto,

imagin de la gloria e del valore:

     di pelo biondo, e di vivo colore,

di persona alta e spazioso petto,

e finalmente in ogni opra perfetto,

fuor ch’un poco (oimè lassa!) empio in amore.

     E chi vuol poi conoscer me, rimiri

una donna in effetti ed in sembiante

imagin de la morte e de’ martìri,

     un albergo di fé salda e costante,

una, che, perché pianga, arda e sospiri,

non fa pietoso il suo crudel amante.

 

 

VIII

 

     Se, così come sono abietta e vile

donna, posso portar sì alto foco,

perché non debbo aver almeno un poco

di ritraggerlo al mondo e vena e stile?

     S’Amor con novo, insolito focile,

ov’io non potea gir, m’alzò a tal loco,

perché non può non con usato gioco

far la pena e la penna in me simìle?

     E, se non può per forza di natura,

puollo almen per miracolo, che spesso

vince, trapassa e rompe ogni misura.

     Come ciò sia non posso dir espresso;

io provo ben che per mia gran ventura

mi sento il cor di novo stile impresso.

 

 

IX

 

     S’avien ch’un giorno Amor a me mi renda,

e mi ritolga a questo empio signore;

di che paventa, e non vorrebbe, il core,

tal gioia del penar suo par che prenda;

     voi chiamerete invan la mia stupenda

fede, e l’immenso e smisurato amore,

di vostra crudeltà, di vostro errore

tardi pentito, ove non è chi intenda.

     Ed io, cantando la mia libertade,

da così duri lacci e crudi sciolta,

passerò lieta a la futura etade.

     E, se giusto pregar in ciel s’ascolta,

vedrò forse anco in man di crudeltade

la vita vostra a mia vendetta involta.

 

 

X

 

     Alto colle, gradito e grazioso,

novo Parnaso mio, novo Elicona,

ove poggiando attendo la corona,

de le fatiche mie dolce riposo;

     quanto sei qui tra noi chiaro e famoso,

e quanto sei a Rodano e a Garona,

a dir in rime alto disio mi sprona,

ma l’opra è tal, che cominciar non oso.

     Anzi quanto averrà che mai ne canti,

fia pura ombra del ver, perciò che ’l vero

va di lungo il mio stil e l’altrui innanti.

     Le tue frondi e ’l tuo giogo verdi e ’ntero

conservi ’l cielo, albergo degli amanti,

colle gentil, dignissimo d’impero.

 

 

XI

 

     Arbor felice, aventuroso e chiaro,

onde i duo rami sono al mondo nati,

che vanno in alto, e son già tanto alzati,

quanto raro altri rami unqua s’alzâro;

     rami che vanno ai grandi Scipi a paro,

o s’altri fûr di lor mai più lodati

(ben lo sanno i miei occhi fortunati,

che per bearsi in un d’essi mirâro),

     a te, tronco, a voi, rami, sempre il cielo

piova rugiada, sì che non v’offenda

per avversa stagion caldo, né gelo.

     La chioma vostra e l’ombra s’apra e stenda

verde per tutto; e d’onorato zelo

odor, fior, frutti a tutt’Italia renda.

 

 

XII

 

     Deh, perché così tardo gli occhi apersi

nel divin, non umano amato volto,

ond’io scorgo, mirando, impresso e scolto

un mar d’alti miracoli e diversi?

     Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi

d’inutil pianto in questo viver stolto,

né l’alma avria, com’ha, poco né molto

di Fortuna o d’Amore onde dolersi.

     E sarei forse di sì chiaro grido,

che, mercé de lo stil, ch’indi m’è dato,

risoneria fors’Adria oggi, e ’l suo lido.

     Ond’io sol piango il mio tempo passato,

mirando altrove; e forse anche mi fido

di far in parte il foco mio lodato.

 

 

XIII

 

     Chi darà penne d’aquila o colomba

al mio stil basso, sì ch’ei prenda il volo

da l’Indo al Mauro e d’uno in altro polo,

ove arrivar non può saetta o fromba?

     e, quasi chiara e risonante tromba,

la bellezza, il valor, al mondo solo,

di quel bel viso, ch’io sospiro e còlo,

descriva sì, che l’opra non soccomba?

     Ma, poi che ciò m’è tolto, ed io poggiare

per me stessa non posso ove conviene,

sì che l’opra e lo stil vadan di pare,

     l’udranno sol queste felici arene,

questo d’Adria beato e chiaro mare,

porto de’ miei diletti e di mie pene.

 

 

XIV

 

     Che meraviglia fu, s’al primo assalto,

giovane e sola, io restai presa al varco,

stando Amor quindi con gli strali e l’arco,

e ferendo per mezzo, or basso or alto,

     indi ’l signor, che ’n rime orno ed essalto

quanto più posso, e ’l mio dir resta parco,

con due occhi, anzi strai, che spesso incarco

han fatto al sole, e con un cor di smalto?

     ed essendo da lato anche imboscate,

sì ch’a modo nessun fess’io difesa,

alla virtute e chiara nobiltate?

     Da tanti e ta’ nemici restai presa;

né mi duol, pur che l’alma mia beltate,

or che m’ha vinta, non faccia altra impresa.

 

 

XV

 

     Voi, che cercando ornar d’alloro il crine

per via di stile, al bel monte poggiate

con quante si fe’ mai salde pedate,

anime sagge, dotte e pellegrine,

     in questo mar, che non ha fondo o fine,

le larghe vele innanzi a me spiegate,

e gli onori e le grazie ad un cantate

del mio signor sì rare e sì divine:

     perché soggetto sì sublime e solo,

senz’altra aita di felice ingegno,

può per se stesso al cielo alzarci a volo.

     Io per me sola a dimostrar ne vegno

quanto l’amo ad ognun, quanto lo còlo;

ma de le lode sue non giungo al segno.

 

 

XVI

 

     Sì come provo ognor novi diletti,

ne l’amor mio, e gioie non usate,

e veggio in quell’angelica beltate

sempre novi miracoli ed effetti,

     così vorrei aver concetti e detti

e parole a tant’opra appropriate,

sì che fosser da me scritte e cantate,

e fatte cónte a mille alti intelletti.

     Et udissero l’altre che verranno

con quanta invidia lor sia gita altera

de l’amoroso mio felice danno;

     e vedesse anche la mia gloria vera

quanta i begli occhi suoi luce e forza hanno

di far beata altrui, benché si pèra.

 

 

XVII

 

     Io non v’invidio punto, angeli santi,

le vostre tante glorie e tanti beni,

e que’ disir di ciò che braman pieni,

stando voi sempre a l’alto Sire avanti;

     perché i diletti miei son tali e tanti,

che non posson capire in cor terreni,

mentr’ho davanti i lumi almi e sereni,

di cui conven che sempre scriva e canti.

     E come in ciel gran refrigerio e vita

dal volto Suo solete voi fruire,

tal io qua giù da la beltà infinita.

     In questo sol vincete il mio gioire,

che la vostra è eterna e stabilita,

e la mia gloria può tosto finire.

 

 

XVIII

 

     Quando i’ veggio apparir il mio bel raggio,

parmi veder il sol, quand’esce fòra;

quando fa meco poi dolce dimora,

assembra il sol che faccia suo viaggio.

     E tanta nel cor gioia e vigor aggio,

tanta ne mostro nel sembiante allora,

quanto l’erba, che pinge il sol ancora

a mezzo giorno nel più vago maggio.

     Quando poi parte il mio sol finalmente,

parmi l’altro veder, che scolorita

lasci la terra andando in occidente.

     Ma l’altro torna, e rende luce e vita;

e del mio chiaro e lucido oriente

è ’l tornar dubbio e certa la partita.

 

 

XIX

 

     Come chi mira in ciel fisso le stelle,

sempre qualcuna nova ve ne scorge,

che, non più vista pria, fra tanti sorge

chiari lumi del mondo, alme fiammelle;

     mirando fisso l’alte doti e belle

vostre, signor, di qualcuna s’accorge

l’occhio mio nova, che materia porge,

onde di lei si scriva e si favelle.

     Ma, sì come non può gli occhi del cielo

tutti, perch’occhio vegga, raccontare

lingua mortal e chiusa in uman velo,

     io posso ben i vostri onor mirare,

ma la più parte d’essi ascondo e celo,

perché la lingua a l’opra non è pare.

 

 

XX

 

     Il bel, che fuor per gli occhi appare, e ’l vago

del mio signor e del suo dolce viso,

è tanto e tal, che fa restar conquiso

ognun che ’l mira, di gran lunga, e pago.

     Ma, se qual è un cervier occhio e mago,

potesse altri mirar intento e fiso

quel che fuor non si mostra, un paradiso

di meraviglie vi vedrebbe, un lago.

     E le donne non pur, ma gli animali,

l’erbe, le piante, l’onde, i venti e i sassi

farian arder d’amor gli occhi fatali.

     Quest’una grazia agli occhi miei sol dassi

in guiderdon di tanti e tanti mali,

per onde a tanto ben poggiando vassi.

 

 

XXI

 

     — S’io, che son dio, ed ho meco tant’armi,

non posso star col tuo signor a prova,

ed è la sua bellezza unica e nova

pronta mai sempre a tante ingiurie farmi,

     come a tuo pro poss’ora io consigliarmi,

e darti il modo, con che tu rimova

quel saldo ghiaccio, che nel cor si trova,

per via di preghi, di consiglio o carmi?

     Ti bisogna aspettar tempo o fortuna,

che ti guidino a questo; ed altra via

non ti posso mostrar, se non quest’una. —

     Così mi dice, e poi si vola via;

ed io mi resto, al sole ed a la luna,

piangendo sempre la sventura mia.

 

 

XXII

 

     Rivolgete talor pietoso gli occhi

da le vostre bellezze a le mie pene,

sì che quanta alterezza indi vi viene,

tanta quindi pietate il cor vi tocchi.

     Vedrete qual martìr indi mi fiocchi,

vedrete vòte le faretre e piene,

che preste a’ danni miei sempre Amor tiene,

quando avien che ver’me l’arco suo scocchi.

     E forse la pietà del mio tormento

vi moverà, dov’or ne gite altero,

non lo vedendo voi, qual io lo sento;

     così penosa io meno, e men voi fiero

ritornerete, e cento volte e cento

benedirete i ciel, che mi vi diêro.

 

 

XXIII

 

     Grazie, che fate mai sempre soggiorno

negli occhi ch’amo, e quei poi de le prede,

che fan tante di noi, vostra mercede,

fanno il tempio d’Amor ricco et adorno,

     quando scherzate a que’ bei rai d’intorno

co’ pargoletti Amor, che v’hanno sede,

fate fede a colui de la mia fede,

che ’n tante carte omai celebro ed orno.

     E, se di Grazie avete il nome e l’opra,

fatemi graziosi que’ due giri,

ch’a lo splendor del sol stanno di sopra.

     E, poi c’hanno adescato i miei desiri,

fate (così mai morte non li copra)

che non mi lascin preda de’ martìri.

 

 

XXIV

 

     Vengan quante fûr mai lingue ed ingegni,

quanti fûr stili in prosa, e quanti in versi,

e quanti in tempi e paesi diversi

spirti di riverenza e d’onor degni;

     non fia mai che descrivan l’ire e’ sdegni,

le noie e i danni, che ’n amor soffersi,

perché nel vero tanti e tali fêrsi,

che passan tutti gli amorosi segni.

     E non fia anche alcun, che possa dire,

anzi adombrar la schiera de’ diletti

ch’Amor, la sua mercé, mi fa sentire.

     Voi, ch’ad amar per grazia sète eletti,

non vi dolete dunque di patire;

perché i martìr d’Amor son benedetti.

 

 

XXV

 

     — Trâmi — dico ad Amor talora — omai

fuor de le man di questo crudo ed empio,

che vive del mio danno e del mio scempio,

per chi arsi ed ardo ancor, canto e cantai.

     Poi che con tanti miei tormenti e guai

sua fiera voglia ancor non pago od empio,

o di Diana avaro e crudo tempio,

quando del sangue mio sazio sarai? —

     Poi torno a me, e del mio dir mi pento:

sì l’ira, il rimembrar pur lui, mi smorza,

che de’ miei non vorrei meno un tormento.

     Con sì nov’arte e con sì nova forza

la bellezza ch’io amo, e ch’io pavento,

ogni senso m’intrica, offusca e sforza.

 

 

XXVI

 

     Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;

piangerò, arderò, canterò sempre

(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre

a l’ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)

     la bellezza, il valor e ’l senno a canto,

che ’n vaghe, sagge ed onorate tempre

Amor, natura e studio par che tempre

nel volto, petto e cor del lume santo;

     che, quando viene, e quando parte il sole,

la notte e ’l giorno ognor, la state e ’l verno,

tenebre e luce darmi e tôrmi suole,

     tanto con l’occhio fuor, con l’occhio interno,

agli atti suoi, ai modi, a le parole,

splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.

 

 

XXVII

 

     Altri mai foco, stral, prigione o nodo

sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto

non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,

quanto ’l mi’ ardente, acuto, acerba e sodo.

     Né qual io moro e nasco, e peno e godo,

mor’altra e nasce, e pena ed ha diletto,

per fermo e vario e bello e crudo aspetto,

che ’n voci e ’n carte spesso accuso e lodo.

     Né fûro ad altrui mai le gioie care,

quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,

mirando a le mie luci or fosche or chiare.

     Mi dorrà sol, se mi trarrà d’impaccio,

fin che potrò e viver ed amare,

lo stral e ’l foco e la prigione e ’l laccio.

 

 

XXVIII

 

     Quando innanti ai begli occhi almi e lucenti,

per mia rara ventura al mondo, i’ vegno,

lo stil, la lingua, l’ardire e l’ingegno,

i pensieri, i concetti e i sentimenti

     o restan tutti oppressi o tutti spenti,

e quasi muta e stupida divegno;

o sia la riverenza, in che li tegno,

o sia che sono in quel bel lume intenti.

     Basta ch’io non so mai formar parola,

sì quel fatale e mio divino aspetto

la forza insieme e l’anima m’invola.

     O mirabil d’Amore e raro effetto,

ch’una sol cosa, una bellezza sola

mi dia la vita, e tolga l’intelletto!

 

 

XXIX

 

     Mentr’io conto fra me minutamente

le doti del mio conte a parte a parte,

nobiltate, bellezza, ingegno ed arte,

che lo fan chiaro sovra l’altra gente,

     tale e tanto piacer l’anima sente,

che, sendo tutte le sue virtù sparte,

mi meraviglio come non si parte,

volando al ciel per starci eternamente.

     E certo v’anderia, se non temesse

che restasse il suo ben da lei diviso,

e men beato il suo stato rendesse;

     perché ’l suo vero e proprio paradiso,

quello che per bearsi ella si elesse,

è ’l mio dolce signor e ’l suo bel viso.

 

 

XXX

 

     Fra quell’illustre e nobil compagnia

di grazie, che vi fan, conte, immortale,

s’erge più d’altra e vaga stende l’ale

del canto la dolcissima armonia.

     Quella in noi ogni acerba cura e ria

può render dolce, e far lieve ogni male;

quella, quand’Euro più fiero l’assale,

può render queto il mar turbato pria.

     Il giuoco, il riso, Venere e gli Amori

si veggon l’aere far sereno intorno,

ovunque suoni il dolce accento fuori.

     Ed io, potendo far con voi soggiorno,

a l’armonia di quei celesti cori

poco mi curerei di far ritorno.

 

 

XXXI

 

     Chi non sa come dolce il cor si fura,

come dolce s’oblia ogni martìre,

come dolce s’acqueta ogni desire,

sì che di nulla più l’alma si cura,

     venga, per sua rarissima ventura,

una sol volta voi, conte, ad udire,

quando solete cantando addolcire

la terra e ’l cielo e ciò che fe’ natura.

     Al suon vedrà degli amorosi accenti

farsi l’aere sereno ed arrestare

l’orgoglio l’acque, le tempeste e i venti.

     E, visto poi quel che potete fare,

crederà ben che tigri, orsi e serpenti

arrestasse anche Orfeo col suo cantare.

 

 

XXXII

 

     Per le saette tue, Amor, ti giuro,

e per la tua possente e sacra face,

che, se ben questa m’arde e ’l cor mi sface,

e quelle mi feriscon, non mi curo;

     quantunque nel passato e nel futuro

qual l’une acute, e qual l’altra vivace,

donne amorose, e prendi qual ti piace,

che sentisser giamai né fian, né fûro;

     perché nasce virtù da questa pena,

che ’l senso del dolor vince ed abbaglia,

sì che o non duole, o non si sente appena.

     Quel, che l’anima e ’l corpo mi travaglia,

è la temenza ch’a morir mi mena,

che ’l foco mio non sia foco di paglia.

 

 

XXXIII

 

     Quando sarete mai sazie e satolle

del lungo strazio mio, de le mie pene,

luci, assai più che ’l sol chiare e serene,

ch’ora illustrate il vostro amato colle?

     Quando fia che non sia di pianto molle

il petto mio, ch’a gran pena sostiene

l’anima fuggitiva, or che la spene,

ch’era sì poca, ancora Amor ne tolle?

     Quando fia che vi vegga un dì pietose,

e duri la pietà vostra, e non manchi

tosto, come le lievi e frali cose?

     O non fia, lassa, mai, o saran bianchi

questi crin prima, e quei sensi amorosi,

accesi or sì, saranno freddi e stanchi.

 

 

XXXIV

 

     Sai tu, perché ti mise in mano, Amore,

gli stral tua madre, ed agli occhi la benda?

Perché quella saetti, impiaghi e fenda

i cor di questo e quel fido amatore;

     e con questi non possi veder fuore

de’ colpi tuoi la crudeltà stupenda,

sì che pietoso affatto non ti renda,

o almen non tempri l’empio tuo furore.

     Che, se vedessi un dì la piaga mia,

o non saresti dio, ma cruda fèra,

o pietoso o men aspro ti faria.

     Non vorrei già che tu vedessi in cera

i raggi del mio sol; ché ti parria

forse a l’incontro picciola e leggera.

 

 

XXXV

 

     Accogliete benigni, o colle, o fiume,

albergo de le Grazie alme e d’Amore,

quella ch’arde del vostro alto signore,

e vive sol de’ raggi del suo lume;

     e, se fate ch’amando si consume

men aspramente il mio infiammato core,

pregherò che vi sieno amiche l’ôre,

ogni ninfa silvestre ed ogni nume,

     e lascerò scolpita in qualche scorza

la memoria di tanta cortesia,

quando di lasciar voi mi sarà forza.

     Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,

che devrebbe scemar, più si rinforza,

e più ch’altrove qui s’ama e disia.

 

 

XXXVI

 

     Cesare e Ciro, i vostri fidi spegli,

in cui mai sempre, signor, vi mirate,

poi ch’a seguir le lor chiare pedate

par che ciascun di lor v’infiammi e svegli,

     perché, sì come è stato questi e quegli

essempio di clemenzia e di pietate,

solo in questa virtù v’allontanate

da que’ due chiari ed onorati vegli?

     Perché non sète voi mite e clemente

a me vostra prigion, vostra fattura,

come fûr essi a l’acquistata gente?

     Anzi forse voi sète di natura

mite con tutti, e meco solamente

d’aspra e spietata. Oh mia somma sventura!

 

 

XXXVII

 

     Altero nido, ove ’l mio vivo sole

prese da prima il suo terreno incarco;

onde però va più leggero e scarco

di quel che da tutt’altri andar si suole;

     i’ vorrei dir, ma non so far parole

di tanti e tanti pregi, onde sei carco;

perché lo stil a l’alta impresa è parco,

e via più a chi t’onora entro e ti cole.

     Perciò mi taccio, e prego ’l ciel che sempre

ti serbi in questo lieto e vago stato,

in queste care e graziose tempre;

     e renda ognor più chiaro e più lodato

il tuo signor e mio, e ch’i’ mi stempre

sempre nel mio bel foco alto e pregiato.

 

 

XXXVIII

 

     Qualunque dal mio petto esce sospiro,

ch’escono ad or ad or ardenti e spessi

dal dì che per mio sole gli occhi elessi.

ch’a prima vista a morte mi ferîro,

     vanno verso il bel colle, ove pur miro,

benché lontana, e vanno anche con essi

i miei pensieri e tutti i sensi stessi;

né val s’io li ritengo o li ritiro,

     perché la propria loro e vera stanza

son que’ begli occhi e quella alma beltade,

che prima mi destâr la desianza,

     O pur sieno ivi accolti da pietade!

di che non spero, poi che per usanza

vi suol sempre aver luogo crudeltade.

 

 

XXXIX

 

     Se con tutto il mio studio e tutta l’arte

io non posso accennar pur quanto e quale

è ’l foco mio dal dì che ’l primo strale

m’aventò Amor ne la sinistra parte,

     come volete voi, signor, che ex parte

l’altrui voglie amorose e l’altrui male

con questa forza stanca e così frale

i’ dica in vive voci, o scriva in carte?

     Datemi o ’l ciel più stile o voi men pena,

ond’abbia o più vigor o men martìre,

sì che la vostra voglia resti piena.

     E, se ciò non si può, vostro desire

adempiete da voi, ch’avete vena,

stile ed ingegno eguale al vostro dire.

 

 

XL

 

     Onde, che questo mar turbate spesso,

come turba anco me la gelosia,

venite a starvi meco in compagnia,

poi che mi sète sì care e sì presso:

     così fiero Austro ed Aquilon con esso

men importuno e men crudo vi sia;

così triegua talor Eolo vi dia,

quel ch’a me da l’amor non m’è concesso.

     Lassa, ch’io ho da pianger tanto e tanto,

che l’umor, che per gli occhi verso fore,

è poco o nulla, se fosse altrettanto.

     Voi mi darete voi del vostro umore

quanto mi basti a disfogar il pianto,

che si conviene a l’alto mio dolore.

 

 

XLI

 

     Ahi, se così vi distrignesse il laccio,

come, misera, me strigne ed affrena,

non cerchereste d’una in altra pena

girmi traendo, e d’uno in altro impaccio;

     ma perch’io son di foco e voi di ghiaccio,

voi sète in libertade ed io ’n catena,

i’ son di stanca e voi di franca lena,

voi vivete contento ed io mi sfaccio.

     Voi mi ponete leggi, ch’a portarle

non basterian le spalle di Milone,

non ch’io debile e fral possa osservarle.

     Seguite, poi che ’l ciel così dispone:

forse ch’un giorno Amor potria mutarle;

forse ch’un dì farà la mia ragione.

 

 

XLII

 

     Tu pur mi promettesti amica pace,

Amor, il dì che tua serva divenni,

mostrandomi i begli occhi, i guardi e i cenni,

ove tua madre alberga e si compiace.

     Ed or, quasi signor empio e fallace,

poi ch’una volta il tuo giogo sostenni,

ad or ad or nove saette impenni,

ed accendi una ed or un’altra face;

     e mi trafigi e mi consumi il core

col mezzo de l’orgoglio di colui,

che tanto gode, quanto altri si more.

     Così, misera me, tradita fui,

giovane incauta, sotto fé d’Amore;

e doler mi vorrei, né so di cui.

 

 

XLIII

 

     Dura è la stella mia, maggior durezza

è quella del mio conte: egli mi fugge,

i’ seguo lui; altri per me si strugge,

i’ non posso mirar altra bellezza.

     Odio chi m’ama, ed amo chi mi sprezza;

verso chi m’è umìle il mio cor rugge,

e son umìl con chi mia speme adugge;

a così stranio cibo ho l’alma avezza.

     Egli ognor dà cagione a novo sdegno,

essi mi cercan dar conforto e pace:

i’ lasso questi, ed a quell’un m’attegno.

     Così ne la tua scola, Amor, si face

sempre il contrario di quel ch’egli è degno:

l’umìl si sprezza, e l’empio si compiace.

 

 

XLIV

 

     Se tu vedessi, o madre degli Amori,

e teco insieme il tuo figlio diletto,

l’accese e vive fiamme del mio petto,

a quali altre fûr mai pari o maggiori;

     se tu vedessi i pelaghi d’umori,

che, dapoi che ’l mio cor ti fu soggetto,

mercé del vago e grazioso aspetto,

per questi occhi dolenti verso fuori;

     so ch’avresti pietà del mio gran pianto

e de la fiamma mia spietata e ria,

che per sfogar talor descrivo e canto.

     Ma voi ferite, e poi fuggite via

più che folgor veloci, ed io fra tanto

resto col pianto e con la fiamma mia.

 

 

XLV

 

     Io vo pur descrivendo d’ora in ora

la beltà vostra e ’l vostro raro ingegno,

e ’l valor d’altro stil, che del mio, degno,

se non quant’ei più d’altro mai v’onora;

     né, perch’io m’affatichi, giungo ancora

di tanti pregi vostri al minor segno,

conte, d’ogni virtù nido e sostegno,

senza cui la mia vita morte fôra.

     Così, s’io prendo a scriver, il mio foco

è tanto e tal, da ch’egli da voi nasce,

che, s’io ne dico assai, ne dico poco.

     Questo e quello il mio cor nutrisce e pasce,

e questo e quel mi dà martìr e gioco:

così fui destinata entro le fasce.

 

 

XLVI

 

     Alto colle, almo fiume, ove soggiorno

fan le virtuti e le Grazie e gli Amori,

dal dì che dimostraste al mondo fòri

chi fa me, chi fa lui chiaro et adorno,

     asserena tu ’l fronte, alza tu ’l corno,

tu con nove acque, e tu con novi fiori

or che fa, colmo anch’ei di novi onori,

il signor vostro e mio a voi ritorno.

     E, poi che fia con voi, per cortesia

oprate sì ch’a me ritorni tosto;

ché viver senza lui poco porìa.

     Così stia ’l verno a voi sempre discosto,

così Flora e Pomona in compagnia

vi faccian sempre aprile e sempre agosto.

 

 

XLVII

 

     Io son da l’aspettar omai sì stanca,

sì vinta dal dolor e dal disio,

per la sì poca fede e molto oblio

di chi del suo tornar, lassa, mi manca,

     che lei, che ’l mondo impalidisce e ’mbianca

con la sua falce e dà l’ultimo fio,

chiamo talor per refrigerio mio,

sì ’l dolor nel mio petto si rinfranca.

     Ed ella si fa sorda al mio chiamare,

schernendo i miei pensier fallaci e folli,

come sta sordo anch’egli al suo tornare.

     Così col pianto, ond’ho gli occhi miei molli,

fo pietose quest’onde e questo mare;

ed ei si vive lieto ne’ suoi colli.

 

 

XLVIII

 

     Come l’augel, ch’a Febo è grato tanto,

sovra Meandro, ove suol far soggiorno,

quando s’accosta il suo ultimo giorno,

move più dolci le querele e ’l canto,

     tal io, lontana dal bel viso santo,

sovra il superbo d’Adria e ricco corno,

morte, téma ed orror avendo intorno,

affino, lassa, le querele e ’l pianto.

     E sono in questo a quell’uccel minore:

che per quella, onde venne, istessa traccia

ritorna a Febo il suo diletto olore;

     ed io, perché morendo mi disfaccia,

non pur non torno a star col mio signore,

ma temo che di me tutto gli spiaccia.

 

 

XLIX

 

     Qual sempre a’ miei disir contraria sorte

fra la spiga e la man mi s’è tramessa,

sì che la gioia, che mi fu promessa,

tarda tanto a venir per darmi morte?

     Le mie due vive, due fidate scorte,

il signor mio, anzi l’anima stessa,

l’imagin, che nel cor m’è sempre impressa,

perché non batte omai, lassa, a le porte?

     L’alma allargata a questa nova speme,

che ristretta nel duol prendea vigore,

mancherà tosto certo, se non viene.

     E saran de’ miracoli d’Amore,

ch’un’ombra breve di sperato bene

tolga altrui vita, e dia vita il dolore.

 

 

L

 

     Poi ch’Amor mi ferì di crude ponte,

vostra mercé, qual sète vivo e vero,

v’ho scolpito nel fronte e nel pensiero,

sì che nessun sembiante più s’affronte.

     Il viso stesso, il proprio stesso fronte,

il proprio ciglio umilemente altero,

gli occhi stessi, i due sol de l’emispero,

le stesse grazie e le fattezze cónte;

     in questo il mio ritratto è dissimìle:

ché, qual mi sète, vi mostra alteretto,

là dove sète a tutti gli altri umìle.

     Ora, per far ch’anch’io v’abbia perfetto,

per far ch’anch’io pur v’abbia a voi simìle,

emendate anche meco un tal difetto.

 

 

LI

 

     Vieni, Amor, a veder la gloria mia,

e poi la tua; ché l’opra de’ tuoi strali

ha fatto ambeduo noi chiari, immortali,

ovunque per Amor s’ama e disia.

     Chiara fe’ me, perché non fui restia

ad accettar i tuoi colpi mortali,

essendo gli occhi, onde fui presa, quali

natura non fe’ mai poscia, né pria;

     chiaro fe’ te, perché a lodarti vegno

quanto più posso in rime ed in parole

con quella, che m’hai dato, vena e ingegno.

     Or a te si convien far che quel sole,

che mi desti per guida e per sostegno,

non lasci oscure queste luci e sole.

 

 

LII

 

     Beate luci, or se mi fate guerra

voi, donde può venir sol la mia pace;

se ’l viver mio a voi, luci alme, spiace

e la mia vita in voi solo si serra;

     mi converrà (e chi nol crede s’erra)

o viver sempre in guerra aspra e tenace,

o tosto tosto l’anima fugace,

lasciato il corpo, se n’andrà sotterra.

     E così rimarrete senza poi

soggetto, ove possiate essercitare

la crudeltate vostra, Amor e voi.

     Io ne verrò al fine a guadagnare;

ché, morend’un senza peccati suoi,

felicemente suol al ciel poggiare.

 

 

LIII

 

     Se d’arder e d’amar io non mi stanco,

anzi crescermi ognor questo e quel sento,

e di questo e di quello io non mi pento,

come Amor sa, che mi sta sempre al fianco,

     onde avien che la speme ognor vien manco,

da me sparendo come nebbia al vento,

la speme, che ’l mio cor può far contento,

senza cui non si vive, e non vissi anco?

     Nel mezzo del mio cor spesso mi dice

un’incognita téma: — O miserella,

non fia ’l tuo stato gran tempo felice;

     ché fra non molto porìa sparir quella

luce degli occhi tuoi vera beatrice,

ed ogni gioia tua sparir con ella.

 

 

LIV

 

     Se non temprasse il foco del mio core

l’umor, che verso per gli occhi sì spesso,

io avrei visto già di morte il messo,

e l’alma ad ubidirla uscita fore;

     perché la speme omai cede al timore,

ed ogni cosa mia soggiace ad esso,

poi che si vede a mille segni espresso

che chi può farlo vuole il mio dolore.

     Dunque, s’io vivo, è mercé del mio pianto;

s’io moro, è colpa de le crude voglie

del mio signor, in vista dolce tanto.

     Ei mi legò sì ch’altri non mi scioglie,

ei vuol aver de la mia morte il vanto.

O poco chiare ed onorate spoglie!

 

 

LV

 

     Voi, che ’n marmi, in colori, in bronzo, in cera

imitate e vincete la natura,

formando questa e quell’altra figura,

che poi somigli a la sua forma vera,

     venite tutti in graziosa schiera

a formar la più bella creatura,

che facesse giamai la prima cura,

poi che con le sue man fe’ la primiera.

     Ritraggete il mio conte, e siavi a mente

qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;

sì che a tanta opra non manchi niente.

     Fategli solamente doppio il core,

come vedrete ch’egli ha veramente

il suo e ’l mio, che gli ha donato Amore.

 

 

LVI

 

     Ritraggete poi me da l’altra parte,

come vedrete ch’io sono in effetto:

viva senz’alma e senza cor nel petto

per miracol d’Amor raro e nov’arte;

     quasi nave che vada senza sarte,

senza timon, senza vele e trinchetto,

mirando sempre al lume benedetto

de la sua tramontana, ovunque parte.

     Ed avertite che sia ’l mio sembiante

da la parte sinistra afflitto e mesto,

e da la destra allegro e trionfante:

     il mio stato felice vuol dir questo,

or che mi trovo il mio signor davante;

quello, il timor che sarà d’altra presto.

 

 

LVII

 

     A che, signor, affaticar invano

per ritrarvi e scolpirvi in marmi o in carte,

o gli altri c’hanno fama di quest’arte,

o ’l chiaro Buonaroti, o Tiziano,

     se scolpito qual sète aperto e piano

v’ho nel petto e nel fronte a parte a parte,

sì che l’imagin d’indi unqua non parte,

perché siate voi presso o pur lontano?

     Ma forse voi volete esser ritratto

in sembiante leale e grazioso,

qual sète a tutti in ogn’opra, in ogn’atto;

     dove, lassa, ch’a pena dirvel oso,

vi porto impresso, qual vi provo in fatto,

un pochetto incostante e disdegnoso.

 

 

LVIII

 

     Deh perché non ho io l’ingegno e l’arte

di Lisippo e d’Apelle, onde potessi

il viso, che per sole al mondo elessi,

dipinger e scolpir in qualche parte,

     poi che non posso ben ritrarr’in carte,

com’avrian con lo stile ritratto essi,

le mie due stelle, la cui luce impressi

pria sì nel cor, che d’indi non si parte?

     Perch’io rimarrei sol con un tormento

d’amar e sospirar, e ’l cor saria

d’ogni altra cura poi pago e contento;

     dov’or piango l’acerba pena mia,

e piango ch’atta a pinger non mi sento

al mondo il mio bel sol quanto devria.

 

 

LIX

 

     Quelle lagrime calde e quei sospiri,

che vedete ch’io spargo sì cocenti

da poter arrestar il mar co’ venti,

quando avien ch’ei più frema e più s’adiri,

     come potete voi coi vostri giri

rimirar non pur queti, ma contenti?

O cor di fère tigri e di serpenti,

che vive sol de’ duri miei martìri!

     Deh prolungate almen per alcun’ore

questa vostra ostinata dipartita,

fin che m’usi a portar tanto dolore;

     perciò ch’a così sùbita sparita

io potrei de la vita restar fuore,

sol per servir a voi da me gradita.

 

 

LX

 

     Quinci Amor, quindi cruda empia Fortuna

m’affligon sì, che non so com’io possa

riparar questa e quell’altra percossa,

che mi dànno a vicenda or l’altro or l’una.

     Aer, mar, terra, ciel, sol, stelle e luna,

con quant’ha più ciascuna orgoglio e possa

a danno mio, a mia ruina mossa,

lassa, mi si mostrò fin da la cuna.

     E quel ch’è sol il mio fido sostegno,

per accrescermi duol, fra sì brev’ora

partirassi da me senza ritegno.

     Almen venisse acerba morte ancora,

mentr’io dolente mi lamento e sdegno,

da le man di tant’oste a trarmi fòra!

 

 

LXI

 

     Chi mi darà soccorso a l’ora estrema,

che verrà morte a trarmi fuor di vita

tosto, dopo l’acerba dipartita,

onde fin d’ora il cor paventa e trema?

     Madre e sorella no, perché la téma

questa e quella a dolersi meco invita,

e poi per prova omai la lor aita

non giova a questa doglia alta e suprema.

     E le vostre fidate amiche scorte,

che di giovarmi avriano sole il come,

saran lontane in quella altera corte.

     Dunque i’ porrò queste terrene some

senza conforto alcun, se non di morte,

sospirando e chiamando il vostro nome.

 

 

LXII

 

     Or che torna la dolce primavera

a tutto il mondo, a me sola si parte;

e va da noi lontana in quella parte,

ov’è del sol più fredda assai la sfera.

     E que’ vermigli e bianchi fior, che ’n schiera

Amor nel viso di sua man comparte

del mio signor, del gran figlio di Marte,

daranno agli occhi miei l’ultima sera,

     e fioriranno a gente, ove non fia

chi spiri e viva sol del lor odore,

come fa la penosa vita mia.

     O troppo iniquo, e troppo ingiusto Amore,

a comportar che degli amanti stia

sì lontano l’un l’altro il corpo e ’l core

 

 

LXIII

 

     Questo poco di tempo che m’è dato,

anzi di vita, avanti il partir vostro,

voi devreste, o del mondo unico mostro,

essermi pur ad or ad or a lato;

     acciò che poi, essendo dilungato

dal felice e natio terreno nostro,

prenda vigor dal vago avorio ed ostro

il mio poi, senza voi, misero stato.

     Perché, se vi partite, ed io non prenda

prima vigor da voi, converrà certo

ch’a morte l’alma subito si renda.

     E, dove al monte faticoso ed erto

d’onor poggiate, temo non offenda

questa macchia il candor del vostro merto.

 

 

LXIV

 

     Voi che novellamente, donne, entrate

in questo pien di tèma e pien d’errore

largo e profondo pelago d’Amore,

ove già tante navi son spezzate,

     siate accorte, e tant’oltra non passate,

che non possiate infine uscirne fore,

né fidate in bonacce o ’n second’ôre;

ché come a me vi fian tosto cangiate.

     Sia dal mio essempio il vostro legno scorto,

cui ria fortuna allor diede di piglio,

che più sperai esser vicina al porto.

     Sovra tutto vi do questo consiglio:

prendete amanti nobili; e conforto

questo vi fia in ogni aspro periglio.

 

 

LXV

 

     Deh, se vi fu giamai dolce e soave

la vostra fidelissima Anassilla,

mentre serrata, sì che nullo aprilla,

teneste del suo cor, conte, la chiave;

     leggendo in queste carte il lungo e grave

pianto, a cui Amor per voi, lassa, sortilla,

mostrar almen di pietà una scintilla,

in premio di sua fé, non vi sia grave.

     Accompagnate almen con un sospiro

la schiera immensa de’ sospiri suoi,

che mille volte i ciel pietosi udîro.

     Così sia sempre Amor benigno a voi,

quanto a lei fu per voi spietato e diro;

così non sia mai cosa che v’annoi.

 

 

LXVI

 

     Ricevete cortesi i miei lamenti,

e portateli fide al mio signore,

o di Francia beate e felici ôre,

che godete or de’ begli occhi lucenti.

     E ditegli con tristi e mesti accenti

che, s’ei non move a dar soccorso al core,

o tornando o scrivendo, fra poche ore

resteran gli occhi miei di luce spenti;

     perché le pene mie molte ed estreme

per questa assenzia omai son giunte in parte,

dove di morte sol si pensa e teme.

     E, s’egli avien che ’ndarno restin sparte

dinanzi a lui le mie voci supreme,

al mio scampo non ho più schermo od arte.

 

 

LXVII

 

     Chi porterà le mie giuste querele

al mio signor, al gran re franco appresso,

d’ogni rara eccellenza essempio espresso

e, fuor ch’a me, a tutti altri fedele?

     Aure de’ miei sospir, voi che le vele

de’ miei caldi disir gonfiate spesso,

sarete il mio secreto e fido messo,

onde ’l mio stato a lui sol si rivele.

     E, se la lunga e faticosa via

vi sbigottisce, venga con voi anche

la poca e nulla omai speranza mia.

     E, s’egli avien ch’ancor essa si stanche,

quando dinanzi a l’idol nostro fia,

tornate a me, ch’anch’io conven che manche.

 

 

LXVIII

 

     Chiaro e famoso mare,

sovra ’l cui nobil dosso

si posò ’l mio signor, mentre Amor volle;

rive onorate e care

(con sospir dir lo posso),

che ’l petto mio vedeste spesso molle;

soave lido e colle,

che con fiato amoroso

udisti le mie note,

d’ira e di sdegno vòte,

colme d’ogni diletto e di riposo;

dite tutti intenti

il suon or degli acerbi miei lamenti.

     I’ dico che dal giorno

che fece dipartita

l’idolo, ond’avean pace i miei sospiri,

tolti mi fûr d’attorno

tutti i ben desta vita;

e restai preda eterna de’ martìri:

e, perch’io pur m’adiri

e chiami Amor ingrato,

che m’involò sì tosto

il ben ch’or sta discosto,

non per questo a pietade è mai tornato;

e tien l’usate tempre,

perch’io mi sfaccia e mi lamenti sempre.

     Deh fosse men lontano

almen chi move il pianto,

e chi move le giuste mie querele!

ché forse non invano

m’affligerei cotanto,

e chiamerei Amor empio e crudele,

ch’amaro assenzio e fele

dopo quel dolce cibo

mi fe’, lassa, gustare

in tempre aspre ed amare.

O duro tòsco, che ’n amor delibo,

perché fai sì dogliosa

la vita mia, che fu già sì gioiosa?

     Almen, poi che m’è lunge

il mio terrestre dio,

che sì lontano ancor m’apporta guai,

il duol che sì mi punge

non mandasse in oblio,

e l’udisse ei, per cui piansi e cantai:

men acerbi i miei lai,

men cruda la mia pena,

men fiero il mio tormento,

che giorno e notte sento,

fôra per la sua luce alma e serena;

e sariami ’l dispetto

dolce sovra ogni dolce alto diletto.

     S’egli è pur la mia stella,

e se s’accorda il cielo,

ch’io moia per cagion così gradita,

venga Morte, e con ella

Amor, e questo velo

tolgan, ed esca fuor l’alma smarrita;

che, da suo albergo uscita,

volerà lieta in parte,

dove s’avrà mercede

de la sua viva fede,

fede d’esser cantata in mille carte.

Ma, lassa, a che non torna

chi le tenebre mie con gli occhi adorna?

     Se tu fossi contenta,

canzon, come sei mesta,

n’andresti chiara in quella parte e ’n questa.

 

 

LXIX

 

     Mentre, signor, a l’alte cose intento,

v’ornate in Francia l’onorata chioma,

come fecer i figli alti di Roma,

figli sol di valor e d’ardimento,

     io qui sovr’Adria piango e mi lamento,

sì da’ martìr, sì da’ travagli doma,

gravata sì da l’amorosa soma,

che mi veggo morir, e lo consento.

     E duolmi sol che, sì come s’intende

qui ’l suon da noi de’ vostri onor, ch’omai

per tutta Italia sì chiaro si stende,

     non s’oda in Francia il suono de’ miei lai,

che così spesso il ciel pietoso rende,

e voi pietoso non ha fatto mai.

 

 

LXX

 

     O ora, o stella dispietata e cruda,

ch’io vidi dipartir la gloria mia,

lasciando di beata ch’io era pria

la vita mia d’ogni suo bene ignuda!

     Da indi in qua per me si trema e suda,

si piagne, si dispera e si disia:

e sarà meraviglia, se non fia

che morte tosto queste luci chiuda.

     Che, del lor fatal sol restate senza,

altra luce giamai mirar non ponno,

che lor non sembri notte e dipartenza.

     Dunque o lor tosto, Amor, rendi lor donno,

o, per non soffrir più sì dura assenza,

tosto le chiudi in sempiterno sonno.

 

 

LXXI

 

     Quando più tardi il sole a noi aggiorna,

e quando avien che poi più tardi annotte,

quand’ei mostra il crin d’òr, quando la notte

mostra la luna l’argentate corna,

     il mio cor lasso a’ suoi sospir ritorna,

a le voci, a le lagrime interrotte;

sì l’ha tutte ad un segno ricondotte

l’assenzia di colui che Francia adorna.

     E sì caldo disio di rivederlo

fra tutt’altri martìr mi preme e punge,

che non so come omai più sostenerlo.

     E duolmi più ch’egli è da me sì lunge,

ch’a poter richiamarlo ed a poterlo

mover a pièta il mio gridar non giunge.

 

 

LXXII

 

     La mia vita è un mar: l’acqua è ’l mio pianto,

i venti sono l’aure de’ sospiri,

la speranza è la nave, i miei desiri

la vela e i remi, che la caccian tanto.

     La tramontana mia è il lume santo

de’ miei duo chiari, duo stellanti giri,

a’ quai convien ch’ancor lontana i’ miri

senza timon, senza nocchier a canto.

     Le perigliose e sùbite tempeste

son le teme e le fredde gelosie,

al dipartirsi tarde, al venir preste.

     Bonacce non vi son, perché dal die

che voi, conte, da me lontan vi feste,

partir con voi l’ore serene mie.

 

 

LXXIII

 

     Deh foss’io certa almen ch’alcuna volta

voi rivolgeste a me l’alto pensiero,

conte, a cui per mio danno i cieli diêro

sì da’ lacci d’Amor l’anima sciolta.

     L’acerba pena mia nel petto accolta,

l’empia mercé del dispietato arciero,

i sospir, che ’n amor sola mi fêro,

avrian triegua talor o poca o molta.

     Ma ’l sentirmi patir carca di fede,

senza mover pietade a chi mi strugge,

a chi contento i miei tormenti vede,

     sì le speranze mie tronca et adugge,

che, se Dio di rimedio non provede,

l’alma per dipartirsi freme e rugge.

 

 

LXXIV

 

     La gran sete amorosa che m’afflige,

la memoria del ben onde son priva,

che mi sta dentro al cor tenace e viva,

sì che null’altra più forte s’affige,

     sovra ogni forza mia move et addige

la vena mia per sé muta e restiva,

e fa che ’n queste carte adombri e scriva

quanto aspramente Amor m’arde e trafige.

     Chi fa qual noi parlar la muta pica?

chi ’l nero corvo e gli altri muti uccelli?

La brama sol di quel che li nutrica.

     Però s’avien ch’io scriva e ch’io favelli,

narrando l’amorosa mia fatica,

non son io no, son gli occhi vaghi e belli.

 

 

LXXV

 

     Fa’ ch’io rivegga, Amor, anzi ch’io moia,

gli occhi, che di lontan chiamo e sospiro,

fuor de’ quai ciò ch’io veggio e ciò ch’io miro

con questi miei mi par tenebre e noia.

     Quante fiamme or vome Etna, arser già Troia

in quell’incendio dispietato e diro,

a petto a le mie fiamme, al mio martiro,

son poco o nulla, anzi son pace e gioia.

     E, se ’l sol de le luci mie divine,

chi ’l crederia? tornando non lo smorza,

sento che ’l mio incendio è senza fine.

     Oh mirabil d’Amor e nova forza!

ché dove avien ch’un foco l’altro affine,

qui solo un foco l’altro vince e sforza.

 

 

LXXVI

 

     Quando talor Amor m’assal più forte,

e ’l desir e l’assenzia mi fan guerra,

e questa e quel vorria pormi sotterra,

preda d’oscura e dispietata morte,

     io mi rivolgo a le mie fide scorte,

onde, benché lontan, virtù si sferra

tal che la nave mia, che dubbiosa erra,

subito par ch’al nido si riporte;

     sì che quanto ho d’Amor onde mi doglia,

tanto ho onde mi lodi, poi ch’io sento

ch’una sol man mi leghi, una mi scioglia.

     O gioia amara, o mio dolce tormento,

io prego il ciel che mai non mi vi toglia,

e sia ’l mio stato or misero, or contento.

 

 

LXXVII

 

     O de le mie fatiche alto ritegno,

mentre ad Amor ed a Fortuna piacque,

conte gentil, a cui giamai non nacque

bellezza egual, valor, sangue ed ingegno;

     se ’l vostro cor di maggior donna degno

una volta in me sola si compiacque,

se fin gli scogli d’Adria, i lidi e l’acque

san che voi sète il mio solo sostegno,

     perché senza mia colpa e mio difetto,

se non d’esser più ch’altra fida stata,

m’avete tratta fuor del vostro petto?

     Questa è la gioia mia da voi sperata?

è questo quel che voi m’avete detto?

questa è la fé che voi m’avete data?

 

 

LXXVIII

 

     Gli occhi onde mi legasti, Amor, affrena,

sì che non veggan mai altra bellezza,

altra creanza ed altra gentilezza

di belle donne, onde la Francia è piena;

     acciò che quanto ora è dolce ed amena,

non sia piena di lagrime e d’asprezza

la vita mia, ch’ogn’altra cosa sprezza,

fuor che la luce lor chiara e serena.

     E, s’egli avien che sia lor mostro a sorte

obietto che sia degno esser amato,

ed accenda quel cor tenace e forte,

     ferisci lui col tuo stral impiombato,

o con quel d’oro dona a me la morte,

perché viver non voglio in tale stato.

 

 

LXXIX

 

     La fé, conte, il più caro e ricco pegno

che possa aver illustre cavaliero,

come cangiaste voi presto e leggiero,

fuor che di lei d’ogni virtù sostegno?

     A pena vide voi ’l gallico regno,

che mutaste con lei voglia e pensiero;

ed Anassilla e ’l suo fedele e vero

amor sparir da voi tutti ad un segno.

     E piaccia pur a lui, che mi governa,

che non sia la cagion di questo oblio

novella fiamma nel cor vostro interna!

     O, se ciò è, acerbo stato mio!

o doglia mia sovra ogni doglia eterna!

o fidanza d’Amor che mi tradìo!

 

 

LXXX

 

     Prendi, Amor, de’ tuoi lacci il più possente,

che non abbia né schermo, né difesa,

onde Evadne e Penelope fu presa,

e lega il mio signor novellamente.

     A pena ei fu dagli occhi nostri assente,

per gir a l’alta ed onorata impresa,

che, noi scherniti e sua fé vilipesa,

rivolse altrove la superba mente.

     E, quasi in alto pelago sommerso

d’oblivione, a la sua Anassilla

non ha degnato mai scriver un verso.

     O Nerone, o Mezenzio, o Mario, o Silla,

chi fu di voi sì crudo e sì perverso,

d’amor gustata pur una scintilla?

 

 

LXXXI

 

     Questo aspro conte, un cor d’orsa e di tigre,

che ’n così vago e mansueto aspetto

per forza di valor e d’intelletto

a la strada di gloria par che migre,

     non so per qual cagion guasti e denigre,

col mancarmi di fé, sì degno effetto,

e l’ali di sua fama col difetto

d’infedeltà renda restive e pigre.

     Almen gli foss’io presso, onde potessi

dimostrargli il suo fallo e ’l dolor mio,

sì che fido e pietoso lo facessi!

     Ma i’ son qui, lassa, colma di desio,

e i miei lamenti a l’aure son commessi:

egli in Francia si sta colmo d’oblio.

 

 

LXXXII

 

     Qui, dove avien che ’l nostro mar ristagne,

conte, la vostra misera Anassilla,

quando la luna agghiaccia e ’l sol favilla,

pur voi chiamando, si lamenta ed agne.

     Voi, dove avien che l’Oceano bagne,

la notte, il giorno, a l’alba ed a la squilla,

menando vita libera e tranquilla,

mirate lieto il mar e le campagne.

     E sì l’assenzia e ’l poco amor v’invola

la memoria di lei, la vostra fede,

che pur non le scrivete una parola.

     O fra tutt’altre mia miseria sola!

o pena mia, ch’ogn’altra pena eccede!

Ciò si comporta, Amor, ne la tua scola?

 

 

LXXXIII

 

     Oimè, le notti mie colme di gioia,

i dì tranquilli, e la serena vita,

come mi tolse amara dipartita,

e converse il mio stato tutto in noia!

     E perché temo ancor (che più m’annoia)

che la memoria mia sia dipartita

da quel conte crudel, che m’ha ferita,

che mi resta altro omai, se non ch’io moia?

     E vo’ morir, ché rimirar d’altrui

quel che fu mio quest’occhi non potranno,

perché mirar non sanno altri che lui.

     Prendano essempio l’altre che verranno

a non mandar tant’oltra i disir sui,

che ritrar non si possan da l’inganno.

 

 

LXXXIV

 

     O sacro, amato e grazioso aspetto,

o più che ’l chiaro sol lucenti lumi,

o sangue illustre, angelici costumi,

o alto ingegno, altissimo intelletto,

     o colmi di prudenzia e di diletto,

d’eloquenzia profondi e larghi fiumi,

o finalmente, ond’io più mi consumi,

d’ogni grazia e virtù, conte, ricetto,

     qual contra a’ miei disir stella empia e cruda

già mi vi tolse, ed or vi tien discosto

contra la fé che voi mi deste pria?

     O morte dunque queste luci chiuda,

od apritele voi tornando tosto;

perché così non so quel ch’io mi sia.

 

 

LXXXV

 

     Quando talvolta il mio soverchio ardore

m’assale e stringe oltra ogni stil umano,

userei contra me la propria mano,

per finir tanti omai con un dolore.

     Se non che dentro mi ragiona Amore,

il qual giamai da me non è lontano:

— Non por la falce tua ne l’altrui grano:

tu non sei tua, tu sei del tuo signore,

     perché dal dì, ch’a lui ti diedi in preda,

l’anima e ’l corpo, e la morte e la vita

divenne sua, e a lui conven che ceda.

     Sì ch’a far da te stessa dipartita,

senza ch’egli tel dica o tel conceda,

è troppo ingiusta cosa e troppo ardita.

 

 

LXXXVI

 

     Piangete, donne, e poi che la mia morte

non move il signor mio crudo e lontano,

voi, che sète di cor dolce ed umano,

aprite di pietade almen le porte.

     Piangete meco la mia acerba sorte,

chiamando Amor, il ciel empio, inumano,

e lei, che mi ferì, spietata mano,

che mi vegga morir e lo comporte.

     E, poi ch’io sarò cenere e favilla,

dica alcuna di voi mesta e pietosa,

sentita del mio foco una scintilla:

     — Sotto quest’aspra pietra giace ascosa

l’infelice e fidissima Anassilla,

raro essempio di fede alta amorosa.

 

 

LXXXVII

 

     Prendi, Amor, i tuoi strali e la tua face,

ch’io ti rinunzio i torti e le fatiche,

le voglie a’ propri danni sempre antiche,

la guerra certa e la dubbiosa pace.

     Trova un novo soggetto e più capace,

cui ’l tuo foco arda e la tua rete intriche,

ch’io per me non vo’ più che mi si diche:

— Questa per altri indarno arde e si sface. —

     Io son dal grave essilio tuo tornata,

e son resa a me stessa, e non men pento,

mercé di lui che m’ha la via mostrata.

     E ne’ miei danni ho pur questo contento,

ch’almen, s’io fui da te sì mal trattata,

alta fu la cagion del mio tormento,

 

 

LXXXVIII

 

     Lassa, chi turba la mia lunga pace?

chi rompe il sonno e l’alta mia quiete?

chi mi stilla nel cor novella sete

di gir seguendo quel che più mi sface?

     Tu, Amore, il cui strale e la cui face

ogni contento uman recide e miete,

tu ber mi desti del tuo fiume Lete,

che più mi nòce, quanto più mi piace.

     Ahi, quando fia giamai ch’un giorno possa

voler col mio voler, resa a me stessa,

del grave giogo periglioso scossa?

     Quando fia mai che la sembianza impressa

dentro a le mie midolle e dentro a l’ossa

mi smaghi Amor, e’ miei martìr con essa?

 

 

LXXXIX

 

     Ma che, sciocca, dich’io? perché vaneggio?

perché sì fuggo questo chiaro inganno?

perché sgravarmi da sì util danno,

pronta ne’ danni miei, ad Amor chieggio?

     Come, fuor di me stessa, non m’aveggio

che quante ebber mai gioie, e quante avranno,

quante fûr donne mai, quante saranno,

co’ miei chiari martìr passo e pareggio?

     Ché l’arder per cagion alta e gentile

ogni aspra vita fa dolce e beata

più che gioir per cosa abietta e vile.

     Ed io ringrazio Amor, che destinata

m’abbia a tal foco, che da Battro a Tile

spero anche un giorno andar chiara e lodata.

 

 

XC

 

     Voi, che per l’amoroso, aspro sentiero,

donne care, com’io, forse passate;

ed avete talor viste e provate

quante pene può dar quel crudo arciero;

     dite per cortesia, ma dite il vero,

se quante ne son or, quante son state,

a l’aspre pene mie paragonate,

agguaglian un de’ miei martìr intero.

     E dite se vedeste mai sembianza

più dolce in vista e più spietata poi

del signor mio, ne l’amorosa stanza.

     Così talvolta Amor dia tregua a voi,

mentr’ei con questa dura lontananza

sfoga in me tutti ad uno i furor suoi.

 

 

XCI

 

     Novo e raro miracol di natura,

ma non novo né raro a quel signore,

che ’l mondo tutto va chiamando Amore,

che ’l tutto adopra fuor d’ogni misura:

     il valor, che degli altri il pregio fura,

del mio signor, che vince ogni valore,

è vinto, lassa, sol dal mio dolore,

dolor, a petto a cui null’altro dura.

     Quant’ei tutt’altri cavalieri eccede

in esser bello, nobile ed ardito,

tanto è vinto da me, da la mia fede.

     Miracol fuor d’amor mai non udito!

Dolor, che chi nol prova non lo crede!

Lassa, ch’io sola vinco l’infinito!

 

 

XCII

 

     Quasi quercia di monte urtata e scossa

da ogni lato e da contrari venti,

che, sendo or questi or quelli più possenti,

per cader mille volte e mille è mossa,

     la vita mia, questa mia frale possa,

combattuta or da speme or da tormenti,

non sa, lontani i chiari lumi ardenti,

in qual parte piegar omai si possa.

     Or m’affidan le carte del mio bene,

or mi disperan poi l’altrui parole;

ei mi dice: — Io pur vengo; — altri: — Non viene. —

     Sia morte meco almen, più che non suole,

pietosa a trarmi fuor di tante pene,

se non debbo veder tosto il mio sole.

 

 

XCIII

 

     Qual fuggitiva cerva e miserella,

ch’avendo la saetta nel costato,

seguìta da duo veltri in selva e ’n prato,

fugge la morte che va pur con ella,

     tal io, ferita da l’empie quadrella

del fiero cacciator crudo ed alato,

gelosia e disio avendo a lato,

fuggo, e schivar non posso la mia stella.

     La qual mi mena a miserabil morte,

se non ritorna a noi da gente strana

il sol degli occhi miei, che la conforte:

     egli è ’l dittamo mio, egli risana

la piaga mia; e può far la mia sorte,

d’aspra e noiosa, dilettosa e piana.

 

 

XCIV

 

     A che, conte, assalir chi non repugna?

a che gittar per terra chi si rende?

a che contender con chi non contende?

con chi avete mai sempre fra l’ugna?

     Sapete che co’ morti non si pugna;

ché lo splendor d’un cavalier offende,

e ’l vostro più, che l’ali oggimai stende

dove non so s’altrui chiarezza aggiugna.

     Guardate che la fama de le tante

vostre vittorie poi non renda oscura,

signor, quest’una sola, e non ammante.

     Io per me stimerei mia gran ventura

l’esser veduta al vostro carro innante;

ma voi del vostro onor abiate cura.

 

 

XCV

 

     Menami, Amor, omai, lassa! il mio sole,

che mi solea non pur far chiaro il giorno,

ma non men che ’l dì chiara anco la notte,

tal ch’io sprezzava il ritornar de l’alba,

sì di quest’occhi la sua vaga luce

disgombrava le tenebre e la nebbia.

     Ed ora più non veggio altro che nebbia,

poi che l’usato mio lucente sole,

con la sua e del mondo altera luce

lume facendo in altra parte e giorno

vuol che mai non si rompa per me l’alba,

perché da me non fugga unqua la notte.

     Deh discacciasse il vel di questa notte,

il vel di tanta e sì importuna nebbia,

e a l’apparir del suo ritorno l’alba

mi rimenasse il mio bramato sole,

sì che lieta vedessi ancora un giorno,

pria che chiudessi in tutto esta mia luce!

     Ben fôra chiara e graziosa luce,

che procedesse a sì beata notte;

ben fôra chiaro e desiato giorno,

e disgombrato di tempeste e nebbia,

che mostrasse a quest’occhi il lor bel sole,

spuntando tra le rose e tra i fior l’alba.

     Pur ch’innanzi che ’l ciel mi renda l’alba,

morte amara non spenga la mia luce,

invidiando a lei l’amato sole;

e, chiusi gli occhi in sempiterna notte,

ne vada, lassa, a star fra quella nebbia,

dove mai non si vede il chiaro giorno.

     Tu dunque, Amor, che fai di notte giorno,

e puoi condurmi in un momento l’alba,

e via cacciar de’ miei martìr la nebbia,

e di tenebre oscure trar la luce,

rompi omai ’l vel di questa lunga notte,

et adduci a quest’occhi il mio bel sole.

     Vivo sol, che solei far chiaro il giorno,

mentre la luce mia non vide nebbia,

perché non meni a la mia notte l’alba?

 

 

XCVI

 

     Deh perché, com’io son con voi col core,

non vi son, conte, ancor con la persona,

com’io vorrei, tanto ’l disio mi sprona,

tanto mi stringe il signor nostro Amore?

     Ché, mirando talor l’aspro furore

sovra di voi, quando arde più Bellona,

di qualche cavalier, che la corona

cercasse porsi di sì alto onore,

     vedendo scender qualche colpo crudo,

o pregherei Amor che lo schifassi,

o io del corpo mio li farei scudo.

     Ma ’l ciel pur fiero a le mie voglie stassi,

né m’ode, benché ’l duol, che dentro chiudo,

rompa per la pietate i duri sassi.

 

 

XCVII

 

     O gran valor d’un cavalier cortese

d’aver portato fin in Francia il core

d’una giovane incauta, ch’Amore

a lo splendor de’ suoi begli occhi prese!

     Almen m’aveste le promesse attese

di temprar con due versi il mio dolore,

mentre, Signor, a procacciarvi onore

tutte le voglie avete ad una intese.

     I’ ho pur letto ne l’antiche carte

che non ebber a sdegno i grandi eroi

parimente seguir Venere e Marte.

     E del re, che seguite, udito ho poi

che queste cure altamente comparte,

ond’è chiar dagli espèri ai lidi eoi.

 

 

XCVIII

 

     Conte, il vostro valor ben è infinito,

sì che vince qualunque alto valore,

ma verissimamente è via minore

del duol, ch’amando io ho per voi patito.

     E, se non s’è fin qui letto et udito

de l’infinito cosa unqua maggiore,

questi sono i miracoli d’Amore,

che vince ciò che ’n cielo è stabilito.

     Tempo già fu, che l’alta gioia mia

di gran lunga avanzava anco il mio duolo,

mentre dolce la speme entro fioria:

     or ella è gita, ed ei rimaso è solo,

dal dì che per mia stella acerba e ria

prendeste, ahi lassa! verso Francia il volo.

 

 

XCIX

 

     Io pur aspetto, e non veggo che giunga

il mio signor o ’l suo fidato messo

al termin che da lui mi fu promesso:

lassa! ché ’l mio piacer troppo s’allunga.

     Ond’avien che temenza il cor mi punga,

che qualche intoppo non gli sia successo;

o ch’ei sol pensi in me quanto m’è presso,

e l’assenzia il suo cor da me disgiunga.

     Il che se fosse, io prego morte avara

che venga in vece sua, poi ch’ei non viene,

a trarmi fuor di téma e vita amara.

     Ma, se giusta cagion me lo ritiene,

io prego Amor, ch’ogni fosco rischiara,

ch’apra la via, ond’io vegga il mio bene.

 

 

C

 

     O beata e dolcissima novella,

o caro annunzio, che mi promettete

che tosto rivedrò le care e liete

luci e la faccia graziosa e bella;

     o mia ventura, o mia propizia stella,

ch’a tanto ben serbata ancor m’avete,

o fede, o speme, ch’a me sempre sète

state compagne in dura, aspra procella;

     o cangiato in un punto viver mio

di mesto in lieto; o queto, almo e sereno

fatto or di verno tenebroso e rio;

     quando potrò giamai lodarvi a pieno?

come dir qual nel cor aggio disio?

di che letizia io l’abbia ingombro e pieno?

 

 

CI

 

     Con quai degne accoglienze o quai parole

raccorrò io il mio gradito amante,

che torna a me con tante glorie e tante,

quante in un sol non vide forse il sole?

     Qual color or di rose, or di viole

fia ’l mio? qual cor or saldo ed or tremante,

condotta innanzi a quel divin sembiante,

ch’ardir e téma insieme dar mi suole?

     Osarò io con queste fide braccia

cingerli il caro collo, ed accostare

la mia tremante a la sua viva faccia?

     Lassa, che pur a tanto ben penare

temo che ’l cor di gioia non si sfaccia:

chi l’ha provato se lo può pensare.

 

 

CII

 

     Via da me le tenebre e la nebbia,

che mi son sempre state agli occhi intorno

sei lune e più, che ’n Francia fe’ soggiorno

lui, che ’l mio cor, come gli piace, trebbia

     È ben ragion ch’asserenarmi io debbia,

or che ’l mio sol m’ha rimenato il giorno;

or c’han pace le guerre, che d’attorno

mi fûr, qual vide Trasimeno e Trebbia.

     Sia ogni cosa in me di riso piena,

poi che seco una schiera di diletti

a star meco il mio sol almo rimena.

     Sia la mia vita in mille dolci, eletti

piaceri involta, e tutta alma e serena,

e se stessa gioendo ognor diletti.

 

 

CIII

 

     Io benedico, Amor, tutti gli affanni,

tutte l’ingiurie e tutte le fatiche,

tutte le noie novelle ed antiche,

che m’hai fatto provar tante e tanti anni;

     benedico le frodi e i tanti inganni,

con che convien che i tuoi seguaci intriche;

poi che tornando le due stelle amiche

m’hanno in un tratto ristorati i danni.

     Tutto il passato mal porre in oblio

m’ha fatto la lor viva e nova luce,

ove sol trova pace il mio disio.

     Questa per dritta strada mi conduce

su a contemplar le belle cose e Dio,

ferma guida, alta scorta e fida luce.

 

 

CIV

 

     O notte, a me più chiara e più beata

che i più beati giorni ed i più chiari,

notte degna da’ primi e da’ più rari

ingegni esser, non pur da me, lodata;

     tu de le gioie mie sola sei stata

fida ministra; tu tutti gli amari

de la mia vita hai fatto dolci e cari,

resomi in braccio lui che m’ha legata.

     Sol mi mancò che non divenni allora

la fortunata Alcmena, a cui sté tanto

più de l’usato a ritornar l’aurora.

     Pur così bene io non potrò mai tanto

dir di te, notte candida, ch’ancora

da la materia non sia vinto il canto.

 

 

CV

 

     Son pur questi i begli occhi e quelle, c’hanno

vinto il sol tante volte, alme bellezze;

son pur queste le grazie e le vaghezze

che luce e vita a la mia morte dànno.

     E tuttavia son sì pronte a l’affanno

le voglie mie ed a’ tormenti avezze

di tanta assenzia omai, che l’allegrezze

ritornar a star meco più non sanno;

     quasi ’l gran re, che di sospetto pieno,

fuggendo il crudo zio, per lunga usanza

si fece natural cibo il veleno.

     Qui fa bisogno, Amor, la tua possanza,

che del primo dolor mi sgombri il seno,

sì che tanta mia gioia or v’abbia stanza.

 

 

CVI

 

     O diletti d’amor dubbi e fugaci,

o speranza che s’alza e cade spesso,

e nasce e more in un momento istesso;

o poca fede, o poco lunghe paci!

     Quegli, a cui dissi: — Tu solo mi piaci, —

è pur tornato, io l’ho pur sempre presso,

io pur mi specchio e mi compiaccio in esso,

e ne’ begli occhi suoi chiari e vivaci;

     e tuttavia nel cor mi rode un verme

di fredda gelosia, freddo timore

di tosto tosto senza lui vederme.

     Rendi tu vana la mia tèma, Amore,

tu, che beata e lieta pòi tenerme,

conservandomi fido il mio signore.

 

 

CVII

 

     Or che ritorna e si rinova l’anno,

passato il verno e la stagion più fresca,

l’amoroso disir mio si rinfresca,

e la mia dolce pena, e ’l dolce affanno.

     E qual i novi umor gravidi fanno

gli arbori, onde lor frutto a suo tempo esca,

tal umor nel mio petto par che cresca,

ad qual poi pensier dolci a dietro vanno.

     Ed è ben degno che gioia ed umore,

or ch’egli è meco la mia primavera,

mi rinovelli e mi ridesti Amore.

     Oh pur non giunga a sì bel giorno sera!

oh pur non cangi il bel tempo in orrore,

dipartendo da me l’alma mia sfera!

 

 

CVIII

 

     Poi che m’ha reso Amor le vive stelle,

che mi guidano al ciel per dritta via,

e ne le molte mie gravi tempeste

m’hanno mai sempre ricondotta in porto

di questo chiaro e fortunato mare,

ch’indarno turban le procelle e i venti;

     udite, benigne aure, amici venti,

e voi, occhi del cielo, ardenti stelle,

mentre qui sovra questo altero mare,

da la mia lunga e faticosa via,

la mercede d’Amor, tornata in porto,

lodo di lui gli strazi e le tempeste.

     Voi, voce, voi, sospir, voi le tempeste

sète, voi sète i graziosi venti,

che dimostrate poi sì dolce il porto,

quando il sol arde e quando ardon le stelle;

voi sète la sicura e dritta via,

che ci guidate de’ diletti al mare.

     Qual d’eloquenzia fia sì largo mare,

e sì scarco di nubi e di tempeste,

che possa dir senza arrestar fra via,

mentre stan quete le procelle e i venti,

la gioia che mi dan le mie due stelle,

or c’hanno il mio signor ridotto in porto?

     Dolce, sicuro e grazioso porto,

che del mio pianto l’infinito mare

m’hai acquetato al raggio de le stelle,

ch’ovunque splendon fugan le tempeste,

sì ch’io non posso più temer ch’i venti

turbin sì cara e dilettosa via!

     Menami, Amor, omai per questa via,

fin che quest’alma giunga a l’altro porto,

ch’io non vo’ navigar con altri venti,

né di questo cercar più largo mare,

né nel viaggio mio vo’ ch’altre stelle

mi sieno scorte, e sgombrin le tempeste.

     Aspre tempeste ed importuni venti

non n’impediran più del mar la via,

or che le stelle mie m’han mostro il porto.

 

 

CIX

 

     Gioia somma, infinito, alto diletto,

or che l’amato mio tesoro ho presso,

or che parlo con lui, che ’l miro spesso,

m’ingombrerebbe certamente il petto,

     se ’l cor non mi turbasse un sol sospetto

di tosto tosto rimaner senz’esso,

per quel ch’io veggo a qualche segno espresso,

ché sol apre Amor gli occhi a l’intelletto.

     E, se ciò è, io vo’ certo finire

questa misera vita in un momento,

anzi ch’io provi un tanto aspro martìre;

     perché conosco chiaramente e sento

che senza lui mi converria morire,

ch’è l’appoggio, a cui ’l viver mio sostento.

 

 

CX

 

     Chi può contar il mio felice stato.

l’alta mia gioia e gli alti miei diletti?

O un di que’ del ciel angeli eletti,

o altro amante, che l’abbia provato.

     Io mi sto sempre al mio signor a lato,

godo il lampo degli occhi e ’l suon dei detti,

vivomi de’ divini alti concetti,

ch’escon da tanto ingegno e sì pregiato.

     Io mi miro sovente il suo bel viso,

e mirando mi par veder insieme

tutta la gloria e ’l ben del paradiso.

     Quel che sol turba in parte la mia speme,

è ’l timor che da me non sia diviso;

ché ’l vorrei meco fin a l’ore estreme.

 

 

CXI

 

     Pommi ove ’l mar irato geme e frange,

ov’ha l’acqua più queta e più tranquilla;

pommi ove ’l sol più arde e più sfavilla,

o dove il ghiaccio altrui trafige ed ange;

     pommi al Tanai gelato, al freddo Gange,

ove dolce rugiada e manna stilla,

ove per l’aria empio velen scintilla,

o dove per amor si ride e piange;

     pommi ove ’l crudo Scita ed empio fere,

o dove è queta gente e riposata,

o dove tosto o tardi uom vive e père:

     vivrò qual vissi, e sarò qual son stata,

pur che le fide mie due stelle vere

non rivolgan da me la luce usata.

 

 

CXII

 

     Se voi poteste, o sol degli occhi miei,

qual sète dentro donno del mio core,

veder coi vostri apertamente fuore,

oh me beata quattro volte e sei!

     Voi più sicuro, e queta io più sarei:

voi senza gelosia, senza timore;

io di due sarei scema d’un dolore,

e più felicemente ardendo andrei.

     Anzi aperto per voi, lassa, si vede,

più che ’l lume del sol lucido e chiaro,

che dentro e fuori io spiro amor e fede.

     Ma vi mostrate di credenza avaro,

per tôrmi ogni speranza di mercede,

e far il dolce mio viver amaro.

 

 

CXIII

 

     Deh foss’io almen sicura che lo stato,

dov’or mi trovo, non mancasse presto,

perché, sì come or è lieto ed or mesto,

sarebbe il più felice che sia stato.

     I’ ho Amore e ’l mio signor a lato,

e mi consolo or con quello, or con questo;

e, sempre che di loro un m’è molesto,

ricorro a l’altro, che m’è poi pacato.

     S’Amor m’assale con la gelosia,

mi volgo al viso, che ’n sé dentro serra

virtù ch’ogni tormento scaccia via:

     se ’l mio signor mi fa con ira guerra,

viene Amor poi con l’altra compagnia,

vera umiltà ch’ogni alto sdegno atterra.

 

 

CXIV

 

     Mille volte, signor, movo la penna

per mostrar fuor, qual chiudo entro il pensiero,

il valor vostro e ’l bel sembiante altero,

ove Amor e la gloria l’ale impenna;

     ma perché chi cantò Sorga e Gebenna,

e seco il gran Virgilio e ’l grande Omero

non basteriano a raccontarne il vero,

ragion ch’io taccia a la memoria accenna.

     Però mi volgo a scriver solamente

l’istoria de le mie gioiose pene,

che mi fan singolar fra l’altra gente:

     e come Amor ne’ be’ vostr’occhi tiene

il seggio suo, e come indi sovente

sì dolce l’alma a tormentar mi viene.

 

 

CXV

 

     Quelle rime onorate e quell’ingegno,

pari a la beltà vostra e al gran valore,

rivolgete a voi stesso in far onore,

conte, come di lor soggetto degno;

     o trovate di me più altero pegno,

se pur uscir da voi volete fore,

perché a sì larga vena, a tanto umore

son per me troppo frale e secco legno,

     e non ho parte in me d’esser cantata,

se non perch’amo e riverisco voi

oltra ogni umana, oltra ogni forma usata.

     Sì chiara fiamma merta i pregi suoi;

in questa parte io deggio esser cantata

fin ch’io sia viva, eternamente, e poi.

 

 

CXVI

 

     Lodate i chiari lumi, ove mirando

perdei me stessa, e quel bel viso umano,

da cui vibrò lo stral, mosse la mano

Amor, quando da me mi pose in bando.

     Lodate il valor vostro alto e mirando,

ch’al valor d’Alessandro è prossimano:

sallo il gran re, sallo il paese strano,

che di voi e di lui vanno parlando.

     Lodate il senno, a cui non è simìle

nel bel verde degli anni; e, quel che ’n carte

vedrò famoso, il vostro ingegno e stile.

     In me, signor, non è pur una parte,

che non sia tutta indegna e tutta vile,

per cui sì vaghe rime sieno sparte.

 

 

CXVII

 

     A che vergar, signor, carte ed inchiostro

in lodar me, se non ho cosa degna,

onde tant’alto onor mi si convegna;

e, se ho pur niente, è tutto vostro?

     Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,

ove Amor tien sua gloriosa insegna,

ove per me trionfa e per voi regna,

quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.

     Perché ciò che s’onora e ’n me si prezza,

anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,

a voi convien, non a la mia bassezza.

     Ma voi cercate con sì dolce canto,

lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,

d’accrescermi più foco e maggior pianto.

 

 

CXVIII

 

     Bastavan, conte, que’ bei lumi, quelli,

ch’al sol raggi, a Ciprigna alma beltate,

ad Amor arme, a me la libertate

furâr da prima che mirai in elli,

     a far ch’arda per voi sempre e favelli,

sì che l’intenda la futura etate,

senza cercar con pure rime ornate

d’aggiunger nove al cor piaghe e flagelli.

     Ché col vostr’alto procacciarmi onore

si strigneria, se si potesse, il laccio,

s’accresceria, se si potesse, ardore.

     Ma di questo e di quel son fuor d’impaccio,

ché quanto arder e strigner puote Amore,

io son stretta per voi, conte, e mi sfaccio.

 

 

CXIX

 

     Io non mi voglio più doler d’Amore,

poi che, quant’ei mi dà doglia e tormento,

tanto il signor, ch’io amo e ch’io pavento,

cerca scrivendo procacciarmi onore.

     O di tutte bellezze e grazie il fiore,

nido di cortesia e d’ardimento,

come posso bramar che resti spento

così famoso e così chiaro ardore?

     Anzi prego che ’l ciel mi doni vita,

sì che, dovunque il sol nasca e tramonte,

sia la mia fiamma entro tai versi udita;

     e dica alcuna, ove d’amor si conte:

— Ben fu la sorte di costei gradita,

scritta e cantata da sì alto conte.

 

 

CXX

 

     Se qualche téma talor non turbasse,

o qualche sdegno, il mio felice stato,

sarebbe il più tranquillo, il più beato

di qualunque altra donna altr’uomo amasse.

     Ché, s’avien pur che ’l mio signor mi lasse,

talor a qualche degna opra chiamato,

dentro il mio core e bello ed onorato,

qual egli è meco, il suo sembiante stasse;

     sì che avendo mai sempre in compagnia

tutto quel che più amo e più mi piace,

turbarmi Amor o sorte non poria,

     s’egli, che nel mio pianto si compiace,

con qualche nova e strana fantasia

non turbasse o rompesse la mia pace.

 

 

CXXI

 

     Chi vuol veder l’imagin del valore,

l’albergo de la vera cortesia,

il nido di bellezza e leggiadra,

la stanza de la gloria alta e d’onore,

     venga a veder l’illustre mio signore,

dove si trova ciò che si disia,

fino il mio cor e fino l’alma mia,

che gli dié già, né poi mi rese, Amore.

     Ma, s’ella è donna, non s’affissi molto,

ché resterà subitamente presa

fra mille meraviglie del bel volto.

     Ivi Amor ha la rete sempre tesa,

indi saetta, ed ivi giace occolto,

quando vuol far qualche maggior impresa.

 

 

CXXII

 

     Quando io movo a mirar fissa ed intenta

le ricchezze e i tesor, ch’Amore e ’l cielo

dentro ne l’alma e fuor nel mortal velo

poser di lui, ch’ogn’altra luce ha spenta,

     resto del mio martìr tanto contenta,

sì paga del mio vivo, ardente zelo,

che la ferita e ’l despietato telo,

che mi trafige il cor, non par che senta.

     Sol mi struggo e mi doglio, quando penso

che da me tosto debba allontanarse

questo d’ogni mia gloria abisso immenso.

     A questo l’alma sol non può quetarse,

a ciò grida ed esclama ogni mio senso:

— O tante indarno mie fatiche sparse!

 

 

CXXIII

 

     O tante indarno mie fatiche sparse,

o tanti indarno miei sparsi sospiri,

o vivo foco, o fé, che, se ben miri,

di tal null’altra mai non alse ed arse,

     o carte invan vergate e da vergarse

per lodar quegli ardenti amati giri,

o speranze ministre de’ disiri,

a cui premio più degno dovea darse,

     tutte ad un tratto ve ne porta il vento,

poi che da l’empio mio signore stesso

con queste proprie orecchie dir mi sento

     che tanto pensa a me, quanto m’è presso,

e, partendo, si parte in un momento

ogni membranza del mio amor da esso.

 

 

CXXIV

 

     Signor, io so che ’n me non son più viva,

e veggo omai ch’ancor in voi son morta,

e l’alma, ch’io vi diedi, non sopporta

che stia più meco vostra voglia schiva.

     E questo pianto, che da me deriva,

non so chi ’l mova per l’usata porta,

né chi mova la mano e le sia scorta,

quando avien che di voi talvolta scriva.

     Strano e fiero miracol veramente,

che altri sia viva, e non sia viva, e pèra,

e senta tutto e non senta niente;

     sì che può dirsi la mia forma vera,

da chi ben mira a sì vario accidente,

un’imagine d’Eco e di Chimera.

 

 

CXXV

 

     — Vorrei che mi dicessi un poco, Amore,

c’ho da far io con queste tue sorelle

Temenza e Gelosia? ed ond’è ch’elle

non sanno star se non dentro il mio core?

     Tu hai mille altre donne, che l’ardore

provan, com’io, de l’empie tue facelle:

or manda dunque queste a star con quelle,

fa’ ch’un dì n’escan dal mio petto fore.

     — Io ho ben — mi dic’ei — mille persone

a chi mandarle; ma nessuna d’esse

ha, qual tu, da temer alta cagione.

     Le luci ch’ami son le luci stesse,

che, per dar gelosia e passione

a tutto il mondo, la mia madre elesse.

 

 

CXXVI

 

     Così m’acqueto di temer contenta,

e di viver d’amara gelosia,

pur che l’amato lume lo consenta,

pur che non spiaccia a lui la pena mia.

     Perch’è più dolce se per lui si stenta,

che gioir per ogn’altro non saria;

ed io per me non fia mai che mi penta

di sì gradita e nobil prigionia;

     perché capir un’alma tanto bene,

senza provarvi qualche cosa aversa,

questa terrena vita non sostiene.

     Ed io, che sono in tante pene immersa,

quando avanti il suo raggio almo mi viene,

resto da quel ch’esser solea diversa.

 

 

CXXVII

 

     Su, speranza, su, fé, prendete l’armi

contra questa crudel nemica mia,

importuna e spietata gelosia,

che cerca quanto può di vita trarmi:

     diasi uscita a’ sospir, verghinsi carmi,

sì che si sfoghi tanta pena ria;

trovisi dolce e grata compagnia,

sì che possa il dolor men danno farmi.

     E, se questo non basta, un altro amore

si prenda, e lassi questo onde ora avampo,

e così vinca l’un l’altro dolore.

     Perch’ogni fèra in selva, in prato, in campo

cerca per natural forza e vigore

di tentar ogni via per lo suo scampo.

 

 

CXXVIII

 

     S’io ’l dissi mai, signor, che mi sia tolto

l’arder per voi, com’ardo in fiamma viva;

s’io ’l dissi mai, ch’io resti d’amar priva,

e resti il cor del suo bel laccio sciolto.

     S’io ’l dissi mai, che ’l lume del bel volto,

di cui convien ch’ognor ragioni e scriva,

a la mia luce di tutt’altro schiva

non si mostri giamai poco né molto.

     S’io ’l dissi mai, che gli uomini a vicenda

tutti, e li dèi, fortuna disdegnosa

a mio danno, a ruina ultima accenda.

     Ma s’io nol dissi, e non feci mai cosa

degna del vostro sdegno, omai si renda

la vita mia, qual fu, lieta e gioiosa.

 

 

CXXIX

 

     O mia sventura, o mio perverso fato,

o sentenzia nemica del mio bene,

poi che senza mia colpa mi conviene

portar la pena de l’altrui peccato.

     Quando si vide mai reo condannato

a la morte, a l’essilio, a le catene

per l’altrui fallo e, per maggior sue pene,

senza esser dal suo giudice ascoltato?

     Io griderò, signor, tanto e sì forte,

che, se non li vorrete ascoltar voi,

udranno i gridi miei Amore o Morte;

     e forse alcun pietoso dirà poi:

— Questa locò per sua contraria sorte

in troppo crudo luogo i pensier suoi.

 

 

CXXX

 

     Qual fu di me giamai sotto la luna

donna più sventurata e più confusa,

poi che ’l mio sole, il mio signor m’accusa

di cosa, ov’io non ho già colpa alcuna?

     E, per farmi dolente a via più d’una

guisa, non vuol ch’io possa far mia scusa;

vuol ch’io tenga lo stil, la bocca chiusa,

come muto, o fanciul picciolo in cuna.

     A qual più sventurato e tristo reo

di non poter usar la sua difesa

sì dura legge al mondo unqua si dèo?

     Tal è la fiamma, ond’hai me, Amor, accesa,

tal è il mio fato dispietato e reo,

tal è ’l laccio crudel, con che m’hai presa.

 

 

CXXXI

 

     Poi che da voi, signor, m’è pur vietato

che dir le vere mie ragion non possa,

per consumarmi le midolle e l’ossa

con questo novo strazio e non usato,

     fin che spirto avrò in corpo ed alma e fiato,

fin che questa mia lingua averà possa,

griderò sola in qualche speco o fossa

la mia innocenzia e più l’altrui peccato.

     E forse ch’averrà quello ch’avenne

de la zampogna di chi vide Mida,

che sonò poi quel ch’egli ascoso tenne.

     L’innocenzia, signor, troppo in sé fida,

troppo è veloce a metter ale e penne,

e, quanto più la chiude altri, più grida.

 

 

CXXXII

 

     Quando io dimando nel mio pianto Amore,

che così male il mio parlar ascolta,

mille fiate il dì, non una volta,

ché mi fere e trafigge a tutte l’ore:

     — Come esser può, s’io diedi l’alma e ’l core

al mio signor dal dì ch’a me l’ho tolta,

e se ogni cosa dentro a lui raccolta

è riso e gioia, è scema di dolore,

     ch’io senta gelosia fredda e temenza,

e d’allegrezza e gioia resti priva,

s’io vivo in lui, e in me di me son senza?

     — Vo’ che tu mora al bene ed al mal viva —

mi risponde egli in ultima sentenza; —

questo ti basti, e questo fa’ che scriva.

 

 

CXXXIII

 

     Così, senza aver vita, vivo in pene,

e, vivendo ov’è gioia, non son lieta;

così fra viva e morta Amor mi tiene,

e vita e morte ad un tempo mi vieta.

     Tal la sua sorte a ognun nascendo viene,

tal fu il mio aspro e mio crudo pianeta;

di sì rio frutto in sitibonde arene,

senza mai sparger seme, avien ch’io mieta.

     E s’io voglio per me stessa finire

con la vita i tormenti, non m’è dato,

ché senza vita un uom non può colpire.

     Qual fine Amore e ’l ciel m’abbia serbato

io non so, lassa, e non posso ridire;

so ben ch’io sono in un misero stato.

 

 

CXXXIV

 

     Queste rive ch’amai sì caldamente,

rive sovra tutt’altre alme e beate,

fido albergo di cara libertate,

nido d’illustre e riposata gente,

     chi ’l crederia? mi son novellamente

sì fattamente fuor del cor andate,

che di passar con lor le mie giornate

mi doglio meco e mi pento sovente.

     E tutti i miei disiri e i miei pensieri

mirano a quel bel colle, ove ora stanza

il mio signor e i suoi due lumi alteri.

     Quivi, per acquetar la desianza,

spenderei tutta seco volentieri

questa vita penosa che m’avanza.

 

 

CXXXV

 

     Quanto è questo fatto ora aspro e selvaggio

di dolce, ch’esser suole, e lieto mare!

Dopo il vostro da noi allontanare

quanta compassion a me propria aggio,

     tanto ho invidia al bel colle, al pino, al faggio,

che gli fanno ombra, al fiume, che bagnare

gli suole il piede ed a me nome dare,

che godono or del vostro vivo raggio.

     E, se non che egli è pur quell’il bel nido,

dove nasceste, io pregherei che fesse

il ciel lui ermo, lor secchi e quel torbo:

     per questo io resto, e prego voi, o fido

del mio cor speglio, ove mi tergo e forbo,

a tornar tosto e serbar le promesse.

 

 

CXXXVI

 

     Chi mi darà di lagrime un gran fonte,

ch’io sfoghi a pieno il mio dolor immenso,

che m’assale e trafige, quando io penso

al poco amor del mio spietato conte?

     Tosto che ’l sol degli occhi suoi tramonte

agli occhi miei, a’ quali è raro accenso,

tanto ha di me non più memoria o senso,

quanto una tigre del più aspro monte.

     Ben è ’l mio stato e ’l destìn crudo e fero,

ché tosto che da me vi dipartite,

voi cangiate, signor, luogo e pensiero.

     — Io ti scriverò subito — mi dite —

ch’io sarò giunto al loco ove andar chero; —

e poi la vostra fede a me tradite.

 

 

CXXXVII

 

     Prendete il volo tutti in quella parte,

ove sta chi può dar fine a’ miei mali

col raggio sol de’ lumi suoi fatali,

o sospir, o querele al vento sparte.

     E con quanta eloquenzia e con quant’arte

vi detterà colui c’ha face e strali,

dite a la vita mia pietose quali

dì provo, quando egli da noi si parte.

     E se con vostri umili modi adorni

potrete far pietoso il vago aspetto,

sì ch’a star oggimai con noi ritorni,

     non tornate più voi, ch’io non v’aspetto:

rimanetevi pur in que’ soggiorni,

e venga a me con lui gioia e diletto.

 

 

CXXXVIII

 

     Sacro fiume beato, a le cui sponde

scorgi l’antico, vago ed alto colle,

ove nacque la pianta ch’oggi estolle

al ciel i rami e le famose fronde,

     ben fûr le stelle ai tuoi desir seconde,

ché ’l sì spesso veder non ti si tolle

e ’l far talor la bella pianta molle,

ch’a me, lassa, sì spesso si nasconde.

     Tu mi dài nome, ed io vedrò se ’n carte

posso con le virtù che la mi rende,

al secol, che verrà, famoso farte.

     Oh pur non turbi il ciel, cui sempre offende

la gioia mia, i miei disegni in parte!

Altri ch’ella so ben che non m’intende.

 

 

CXXXIX

 

     Fiume, che dal mio nome nome prendi,

e bagni i piedi a l’alto colle e vago,

ove nacque il famoso ed alto fago,

de le cui fronde alto disio m’accendi,

     tu vedi spesso lui, spesso l’intendi,

e talor rendi la sua bella imago;

ed a me che d’altr’ombra non m’appago,

così sovente, lassa, lo contendi.

     Pur, non ostante che la nobil fronde,

ond’io piansi e cantai con più d’un verso,

la tua mercé, sì spesso lo nasconde,

     prego ’l ciel ch’altra pioggia o nembo avverso

non turbi, Anasso, mai le tue chiar’onde,

se non quel sol che da quest’occhi verso.

 

 

CXL

 

     O rive, o lidi, che già foste porto

de le dolci amorose mie fatiche,

mentre stavan con noi le luci amiche,

che sempre accese ne l’interno porto,

     quanta mi deste già gioia e conforto,

tanto mi sète ad or ad or nemiche,

poi che ’l mio sol (lassa, convien che ’l diche!)

voi e me ha lasciato a sì gran torto.

     Io cangerei con voi campagne e boschi

e colli e fiumi, là dove dimora

chi partendo lasciò gli occhi miei foschi,

     e di tornar non fa pensier ancora,

non ostante, crudel, che ben conoschi

che, se sta molto, converrà ch’io mora.

 

 

CXLI

 

     Sovente Amor, che mi sta sempre a lato,

mi dice: — Miserella, quale or fia

la vita tua, poi che da te si svia

lui che soleva far lieto il tuo stato? —

     Io gli rispondo: — E tu perché mostrato

l’hai a questi occhi, quando ’l vidi pria,

se ne dovea seguir la morte mia,

subito visto e subito rubbato? —

     Ond’ei si tace, avvisto del suo fallo,

ed io mi resto preda del mio male:

quanto mesta e dogliosa, il mio cor sallo!

     E, perch’io preghi, il mio pregar non vale,

per ciò che a chi devrebbe, ed a chi fàllo,

o poco o nulla del mio danno cale.

 

 

CXLII

 

     Rimandatemi il cor, empio tiranno,

ch’a sì gran torto avete ed istraziate,

e di lui e di me quel proprio fate,

che le tigri e i leon di cerva fanno.

     Son passati otto giorni, a me un anno,

ch’io non ho vostre lettre od imbasciate,

contra le fé che voi m’avete date,

o fonte di valor, conte, e d’inganno.

     Credete ch’io sia Ercol o Sansone

a poter sostener tanto dolore,

giovane e donna e fuor d’ogni ragione,

     massime essendo qui senza ’l mio core

e senza voi a mia difensione,

onde mi suol venir forza e vigore?

 

 

CXLIII

 

     Quando fia mai ch’io vegga un dì pietosi

gli occhi, che per mio mal da prima vidi

in queste rive d’Adria, in questi lidi

dov’Amor mille lacci aveva ascosi?

     Quando fia mai che libera dir osi,

dato bando a’ miei pianti ed a’ miei gridi:

— Or ti conforta, anima cara, or ridi,

or tempo è ben che godi e che riposi? —

     Lassa, non so; so ben che ad ora ad ora

ho cercato placar o lui o morte,

e né questa né quello ho mosso ancora.

     Tal è, misera, il fin, tal è la sorte

di chi troppo altamente s’innamora:

donne mie, siate a l’invescarvi accorte.

 

 

CXLIV

 

     Ricorro a voi, luci beate e dive,

a voi che sète le mie fide scorte,

da poi che ’l cielo, Amor, fortuna e sorte

sono ai soccorsi miei sì tardi e schive.

     Se per me in voi si spera e ’n voi si vive,

come avien che per voi pur si comporte

a star lunge da me quest’ore corte,

che ’l mio ben la pietà vostra prescrive?

     Deh non state oggimai da me più lunge!

Fate che questo breve spazio sia

concesso a me d’avervi sempre presso;

     ché l’ardente disio tanto mi punge,

che certo finirà la vita mia,

se non m’è ’l vagheggiarvi ognor concesso.

 

 

CXLV

 

     Liete campagne, dolci colli ameni,

verdi prati, alte selve, erbose rive,

serrata valle, ov’or soggiorna e vive

chi può far i miei dì foschi e sereni,

     antri d’ombre amorose e fresche pieni,

ove raggio di sol non è ch’arrive,

vaghi augei, chiari fiumi ed aure estive,

vezzose ninfe, Pan, fauni e sileni,

     o rendetemi tosto il mio signore,

voi che l’avete, o fategli almen cónta

la mia pena e l’acerbo aspro dolore:

     ditegli che la vita mia tramonta,

s’omai fra pochi giorni, anzi poch’ore

il suo raggio a quest’occhi non sormonta.

 

 

CXLVI

 

     Come posso far pace col desio,

o farvi tregua, poi ch’egli pur vuole,

non essendo qui nosco il suo bel sole,

tranquillo porto e sole al viver mio?

     Egli fa giorno al suo colle natio,

come a chi nulla o poco incresce e duole

o ’l morir nostro o ’l pianto o le parole:

lassa, ch’io nacqui sotto destìn rio!

     Là dove converrà che tosto ceda

a morte l’alma, o tosto a noi ritorni

la beltà ch’al mio mal non par che creda.

     Tal qui, fra questi d’Adria almi soggiorni,

io misera Anassilla, d’Amor preda,

notte e dì chiamo i miei due lumi adorni.

 

 

CXLVII

 

     — Or sopra il forte e veloce destriero —

io dico meco — segue lepre o cerva

il mio bel sole, or rapida caterva

d’uccelli con falconi o con sparviero.

     Or assal con lo spiedo il cignal fiero,

quando animoso il suo venir osserva;

or a l’opre di Marte, or di Minerva

rivolge l’alto e saggio suo pensiero.

     Or mangia, or dorme, or leva ed or ragiona,

or vagheggia il suo colle, or con l’umana

sua maniera trattiene ogni persona. —

     Così, signor, bench’io vi sia lontana,

sì fattamente Amor mi punge e sprona,

ch’ogni vostr’opra m’è presente e piana.

 

 

CXLVIII

 

     Se ’l cielo ha qui di noi perpetua cura,

e partisce ad ognun, come conviene,

che maraviglia è, s’a me dié pene,

e mi dié vita dispietata e dura?

     e se ’l mio sol di me poco si cura?

se mi vede morir e lo sostiene?

Ei vince il sol con sue luci serene,

illustre e bel per studio e per natura.

     A lui convien regnare, a me servire,

vil donna e bassa; e parmi ancora troppo

ch’egli non sdegni il mio per lui patire.

     Queste ragioni ed altre insieme aggroppo

meco talor, per dar tregua al martìre

col desir sempre presto e ’l poter zoppo.

 

 

CXLIX

 

     Sì come tu m’insegni a sospirare,

arder di fiamma tal, che Etna pareggia,

pianger di pianto tal, che se n’aveggia

omai quest’onda e cresca questo mare,

     insegnami anche, Amor, tu che ’l puoi fare,

come men duro il mio signor far deggia,

come, quando adivien che pietà chieggia,

possa placarlo al suon del mio pregare.

     Ch’io ti perdono e danni e strazi e torti,

che tu m’hai fatto e fai, tanti e sì gravi,

ch’io non so come il ciel te lo comporti;

     perché non fia più pena che m’aggravi,

pur ch’io faccia pietosi e faccia accorti

gli occhi che del mio cor hanno le chiavi,

 

 

CL

 

     Larghe vene d’umor, vive scintille,

che m’ardete e bagnate in acqua e ’n fiamma,

sì che di me omai non resta dramma,

che non sia tutta pelaghi e faville,

     fate che senta almeno una di mille

aspre mie pene chi mi lava e ’nfiamma,

né di foco che m’arda sente squamma,

né d’umor goccia che dagli occhi stille.

     — Non son — mi dice Amor — le ragion pari;

egli è nobile e bel, tu brutta e vile;

egli larghi, tu hai li cieli avari.

     Gioia e tormento al merto tuo simìle

convien ch’io doni. — In questi stati vari

io peno, ei gode; Amor segue suo stile.

 

 

CLI

 

     Piangete, donne, e con voi pianga Amore,

poi che non piange lui, che m’ha ferita

sì, che l’alma farà tosto partita

da questo corpo tormentato fuore.

     E, se mai da pietoso e gentil core

l’estrema voce altrui fu essaudita,

dapoi ch’io sarò morta e sepelita,

scrivete la cagion del mio dolore:

     «Per amar molto ed esser poco amata

visse e morì infelice, ed or qui giace

la più fidel amante che sia stata.

     Pregale, viator, riposo e pace,

ed impara da lei, sì mal trattata

a non seguir un cor crudo e fugace».

 

 

CLII

 

     Io vorrei pur ch’Amor dicesse come

debbo seguirlo, e con qual arte e stile

possa sperar di far chi m’arde umìle,

o diporr’io queste amorose some.

     Io ho le forze omai sì fiacche e dome,

sì paventosa son tornata e vile,

che, quasi ad Eco imagine simìle,

di donna serbo sol la voce e ’l nome;

     né, perché le vestigia del mio sole

io segua sempre, come fece anch’ella,

e risponda a l’estreme sue parole,

     posso indur la mia fiera e dura stella

ad oprar sì ch’ei, crudo come suole,

s’arresti al suon di mia stanca favella.

 

 

CLIII

 

     Se poteste, signor, con l’occhio interno

penetrar i segreti del mio core,

come vedete queste ombre di fuore

apertamente con questo occhio esterno,

     vi vedreste le pene de l’inferno,

un abisso infinito di dolore,

quanta mai gelosia, quanto timore

Amor ha dato o può dar in eterno.

     E vedreste voi stesso seder donno

in mezzo a l’alma, cui tanti tormenti

non han potuto mai cavarvi, o ponno;

     e tutti altri disir vedreste spenti,

od oppressi da grave ed alto sonno,

e sol quei d’aver voi desti ed ardenti.

 

 

CLIV

 

     Straziami, Amor, se sai, dammi tormento,

tommi pur lui, che vorrei sempre presso,

tommi pur, crudo e disleal, con esso

ogni mia pace ed ogni mio contento,

     fammi pur mesta e lieta in un momento,

dammi più morti con un colpo stesso,

fammi essempio infelice del mio sesso,

che per ciò di seguirti non mi pento.

     Perché, volgendo a quei lumi il pensiero,

che vicini e lontani mi son scorta

per l’aspro, periglioso tuo sentiero,

     move da lor virtù, che ’l cor conforta

sì che, quanto più sei crudele e fiero,

tanto più facilmente ei ti comporta.

 

 

CLV

 

     Due anni e più ha già voltato il cielo,

ch’io restai presa a l’amoroso visco

per una beltà tal, che, dirlo ardisco,

simil mai non si vide in mortal velo:

     per questo io la divolgo, e non la celo,

e non mi pento, anzi glorio e gioisco;

e, se donna giamai gradì, gradisco

questa fiamma amorosa e questo gelo;

     e duolmi sol, se sarà mai quell’ora,

che da me si disciolga e leghi altronde

la beltà ch’ogni cosa arde e inamora.

     E, se Morte a chi prega unqua risponde,

la prego che permetta, anzi ch’io mora,

che non vegga d’altrui l’amata fronde.

 

 

CLVI

 

     Mentr’io penso dolente a l’ora breve,

che del suo lume fien mie luci prive,

questi lidi lo sanno e queste rive,

io mi disfaccio com’al sol la neve;

     e quel che par che più m’annoi e aggreve,

è che ’l termine mio tant’oltra arrive,

e che prima di vita non mi prive

morte, a tutt’altri grave, a me sol lieve.

     Ché, s’io morissi innanzi a tanta doglia,

l’anima andrebbe altrove consolata,

lasciando qui la sua terrena spoglia;

     ma fortuna ed Amor m’hanno lasciata,

perché morend’ognora più mi doglia,

questa vita penosa che m’è data.

 

 

CLVII

 

     A che pur dir, o mio dolce signore,

ch’esca frutto da me di lode degno,

a che alzarmi a sì gradito segno,

a che scrivendo procacciarmi onore,

     se da quel dì, ch’entrar mi fece Amore

con l’arme de’ vostr’occhi entro ’l suo regno,

voi movete lo stil, l’arte, l’ingegno,

sensi, spirti, pensier, voglie, alma e core?

     Se da me dunque nasce cosa buona,

è vostra, non è mia: voi mi guidate,

a voi si deve il pregio e la corona.

     Voi, non me, da qui indietro omai lodate

di quanto per me s’opra e si ragiona;

ché l’ingegno e lo stil, signor, mi date.

 

 

CLVIII

 

     Deh lasciate, signor, le maggior cure

d’ir procacciando in questa età fiorita

con fatiche e periglio de la vita

alti pregi, alti onori, alte venture;

     e in questi colli, in queste alme e sicure

valli e campagne, dove Amor n’invita,

viviamo insieme vita alma e gradita,

fin che ’l sol de’ nostr’occhi alfin s’oscure.

     Perché tante fatiche e tanti stenti

fan la vita più dura, e tanti onori

restan per morte poi subito spenti.

     Qui coglieremo a tempo e rose e fiori,

ed erbe e frutti, e con dolci concenti

canterem con gli uccelli i nostri amori.

 

 

CLIX

 

     Quella febre amorosa, che m’atterra

due anni e più, e quel gravoso incarco

ch’io sento, poi ch’Amor mi prese al varco

di duo begli occhi, onde l’uscir mi serra,

     potea bastare a farmi andar sotterra,

lasciar lo spirto del suo corpo scarco,

senza voler ch’oltra i suoi strali e l’arco,

altra febre, altro mal mi desse guerra.

     Padre del ciel, tu vedi in quante pene

questo misero spirto e questa scorza

a tormentare Amor e febre viene.

     Di queste febri o l’una o l’altra smorza,

ché due tanti nemici non sostiene

donna sì frale e di sì poca forza.

 

 

CLX

 

     Care stelle, che tutte insieme insieme

con Cupido e Ciprigna vaghe e pronte

deste il mio cor a quell’altero conte,

che per premio m’ha poi tolto la speme,

     poi che vedete ch’ei, che nulla teme,

contra voi, contra me alza la fronte,

vendicate le vostre e le mie onte

con vendette più crude e più supreme.

     E questo sia non che ’l mio cor mi renda,

ma mi dia il suo, e rendami la spene,

e così si dia otta per vicenda.

     Fate che ’n quelle ond’io son or catene

presa e legata, il conte i’ leghi e prenda:

questo strazio al superbo si convene.

 

 

CLXI

 

     Verso il bel nido, ove restai partendo,

ove vive di me la miglior parte,

quando il sol faticoso torna e parte,

mai sempre l’ale del disir io stendo.

     E me ad or ad or biasmo e riprendo,

ch’a star con voi non usai forza ed arte,

sapendo che, da voi stando in disparte,

ben mille volte al dì moro vivendo.

     La speme mosse il mio dubbioso piede,

che deveste venir tosto a vedermi,

per arrestar questa fugace vita.

     Osservate, signor, la data fede:

fate, venendo, questi lidi, or ermi,

cari e gioiosi, e me lieta e gradita.

 

 

CLXII

 

     Se ’l fin degli occhi miei e del pensiero

è ’l vedervi e di voi pensar, mia vita,

poi l’un mi tolse l’empia dipartita

ch’io fei da voi per non dritto sentiero,

     l’imagin del sembiante vostro vero

mi sta sempre nel cor fissa e scolpita,

qual donna in parte, ove sia più gradita

che gemme oriental, oro od impero.

     Ma, perché l’alma disiosa e vaga,

troppo aggravata d’amorosa sete,

di questo sol rimedio mal s’appaga,

     fate le luci mie gioiose e liete,

signor, di vostra vista, e questa piaga

saldate, che voi sol saldar potete.

 

 

CLXIII

 

     Quando mostra a quest’occhi Amor le porte

de l’immensa bellezza ed infinita

de l’unico mio sol, l’alma invaghita

de le sue glorie par che si conforte.

     Quando poi mostra a la memoria a sorte

quelle di crudeltà mai non udita,

tutta a l’incontro afflitta e sbigottita

resta preda ed imagine di morte.

     E così vita e morte, e gioie e pene,

e temenza e fidanza, e guerra e pace

per le tue mani, Amor, d’un luogo viene.

     Né questo vario stato mi dispiace,

sì son dolci i martìri e le catene;

ma temo che sarà breve e fugace.

 

 

CLXIV

 

     Occhi miei lassi, non lasciate il pianto,

come non lascian me téma e spavento

di veder tosto a noi rubato e spento

il lume ch’amo e riverisco tanto.

     Pregate morte, se si può, fra tanto

che mi venga essa a cavar fuor di stento;

perché morir a un tratto è men tormento,

che viver sempre a mille morti a canto.

     Io direi che pregaste prima Amore

che facesse cangiar voglia e pensiero

al nostro crudo e disleal signore;

     ma so che saria invan, perché sì fiero,

così indurato ed ostinato core

non ebbe mai illustre cavaliero.

 

 

CLXV

 

     S’una vera e rarissima umiltate,

una fé più che marmo e scoglio salda,

una fiamma ch’abbrucia, non pur scalda,

un non curar de la sua libertate,

     un, per piacere a le due luci amate,

aver l’alma al morir ardita e balda,

un liquefarsi come neve in falda

mertan per tempo omai trovar pietate,

     io devrei pur sperar d’aprir lo scoglio,

ch’intorno al core ha il mio signor sì sodo,

ch’altrui pregare o strazio anco non franse.

     Ed io ne prego ardente, come soglio,

Amor e lui, che m’hanno stretto il nodo,

e san quanto per me si piange e pianse.

 

 

CLXVI

 

     Io accuso talora Amor e lui

ch’io amo: Amor, che mi legò sì forte;

lui, che mi può dar vita e dammi morte,

cercando tôrsi a me per darsi altrui;

     ma, meglio avista, poi scuso ambedui,

ed accuso me sol de la mia sorte,

e le mie voglie al voler poco accorte,

ch’io de le pene mie ministra fui.

     Perché, vedendo la mia indegnitade,

devea mirar in men gradito loco,

per poterne sperar maggior pietade.

     Fetonte, Icaro ed io, per poter poco

ed osar molto, in questa e quella etade

restiamo estinti da troppo alto foco.

 

 

CLXVII

 

     Poi che disia cangiar pensiero e voglia

l’empio signor, ch’onoro ed amo tanto,

senza curar de’ fiumi del mio pianto,

e del mancar de la mia frale spoglia,

     io prego morte, che di qua mi toglia,

perché non abbia questo crudo il vanto;

o prego Amor, che mi rallenti alquanto,

poi che de’ doni suoi tutta mi spoglia;

     sì che o morta non vegga tanto danno,

o viva e sciolta non lo stimi molto,

allor che gli occhi altro mirar sapranno.

     Dunque o sia falso il mio temere e stolto,

o resti sciolta al rinovar de l’anno,

o queti il corpo in bel marmo sepolto.

 

 

CLXVIII

 

     Che bella lode, Amor, che ricche spoglie

avrai d’una infiammata giovenetta,

che t’è stata sì fida e sì soggetta,

seguendo più le tue che le sue voglie,

     se per te così tosto si discioglie

da la catena, che l’aveva stretta,

la qual le piace sì, sì le diletta,

ch’a penar dolcemente par l’invoglie?

     Non conviene ad un dio l’essere sì lieve,

massimamente quando il cangiar stato

non è diletto altrui, ma doglia greve.

     Ma tu pur segui il tuo costume usato,

e fai la gioia mia fugace e breve,

ritogliendomi il ben che m’hai donato.

 

 

CLXIX

 

     A che più saettarmi, arcier spietato?

Se tu lo fai per mostrar la tua forza,

io ho già tutto dentro e ne la scorza

questo misero corpo arso e ’mpiagato.

     Se tu lo fai per farmi un dì placato

chi la mia libertà mi lega e smorza

tu speri invan, perché tua poggia ed orza

nulla rileva il suo legno ostinato.

     Egli si pasce del mio crudo strazio,

quanto è maggior, e de l’aspre mie pene,

non pur che mai ne sia pentito e sazio;

     ed in una gran téma mi mantiene

che, fatto d’altra donna, in breve spazio

mi torrà le sue luci alme e serene.

 

 

CLXX

 

     Fammi pur certa, Amor, che non mi toglia

tempo, fortuna, invidia o crudeltade

la mia viva ed angelica beltade,

quella ch’appaga e queta ogni mia voglia;

     e dammi quanto sai tormento e doglia:

che tutto mi sarà gioia e pietade;

tommi riposo, tommi libertade

e, se ti par, tommi anco questa spoglia:

     che per certo io morrò lieta e contenta,

morendo sua, pur che non vegga io

ch’ella sia fatta d’altra donna, o senta.

     Questa sol tèma turba il piacer mio,

questa fa ch’a’ miei danni non consenta,

e fa la speme ritrosa al desio.

 

 

CLXXI

 

     Voi potete, signor, ben tôrmi voi

con quel cor d’indurato diamante,

e farvi d’altra donna novo amante:

di che cosa non è, che più m’annoi;

     ma non potete già ritôrmi poi

l’imagin vostra, il vostro almo sembiante,

che giorno e notte mi sta sempre innante,

poi che mi fece Amor de’ servi suoi;

     non potete ritôrmi quei desiri,

che m’acceser di voi sì caldamente,

il foco, il pianto, che per gli occhi verso.

     Questi mi fien ne’ miei gravi martìri

dolce sostegno, e la memoria ardente

del diletto provato, c’han disperso.

 

 

CLXXII

 

     S’una candida fede, un cor sincero,

una gran riverenza, una infinita

voglia a servir altrui pronta ed ardita,

un servo grato al suo signor mai fêro,

     devrebbe pur, signor, l’affetto vero

e la mia fede esser da voi gradita,

se i vostri onor più cari che la vita

mi fûr mai sempre, e più ch’oro ed impero.

     Ma poi che mia fortuna mi contende

mercé sì giusta, poi che a sì gran torto

a schivo il servir mio da voi si prende,

     ciò ch’a voi piace paziente porto,

sperando pur che Dio, che tutto intende,

vi faccia un dì de la mia fede accorto.

 

 

CLXXIII

 

     Cantate meco, Progne e Filomena,

anzi piangete il mio grave martìre,

or che la primavera e ’l suo fiorire

i miei lamenti e voi, tornando, mena.

     A voi rinova la memoria e pena

de l’onta di Tereo e le giust’ire;

a me l’acerbo e crudo dipartire

del mio signore morte empia rimena.

     Dunque, essendo più fresco il mio dolore,

aitatemi amiche a disfogarlo,

ch’io per me non ho tanto entro vigore.

     E, se piace ad Amor mai di scemarlo,

io piangerò poi ’l vostro a tutte l’ore

con quanto stile ed arte potrò farlo.

 

 

CLXXIV

 

     Una inaudita e nova crudeltate,

un esser al fuggir pronto e leggiero,

un andar troppo di sue doti altero,

un tôrre ad altri la sua libertate,

     un vedermi penar senza pietate,

un aver sempre a’ miei danni il pensiero,

un rider di mia morte quando pèro,

un aver voglie ognor fredde e gelate,

     un eterno timor di lontananza,

un verno eterno senza primavera,

un non dar giamai cibo a la speranza

     m’han fatto divenir una Chimera,

uno abisso confuso, un mar, ch’avanza

d’onde e tempeste una marina vera.

 

 

CLXXV

 

     Quasi uom che rimaner de’ tosto senza

il cibo, onde nudrir suol la sua vita,

più dell’usato a prenderne s’aita,

fin che gli è presso posto in sua presenza;

     convien ch’innanzi a l’aspra dipartenza

ch’a sì crudi digiuni l’alma invita,

ella più de l’usato sia nodrita,

per poter poi soffrir sì dura assenza.

     Però, vaghi occhi miei, mirate fiso

più de l’usato, anzi bevete il bene

e ’l bel del vostro amato e caro viso.

     E voi, orecchie, oltra l’usato piene

restate del parlar, ché ’l paradiso

certo armonia più dolce non contiene.

 

 

CLXXVI

 

     Se voi vedete a mille chiari segni

che tanto ho cara, e non più, questa vita,

quant’è con voi, quant’è da voi gradita,

ultimo fin de tutti i miei disegni,

     a che pur con nov’arte e novi ingegni

darmi qualche novella aspra ferita,

tramando or questa, or quella dipartita,

quasi ogni pace mia da voi si sdegni?

     Se volete ch’io mora, un colpo solo

m’uccida, sì ch’omai si ponga fine

al dispiacervi, al vivere ed al duolo;

     perché così sta sempre sul confine

di morte l’alma, e mai non prende il volo

pensando pur a voi, luci divine.

 

 

CLXXVII

 

     Poi che tu mandi a far tanta dimora,

empia Fortuna, in sì lontan paese

il chiaro e vivo raggio che m’accese,

empia ed aversa a’ miei disiri ognora,

     conveniente e giusto e degno fôra

che tu mi fossi almen tanto cortese,

che quest’ore sì brevi avesse spese

qui meco tutte lui che m’innamora;

     sì che ’l cor e gli orecchi e gli occhi insieme

prendesser cibo a sostenermi in vita

quel lungo tempo poi ch’ei fia lontano.

     Ma tu stai dura, ed io mi doglio invano,

dal ciel, da te e poi d’Amor tradita:

però l’alma di ciò sospira e geme.

 

 

CLXXVIII

 

     Perché mi sii, signor, crudo e selvaggio,

disdegnoso, inumano ed inclemente,

perché abbi vòlto altrove ultimamente

spirto, pensieri, cor, anima e raggio,

     non per questo adivien che ’l foco, ch’aggio

nel petto acceso, si spenga o s’allente;

anzi si fa più vivo e più cocente,

quant’ha da te più strazi e fiero oltraggio.

     Ché, s’io t’amassi come l’altre fanno,

t’amerei solo e seguirei fin tanto

ch’io ne sentissi utile, e non danno;

     ma per ciò ch’amo te, amo quel santo

lume, che gli occhi miei visto prima hanno,

convien ch’io t’ami a l’allegrezza e al pianto.

 

 

CLXXIX

 

     Meraviglia non è, se ’n uno istante

ritraeste da me pensieri e voglie,

ché vi venne cagion di prender moglie,

e divenir marito, ov’eri amante.

     Nodo e fé, che non è stretto e costante,

per picciola cagion si rompe e scioglie:

la mia fede e ’l mio nodo il vanto toglie

al nodo gordiano ed al diamante.

     Però non fia giamai che scioglia questo

e rompa quella, se non cruda morte,

la qual prego, signor, che venga presto;

     sì ch’io non vegga con le luci scorte

quello ch’or col pensier atro e funesto

mi fa veder la mia spietata sorte.

 

 

CLXXX

 

     Certo fate gran torto a la mia fede,

conte, sovra ogni fé candida e pura,

a dir che ’n Francia è più salda e più dura

la fé di quelle donne a chi lor crede.

     Se, come Amor ch’i pensier dentro vede,

e passa ov’occhio uman non s’assicura,

penetraste anco voi per mia ventura

ove l’imagin vostra altera siede,

     voi la vedreste salda come scoglio,

immobilmente appresso del mio core,

e diporreste meco il vostro orgoglio.

     Ma voi vedete sol quel ch’appar fuore:

per questo io resto, misera, uno scoglio,

e voi credete poco al mio dolore.

 

 

CLXXXI

 

     Diversi effetti Amor mi fe’ vedere

poco anzi: or mi pascea di gelosia,

dimostrandomi quanto lieve sia

creder suo quel ch’a molte può piacere;

     or mi pascea di speme e di piacere,

mostrandomi la fé mai sempre pria

salda e costante de la gloria mia,

e le promesse sue secure e vere.

     Per questo or fra tempeste, or fra bonaccia

guidai la barca mia dubbia e sicura,

vedendo Amor or fosco, or chiaro in faccia.

     Or la speranza più non m’assicura,

e la temenza vuol ch’io mi disfaccia.

Dir più non oso, e sallo chi n’ha cura.

 

 

CLXXXII

 

     La vita fugge, ed io pur sospirando

trapasso, lassa, il più degli anni miei,

né di passarli ardendo mi dorrei,

a la cagion de’ miei sospir mirando;

     se non che non so punto il come o ’l quando

den le mie gioie dar luogo agli omei;

ché forse a poco a poco m’userei

ad andar le mie pene sopportando.

     Anzi, misera, io so che sarà tosto,

ché per partenza o per cangiar volere

il fin de’ miei piacer non è discosto.

     E, perch’Amor mel faccia prevedere,

non è per questo il mio petto disposto

a poter tanta doglia sostenere.

 

 

CLXXXIII

 

     Deh consolate il cor co’ vostri rai

questo almen poco spazio, che m’avanza

de la vostra vicina lontananza,

ch’io non vedrò con gli occhi asciutti mai.

     Lasciate i vostri amati colli e gai,

a voi sì cara e a me nemica stanza,

colli, c’hanno imparato per usanza

a farmi oltraggio sì sovente omai.

     Già senza voi non fia manco fiorita

la chioma de’ bei colli, dov’io forsi

resterò, senza voi, senza la vita.

     Che cosa è, conte, a la pietate opporsi,

se non negare a chi dimanda aita

i suoi pietosi, i suoi dolci soccorsi?

 

 

CLXXXIV

 

     Io non trovo più rime, onde più possa

lodar vostra beltà, vostro valore,

e contare i tormenti del mio core;

sì cresce a quelli e a me manca la possa.

     E, quasi fiamma che sia dentro mossa,

e non possa sfogar l’incendio fore,

questo interno disio cresce ’l dolore,

e mi consuma le midolle e l’ossa;

     sì che fra tutti i beni e tutti i mali,

ch’Amor suol dar, io ho questo vantaggio,

che quanti sien ridir non posso, e quali.

     Dunque, o tu, vivo mio lucente raggio,

dammi vigore, o tu dammi, Amor, l’ali,

ch’io saglia a mostrar fuor quel che ’n cor aggio.

 

 

CLXXXV

 

     Io penso talor meco quanto amaro

fôra il mio stato, se per qualche sdegno,

o per stimarsi il mio signor più degno,

mi ritogliesse il suo bel lume e chiaro;

     e mi risolvo che ’l vero riparo,

quando ad essaminar ben tutto vegno,

per finire i miei mal tutti ad un segno,

saria di morte il colpo aspro ed avaro.

     Ché, s’io restassi in vita, gli occhi e ’l core

la speranza, il disio mi farian guerra,

che prendon sol da lui ésca e vigore;

     dove, s’io fossi morta e posta in terra,

si porria fin ad un tratto al dolore,

ch’è vita morte che più morti atterra.

 

 

CLXXXVI

 

     — Che fia di me — dico ad Amor talora, —

poi che del mio signor gli occhi sereni

lasseran questi miei di pianto pieni,

fatto esso d’altri infin a l’ultim’ora?

     — Che fia di me — mi rispond’egli allora, —

ch’arco e saette e faci e teme e speni

tengo in quegli occhi, e tutti altri miei beni,

né mai ritrarli io ho potuto ancora?

     D’indi soglio infiammar, d’indi ferire;

or, se come tu di’, ce li ritoglie,

caduta è la mia gloria e ’l nostro ardire. —

     In queste amare e dispietate voglie

restiam noi due, ed ei segue di gire

carco e superbo de le nostre spoglie.

 

 

CLXXXVII

 

     Se gran temenza non tenesse a freno

la mia lingua bramosa e ’l mio disio,

sì ch’io potessi dire al signor mio

come amando e temendo io vengo meno,

     io spererei che quel di grazie pieno

viso leggiadro, onde tutt’altro oblio,

quant’è ’l mio stato travagliato e rio,

tanto lo fesse un dì chiaro e sereno;

     e quello, onde m’avinse e strinse, nodo

non cercherebbe, lassa, di slegarlo,

allor che più credea che fosse sodo.

     Ma per troppo timor non oso farlo:

così dentro al mio cor mi struggo e rodo,

e sol con meco e con Amor ne parlo.

 

 

CLXXXVIII

 

     Quasi vago e purpureo giacinto,

che ’n verde prato, in piaggia aprica e lieta,

crescendo ai raggi del più bel pianeta,

che lo mantien degli onor suoi dipinto,

     subito torna languidetto e vinto,

sì che mai non si vide tanta pièta,

se di veder gli usati rai gli vieta

nube, che ’l sol abbia coperto e cinto;

     tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,

dinanzi a’ rai de la beltà infinita,

onde ogni sua virtute e vigor esce.

     Ma la ritorna poi fiacca e smarrita

oscura téma, che con lei si mesce,

che la sua luce tosto fia sparita.

 

 

CLXXXIX

 

     Lassa, in questo fiorito e verde prato

de le delizie mie, fra sì fresca erba,

onde, la tua mercé, vo sì superba,

Amor, poi che ’l mio sol m’hai ritornato,

     per quel ch’a certi segni m’è mostrato,

un empio e venenoso aspe si serba,

per far la vita mia di dolce acerba

e avelenarmi il mio felice stato.

     Il che se de’ seguir, prego che priva

mi faccia morte e di vita e di senso,

prima che questa téma giunga a riva;

     perch’a dover provar dolor sì immenso,

assai meglio è morir che restar viva,

se le provate mie doglie compenso.

 

 

CXC

 

     Acconciatevi, spirti stanchi e frali,

a sostener la perigliosa guerra

e ’l colpo, che fortuna empia disserra,

da noi partendo i lumi miei fatali.

     Quanti avete fin qui tormenti e quali

sofferti, poi che crudo Amor n’atterra,

son sogni ed ombre, a lato a quei che serra

questa seconda assenzia strazi e mali.

     Perché contra il dolor mi fece ardita

un poco di virtù, che aveva allora

che fece il mio signor l’altra partita;

     or, essendo mancata quella ancora,

ed essendo cresciuta la ferita,

altro schermo non ho, se non ch’io mora.

 

 

CXCI

 

     Comincia, alma infelice, a poco a poco

a ricever di fiera sorte il colpo,

a cui pensando sol mi snervo e spolpo,

ed in guai si converte ogni mio gioco.

     L’alta cagion del nostro chiaro foco

partirà tosto; di che, lassa, io scolpo

Amore, e ’l crudo mio signor incolpo,

sì veloce a cangiar pensier e loco.

     Sì che, quando si parte e torna il sole,

non vegga l’occhio tuo di pianto asciutto,

poi che, dove si può, così si vuole;

     ch’un cor saldo e costante vince il tutto,

e morte alfine, o ’l tempo, come suole,

ti trarran fuor di vita e fuor di lutto.

 

 

CXCII

 

     Amor, lo stato tuo è proprio quale

è una ruota, che mai sempre gira,

e chi v’è suso or canta ed or sospira,

e senza mai fermarsi or scende or sale.

     Or ti chiama fedele, or disleale;

or fa pace con teco, ed or s’adira;

ora ti si dà in preda, or si ritira;

or nel ben teme, ed or spera nel male;

     or s’alza al cielo, or cade ne l’inferno;

or è lunge dal lido, or giunge in porto;

or trema a mezza state, or suda il verno.

     Io, lassa me, nel mio maggior conforto

sono assalita d’un sospetto interno,

che mi tien sempre il cor fra vivo e morto.

 

 

CXCIII

 

     Se quel grave martìr che ’l cor m’afflige,

non temprasse talor cortese Amore,

già mi sarei di vita uscita fuore,

e varcato averei Cocito e Stige;

     ma, perché quant’ei più m’ange e trafige,

tanto la gioia poi tempra l’ardore,

tenendo sempre fra due, lassa, il core,

né al sì, né al no l’alma s’affige.

     Così d’ambrosia vivo e di veleno,

né di vita o di morte sta sicura

l’anima, ch’or s’aviva ed or vien meno.

     O strana, o nova, o insolita ventura,

o petto di dolor e noia pieno,

o diletto, o martìr, che poco dura!

 

 

CXCIV

 

     — Chi darà lena a la tua stanca vita —

talor dentro nel cor mi dice Amore, —

or che chi ti suol dar lena e vigore

s’apparecchia di far da te partita? —

     Pensando a ciò, sì a lagrimar m’invita

questo vero e giustissimo dolore,

che sarei già di vita uscita fore,

se non che ’l raggio di chi può m’aita.

     E rimango pregando o lui o Morte:

lui, che non parta, o lei, che a me ne vegna,

sì ch’ei vegga presente tanta pièta.

     Ma al mio gridare e al mio pregar sì forte

di risponder né questa né quel degna,

e la sua aita ognun di lor mi vieta.

 

 

CXCV

 

     Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio,

mi rimango di duol preda e di morte,

e questa o quello ingiurioso e forte

userà contra me l’usato orgoglio.

     Né potrò farmi a’ colpi loro scoglio,

non avendo con me chi mi conforte,

il vostro viso e le due fide scorte,

che ne’ perigli per iscudo toglio.

     Deh, foss’io certa almen che di due cose

seguisse l’una: o voi tornaste presto,

o fossero anche in voi fiamme amorose!

     Ché mi sarebbe schermo e quello e questo

in far meno l’assenzie mie penose,

e ’l vostro dipartir meno molesto.

 

 

CXCVI

 

     Ecco, Amor, io morrò, perché la vita

si partirà da me, e senza lei

tu sei certo ch’io viver non potrei,

ché saria cosa nova ed inaudita.

     Quanto a me, ne sarò poco pentita,

perché la lunga istoria degli omei,

de’ sospir, de’ martìr, de’ dolor miei

sarà per questo mezzo almen finita:

     mi dorrà sol per conto tuo, che poi

non avrai cor sì saldo e sì costante,

dove possi aventar gli strali tuoi;

     e le vittorie tue, le tante e tante

tue glorie perderanno i pregi suoi,

al cader di sì fida e salda amante.

 

 

CXCVII

 

     Chi ’l crederia? Felice era il mio stato,

quando a vicenda or doglia ed or diletto,

or téma, or speme m’ingombrava il petto,

e m’era il cielo or chiaro ed or turbato;

     perché questo d’Amor fiorito prato

non è a mio giudicio a pien perfetto,

se non è misto di contrario effetto,

quando la noia fa il piacer più grato.

     Ma or l’ha pieno sì di spine e sterpi

chi lo può fare, e svelti i fiori e l’erba,

che sol v’albergan venenosi serpi.

     O fé cangiata, o mia fortuna acerba!

Tu le speranze mie recidi e sterpi:

la cagion dentro al petto mio si serba.

 

 

CXCVIII

 

     Se soffrir il dolore è l’esser forte,

e l’esser forte è virtù bella e rara,

ne la tua corte, Amor, certo s’impara

questa virtù più ch’in ogn’altra corte,

     perché non è chi teco non sopporte

de’ dolori e di téme le migliara

per una luce in apparenza chiara,

che poi scure ombre e tenebre n’apporte

     La continenzia vi s’impara ancora,

perché da quello, onde s’ha più disio,

per riverenza altrui s’astien talora.

     Queste virtuti ed altre ho imparate io

sotto questo signor, che sì s’onora,

e sotto il dolce ed empio signor mio.

 

 

CXCIX

 

     Signor, ite felice ove ’l disio

ad or ad or più chiaro vi richiama

a far volar al ciel la vostra fama,

secura da la morte e da l’oblio;

     ricordatevi sol come rest’io,

solinga tortorella in secca rama,

che senza lui, che sol sospira e brama,

fugge ogni verde pianta e chiaro rio.

     Al mio cor fate cara compagnia,

il vostro ad altra donna non donate,

poi che a me sì fedel nol deste pria.

     Sopra tutto tornar vi ricordate,

e, s’avien che fia quando estinta io sia,

de la mia rara fé non vi scordate.

 

 

CC

 

     Al partir vostro s’è con voi partita

ogni mia gioia ed ogni mia speranza,

l’ardir, la forza, il core e la baldanza,

e poco men che l’anima e la vita:

     e restò sol, più che mai fosse ardita,

l’importuna ed ardente disianza,

la quale in questa vostra lontananza

mi dà, misera me! doglia infinita.

     E, se da voi non vien qualche conforto

o di lettra o di messo o di venire,

certo, signor, il viver mio fia corto;

     perché in amor non è altro il morire,

per quel ch’a mille e mille prove ho scorto,

che aver poca speranza e gran disire.

 

 

CCI

 

     — È questa quella viva e salda fede,

che promettevi a la tua pastorella,

quando, partendo a la stagion novella,

n’andasti ove ’l gran re gallico siede?

     O di quanto il sol scalda e quanto vede

perfido, ingrato in atto ed in favella;

misera me, che ti divenni ancella

per riportarne sì scarsa mercede! —

     Così l’afflitta e misera Anassilla

lungo i bei lidi d’Adria iva chiamando

il suo pastor, da cui ’l ciel dipartilla;

     e l’acque e l’aure, dolce risonando,

allor che ’l sol più arde e più sfavilla,

i suoi sospir al ciel givan portando.

 

 

CCII

 

     Poi che per mio destin volgeste in parte

piedi e voler, onde perdei la spene

di riveder più mai quelle serene

luci, c’ho già lodate in tante carte,

     io mi volsi al gran Sole, e con quell’arte

e quella luce, che da lui sol viene,

trassi fuor da le sirti e da l’arene

il legno mio per via di remi e sarte.

     La ragion fu le sarte, e i remi fûro

la volontà, che a l’ira ed a l’orgoglio

d’Amor si fece poi argine e muro.

     Così, senza temer di dar in scoglio,

mi vivo in porto omai queto e sicuro;

d’un sol mi lodo, e di nessun mi doglio.

 

 

CCIII

 

     Ardente mio disir, a che, pur vago

de’ nostri danni, in parte stendi l’ale,

ov’è cui de’ miei strazi poco cale,

e del mio trar fuor di quest’occhi un lago?

     Ben si può del mio stato esser presago

il partir de la speme fiacca e frale,

e la memoria, che sì poco assale

quel de le voglie mie tiranno e mago.

     Egli a novi diletti aperto ha ’l seno,

e di me sì fedele ha quella cura,

che di chi non si vede e’ si può meno.

     Dunque tu di tornar a me procura,

ché ’l turbar la mia pace e ’l mio sereno

è troppo intempestiva cosa e dura.

 

 

CCIV

 

     Virtuti eccelse e doti illustri e chiare,

ch’alzate al cielo il mio real signore,

sol co’ passi di gloria e d’alto onore

già giunto in parte, ove non ha più pare;

     voi, voi sol voglio volgermi ad amare

temprando il mio focoso e cieco amore,

guidato sol da tenebre ed errore,

ove ambedue potrà forse annoiare.

     Or, racquistato alquanto del mio lume,

potrò specchiarmi in quel bel raggio ardente,

che da prima m’elessi per mio nume;

     e di cibo miglior pascer la mente,

dove io pasceva i sensi per costume

di cosa, che si fugge via repente.

 

 

CCV

 

     Quel disir, che fu già caldo ed ardente

a bellezza seguir fugace e frale,

l’alta mercé di Dio, prese già l’ale,

ed è rivolto a più fido oriente,

     seguendo del mio conte solamente

quella interna bellezza e senza eguale,

che con fortuna non scende e non sale,

e del tempo e d’altrui cura niente.

     Da qui indietro il suo sommo valore

la cortesia e ’l saggio alto intelletto,

d’alte opre vago e di perpetuo onore,

     saran più degna fiamma del mio petto,

e più degno ricetto del mio core,

e de le rime mie più degno oggetto.

 

 

CCVI

 

     Canta tu, musa mia, non più quel volto,

non più quegli occhi e quell’alme bellezze,

che ’l senso mal accorto par che prezze,

in quest’ombre terrene impresso e involto;

     ma l’alto senno in saggio petto accolto,

mille tesori e mille altre vaghezze

del conte mio, e tante sue grandezze,

ond’oggi il pregio a tutti gli altri ha tolto.

     Or sarà il tuo Castalio e ’l tuo Parnaso

non fumo ed ombra, ma leggiadra schiera

di virtù vere, chiuse in nobil vaso.

     Quest’è via da salir a gloria vera,

questo può farti da l’orto a l’occaso

e di verace onor chiara ed altera.

 

 

CCVII

 

     Poi che m’hai resa, Amor, la libertade,

mantiemmi in questo dolce e lieto stato,

sì che ’l mio cor sia mio, sì come è stato

ne la mia prima giovenil etade;

     o, se pur vuoi che dietro a le tue strade,

amando, segua il mio costume usato,

fa’ ch’io arda di foco più temprato,

e che, s’io ardo, altrui n’abbia pietade;

     perché mi par veder, a certi segni,

che ordisci novi lacci e nove faci,

e di ritrarmi al giogo tuo t’ingegni.

     Serbami, Amor, in queste brevi paci,

Amor, che contra me superbo regni,

Amor, che nel mio mal sol ti compiaci.

 

 

CCVIII

 

     Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,

qual nova salamandra al mondo, e quale

l’altro di lei non men stranio animale,

che vive e spira nel medesmo loco.

     Le mie delizie son tutte e ’l mio gioco

viver ardendo e non sentire il male,

e non curar ch’ei che m’induce a tale

abbia di me pietà molto né poco.

     A pena era anche estinto il primo ardore,

che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento

fin qui per prova, più vivo e maggiore.

     Ed io d’arder amando non mi pento,

pur che chi m’ha di novo tolto il core

resti de l’arder mio pago e contento.

 

 

CCIX

 

     Io non veggio giamai giunger quel giorno,

ove nacque Colui che carne prese,

essendo Dio, per scancellar l’offese

del nostro padre al suo Fattor ritorno,

     che non mi risovenga il modo adorno,

col quale, avendo Amor le reti tese

fra due begli occhi ed un riso, mi prese:

occhi, ch’or fan da me lunge soggiorno;

     e de l’antico amor qualche puntura

io non senta al desire ed al cor darmi,

sì fu la piaga mia profonda e dura.

     E, se non che ragion pur prende l’armi

e vince il senso, questa acerba cura

sarebbe or tal che non potrebbe aitarmi.

 

 

CCX

 

     Veggio Amor tender l’arco, e novo strale

por ne la corda e saettarmi il core,

e, non ben saldo ancor l’altro dolore,

nova piaga rifarmi e novo male;

     e sì il suo foco m’è proprio e fatale,

sì son preda e mancipio ognor d’Amore,

che, perché l’alma vegga il suo migliore,

ripararsi da lui né vuol né vale.

     Ben è ver che la tela, che m’ordisce,

sempre è di ricco stame; e quindi aviene

che ne’ suoi danni il cor père e gioisce;

     e ’l ferro è tale, onde a ferirmi or viene,

che si può dir che chi per lui perisce

prova sol una vita e sommo bene.

 

 

CCXI

 

     Qual sagittario, che sia sempre avezzo

trarre ad un segno, e mai colpo non falla,

o da propria vaghezza tratto o dalla

spene c’ha da ritrarne onore e prezzo,

     Amor, che nel mio mal mai non è sezzo,

torna a ferirmi il cor, né mai si stalla,

e la piaga or risalda apre e rifalla;

né mi val s’io ’l temo o s’io lo sprezzo.

     Tanto di me ferir diletto prende,

e tal n’attende e merca onor, ch’omai,

per quel ch’io provo, ad altro non intende.

     Il vivo foco, ond’io arsi e cantai

molti anni, a pena è spento, che raccende

d’un altro il cor, che tregua non ha mai.

 

 

CCXII

 

     Che farai, alma? ove volgerai il piede?

qual sentier prenderai, che più ti vaglia?

Tornerai a seguir Amor, che smaglia

ogni lorica, quando irato fiede?

     o, stanca e sazia de le tante prede

fatte di te ne l’aspra sua battaglia,

t’armerai sì che, perch’ei pur t’assaglia,

non ti vincerà più qual suole e crede?

     Il ritrarsi è sicuro, e ’l contrastare

è glorioso; e l’ésca, che ci mostra,

è tal, che può nocendo anco giovare.

     Non perde e non vince anco uom che non giostra:

in queste imprese perigliose e rare

si potria far maggior la gloria nostra.

 

 

CCXIII

 

     Un veder tôrsi a poco a poco il core,

misera, e non dolersi de l’offesa;

un veder chiaro la sua fiamma accesa

negli altrui lumi e non fuggir l’ardore;

     un cercar volontario d’uscir fore

de la sua libertà poco anzi resa;

un aver sempre a l’altrui voglia intesa

l’alma vaga e ministra al suo dolore;

     un parer tutto grazia e leggiadria

ciò che si vede in un aspetto umano,

se parli o taccia, o se si mova o stia,

     son le cagion ch’io temo non pian piano

cada nel mar del pianto, ov’era pria,

la vita mia; e prego Dio che ’nvano.

 

 

CCXIV

 

     La piaga, ch’io credea che fosse salda

per la omai molta assenzia e poco amore

di quell’alpestro ed indurato core,

freddo più che di neve fredda falda,

     si desta ad or ad ora e si riscalda,

e gitta ad or ad or sangue ed umore;

sì che l’alma si vive anco in timore,

ch’esser devrebbe omai sicura e balda.

     Né, perché cerchi agiunger novi lacci

al collo mio, so far che molto o poco

quell’antico mio nodo non m’impacci.

     Si suol pur dir che foco scaccia foco;

ma tu, Amor, che ’l mio martìr procacci,

fai che questo in me, lassa, or non ha loco.

 

 

CCXV

 

     Qual darai fine, Amor, a le mie pene,

se dal cenere estinto d’un ardore

rinasce l’altro, tua mercé, maggiore,

e sì vivace a consumar mi viene?

     Qual ne le più felici e calde arene,

nel nido acceso sol di vario odore,

d’una fenice estinta esce poi fore

un verme, che fenice altra diviene.

     In questo io debbo a’ tuoi cortesi strali,

che sempre è degno ed onorato oggetto

quello, onde mi ferisci, onde m’assali.

     Ed ora è tale e tanto e sì perfetto,

ha tante doti a la bellezza eguali,

che arder per lui m’è sommo, alto diletto.

 

 

CCXVI

 

     D’esser sempre ésca al tuo cocente foco

e sempre segno a’ tuoi pungenti strali,

d’esser sempre ministra de’ miei mali

ed aver sempre i miei tormenti a gioco,

     io non mi doglio, Amor, molto né poco,

poi che dal dì, che ’l desir prese l’ali,

mi son fatti i martìr propri e fatali,

e libertade in me non ha più loco.

     Pur che tu mi conservi in questo stato,

dov’or m’hai posta, e sotto quel signore,

onde il cor novamente m’hai legato,

     o mi fia dolce, o tornerà minore

quanto son per provar, quanto ho provato

la sua rara bellezza e ’l suo valore.

 

 

CCXVII

 

     A che bramar, signor, che venga manco

quel che avete di me disire e speme,

s’Amor, poi che per lui si spera e teme,

i più giusti di lor non vide unquanco?

     Che vuol dir ch’ogni dì divien più franco

quel che di voi desir m’ingombra e preme?

La speme no, che par ch’ognor si sceme,

vostra mercede, ond’io mi snervo e ’mbianco.

     — Ama chi t’odia — grida da lontano, —

non pur chi t’ama, — il Signor, che la via

ci aperse in croce da salire al cielo.

     Riverite la sua possente mano,

non cercate, signor, la morte mia,

ché questo è ’l vero et a Dio caro zelo.

 

 

CCXVIII

 

     Dove volete voi ed in qual parte

voltar speme e disio che più convegna,

se volete, signor, far cosa degna

di quell’amor, ch’io vo spiegando in carte?

     Forse a Dio? Già da Dio non si diparte

chi d’Amor segue la felice insegna:

Ei di sua bocca propria pur c’insegna

ad amar lui e ’l prossimo in disparte.

     Or, se devete amar, non è via meglio

amar me, che v’adoro e che ho fatto

del vostro vago viso tempio e speglio?

     Dunque amate, e servate, amando, il patto

c’ha fatto Cristo; ed amando io vi sveglio

che amiate cor, che ad amar voi sia atto.

 

 

CCXIX

 

     Ben si convien, signor, che l’aureo dardo

Amor v’abbia aventato in mezzo il petto,

rotto quel duro e quel gelato affetto,

tanto a le fiamme sue ritroso e tardo,

     avendo a me col vostro dolce sguardo,

onde piove disir, gioia e diletto,

l’alma impiagata e ’l cor legato e stretto

oltra misura, onde mi struggo ed ardo.

     Men dunque acerbo de’ parer a vui

esser nel laccio aviluppato e preso,

ov’io sì stretta ancor legata fui.

     Zelo d’ardente caritate acceso

esser conviene eguale omai fra nui

nel nostro dolce ed amoroso peso.

 

 

CCXX

 

     Signor, poi che m’avete il collo avinto

di sì tenace nodo e così forte,

poi che a me piace, ed Amor vuol ch’io porte

nel cor voi solo e nullo altro dipinto,

     a voi convien per quel gentil instinto,

che natura e virtù v’han dato in sorte,

volger pietoso le due fide scorte

verso chi di suo grado avete vinto.

     Carità, pace, fede ed umiltate

sian le nostr’armi, onde si meni vita

rado o non mai menata in altra etate.

     E sia chi dica: — O coppia alma e gradita,

ben avesti le stelle amiche e grate,

sì dolcemente in un voler unita!

 

 

CCXXI

 

     A mezzo il mare, ch’io varcai tre anni

fra dubbi venti, ed era quasi in porto,

m’ha ricondotta Amor, che a sì gran torto

è ne’ travagli miei pronto e ne’ danni;

     e per doppiare a’ miei disiri i vanni

un sì chiaro oriente agli occhi ha pòrto,

che, rimirando lui, prendo conforto,

e par che manco il travagliar m’affanni.

     Un foco eguale al primo foco io sento,

e, se in sì poco spazio questo è tale,

che de l’altro non sia maggior, pavento.

     Ma che poss’io, se m’è l’arder fatale,

se volontariamente andar consento

d’un foco in altro, e d’un in altro male?

 

 

CCXXII

 

     — Dimmi per la tua face,

Amor, e per gli strali,

per questi, che mi dan colpi mortali,

e quella, che mi sface,

onde avien che non osi

ferir il mio signore,

altero de’ tuoi strazi e del mio core,

in sembianti pietosi?

— Ove anniderò poi —

mi risponde ei, — s’io perdo gli occhi suoi?

 

 

CCXXIII

 

     Così m’impresse al core

la beltà vostra Amor co’ raggi suoi,

che di me fuor mi trasse e pose in voi;

or che son voi fatt’io,

voi meco una medesma cosa sète,

onde al ben, al mal mio,

come al vostro, pensar sempre devete;

ma pur, se al fin volete

che ’l vostro orgoglio la mia vita uccida,

pensate che di voi sète omicida.

 

 

CCXXIV

 

     L’empio tuo strale, Amore,

è più crudo e più forte

assai che quel di Morte;

ché per Morte una volta sol si more,

e tu col tuo colpire

uccidi mille, e non si può morire.

Dunque, Amore, è men male

la morte che ’l tuo strale.

 

 

CCXXV

 

     Io veggio spesso Amore

girarsi intorno agli occhi chiari e vaghi,

dolci del mio cor maghi,

de l’amato e gradito mio signore.

Quinci par che saetti,

e sian gli strali suoi gioie e diletti:

queste son armi, che dànno altrui vita

in luogo di ferita.

 

 

CCXXVI

 

     Sapete voi perché ognun non accende,

e non empie d’amore,

l’infinita beltà del mio signore?

Però ch’ognun, com’io, non la comprende,

a cui per sorte è dato

vedervi quel, ch’a tant’altri è vietato;

ché, se non fosse ciò, le pietre e l’erbe

spirerebbeno ardore,

e girian di tal fiamma alte e superbe.

 

 

CCXXVII

 

     Se tu credi piacere al mio signore,

come si vede chiaro,

Amor empio ed avaro,

poi che non gli hai pur tócco l’alma e ’l core;

e, come è anche degno,

poi che con gli occhi suoi mantieni ’l regno;

perché vuoi pur ch’io moia?

Per dargli biasmo e noia?

biasmo d’esser crudele,

avendo uccisa donna sì fedele;

noia, perché, se vive del mio strazio,

chi lo farà poi sazio?

 

 

CCXXVIII

 

     Il cor verrebbe teco,

nel tuo partir, signore,

s’egli fosse più meco,

poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore.

Dunque verranno teco i sospir miei,

che sol mi son restati

fidi compagni e grati,

e le voci e gli omei;

e, se vedi mancarti la lor scorta,

pensa ch’io sarò morta.

 

 

CCXXIX

 

     Qual fosse il mio martìre

nel vostro dipartire,

voi ’l potete di qui, signor, stimare,

che mi fu tolto infin il lagrimare.

E l’umor, che, per gli occhi uscendo fore,

suol sfogarmi ’l dolore,

in quell’amara e cruda dipartita

mi negò la sua aita.

O mio misero stato,

d’altra donna non mai visto o provato,

poi che quello, ond’Amor è sì cortese,

nel maggior uopo a me sola contese!

 

 

CCXXX

 

     Signor, per cortesia,

non mi dite che, quand’andaste via,

Amor mi negò ’l pianto

perché, vedendo in me già spento il foco,

l’acqua non v’avea loco

per temperarlo alquanto;

anzi dite più tosto che fu tanto

in quel punto l’ardore,

che diseccò l’umore;

e non potei mostrare

l’acerba pena mia col lagrimare,

per ciò che ’l corpo mio, d’ogni umor casso,

o restò tutto foco, o tutto sasso.

 

 

CCXXXI

 

     Le pene de l’inferno insieme insieme,

appresso il mio gran foco,

tutte son nulla o poco;

perch’ove non è speme

l’anima risoluta al patir sempre

s’avezza al duol, che mai non cangia tempre.

La mia è maggior noia,

perché gusto talor ombra di gioia

mercé de la speranza;

e questa varia usanza

di gioir e patire

fa maggior il martìre.

 

 

CCXXXII

 

     Se ’l cibo, onde i suoi servi nutre Amore,

è ’l dolore e ’l martìre,

come poss’io morire

nodrita dal dolore?

Il semplicetto pesce,

che solo ne l’umor vive e respira,

in un momento spira

tosto che de l’acqua esce;

e l’animal, che vive in fiamma e ’n foco,

muor, come cangia loco.

Or, se tu vòi ch’io moia,

Amor, trammi di guai e pommi in gioia;

perché col pianto, mio cibo vitale,

tu non mi puoi far male.

 

 

CCXXXIII

 

     Beato insogno e caro,

che sotto oscuro velo m’hai mostrato

il mio felice stato,

qual potrà ingegno chiaro,

quant’io debbo e vorrei, giamai lodarte

in vive voci o ’n carte?

Io per me farò fede,

dovunque esser potrà mia voce udita,

che, sol la tua mercede,

io son restata in vita.

 

 

CCXXXIV

 

     Deh, farà mai ritorno agli occhi miei

quel vivo e chiaro lume,

ond’io vivo e quei veggon per costume?

Potran mai le mie lagrime e gli omei

far molle chi di lor si pasce e vive,

che sta da me lontano, e non mi scrive?

Aspro e selvaggio core,

quest’è la fé d’Amore?

 

 

CCXXXV

 

     Conte, dov’è andata

la fé sì tosto, che m’avete data?

Che vuol dir che la mia

è più costante, che non era pria?

Che vuol dir che, da poi

che voi partiste, io son sempre con voi?

Sapete voi quel che dirà la gente,

dove forza d’Amor punto si sente?

— O che conte crudele!

o che donna fedele!

 

 

CCXXXVI

 

     Spesso ch’Amor con le sue tempre usate

assai la vostra misera Anassilla,

vi prenderia di lei, conte, pietate

in vederla et udilla;

perché le pene sue, i suoi cordogli

rompono i duri scogli;

ma voi state lontano,

ed ella piange invano.

Veggano Amore e ’l ciel, che ’l tutto vede,

la vostra rotta e la sua salda fede.

 

 

CCXXXVII

 

     S’io credessi por fine al mio martìre,

certo vorrei morire;

perché una morte sola

non occide, consola.

Ma temo, lassa me, che dopo morte

l’amoroso martìr prema più forte;

e questo posso dirlo, perché io

moro più volte, e pur cresce il disio.

Dunque per men tormento

di vivere e penar, lassa, consento.

 

 

CCXXXVIII

 

     Con quai segni, signor, volete ch’io

vi mostri l’amor mio,

se, amando e morendo ad ora ad ora,

non si crede per voi, lassa, ch’io mora?

Aprite lo mio cor, ch’avete in mano,

e, se l’imagin vostra non v’è impressa,

dite ch’io non sia dessa;

e, s’ella v’è, a che pungermi invano

l’alma di sì crudi ami

con dir pur ch’io non v’ami?

Io v’amo ed amerò fin che le ruote

girin del sol, e più, se più si puote;

e, se voi nol credete,

è perché crudo sète.

 

 

CCXXXIX

 

     Dal mio vivace foco

nasce un effetto raro,

che non ha forse in altra donna paro:

che, quando allenta un poco,

egli par che m’incresca,

sì chiaro è chi l’accende e dolce l’ésca.

E, dove per costume

par che ’l foco consume,

me nutre il foco e consuma il pensare

che ’l foco abbia a mancare.

 

 

CCXL

 

     Deh, perché soffri, Amor, che disiando

la mia vivace fede

resti senza mercede,

anzi di vita e di me stessa in bando?

S’io amo ed ardo fuor d’ogni misura,

perché si prende a gioco

l’amor mio e ’l mio foco

chi mi vede morir e non ha cura?

Gli orsi, i leoni e le più crude fère

move talor pietade

di chi con umiltade

nel maggior uopo suo mercé lor chiere;

e quella cruda voglia,

che vive di martìre,

allor suol più gioire,

quand’avien ch’io più sfaccia e più m’addoglia.

 

 

CCXLI

 

     Donne, voi che fin qui libere e sciolte

degli amorosi lacci vi trovate,

onde son io e son tant’altre avolte,

     se di saper che cosa sia bramate

quest’Amor, che signor ha fatto e dio

non pur la nostra, ma l’antica etate,

     è un affetto ardente, un van disio

d’ombre fallaci, un volontario inganno,

un por se stesso e ’l suo bene in oblio,

     un cercar suo malgrado con affanno

quel che o mai non si trova, o, se pur viene,

avuto, arreca penitenzia e danno,

     un nutrir la sua vita sol di spene,

un aver sempre mai pensieri e voglie

di fredda gelosia, di dubbi piene,

     un laccio che s’allaccia e non si scioglie,

quando altrui piace, un gir spargendo seme,

di cui buon frutto mai non si ricoglie,

     una cura mordace, che ’l cor preme,

un la sua libertate e la sua gioia

e la sua pace andar perdendo insieme,

     un morir, né sentir perché si moia,

un arder dentro d’un vivace ardore,

un esser mesta e non sentir la noia,

     un mostrar quel ch’uom chiude dentr’e fore,

un esser sempre pallido e tremante,

un errar sempre e non veder l’errore,

     un avilirsi al viso amato innante,

un esser fuor di lui franca ed ardita,

un non saper tener ferme le piante,

     un aver spesso in odio la sua vita

ed amar più l’altrui, un esser spesso

or mesta e fosca, or lieta e colorita,

     un ogni studio in non cale aver messo,

un fugir il comerzio de le genti,

un esser da sé lunge ed altrui presso,

     un far seco ragioni ed argomenti

e disegni ed imagini, che poi

tutti qual polve via portano i venti,

     un non dormire a pieno i sonni suoi,

un destarsi sdegnosa ed un sognarsi

sempre cosa contraria a quel che vuoi,

     un aver doglia e non voler lagnarsi

di chi n’offende, anzi rivolger l’ira

contra se stesso e sol seco sdegnarsi,

     un veder sol un viso ove si mira,

un in esso affissarsi, benché lunge,

un gioir l’alma, quando si sospira,

     e finalmente un mal che unge e punge.

 

 

CCXLII

 

     Da più lati fra noi, conte, risuona,

che voi sèt’ito, ove disio d’onore

sotto Bologna vi sospinge e sprona,

     per mostrar ivi il vostr’alto valore:

valor degno di tanto cavaliero,

ma non degno però di tant’amore.

     Io, quando a la ragion volgo il pensiero,

godo meco, e gioisco, e vo lodando

che così prode amante i ciel mi diêro.

     Ma quando poi ritorno al senso, quando

penso ai perigli, onde la guerra è piena,

che Marte a’ figli suoi va procacciando,

     di timor in timor, di pena in pena

meno questa noiosa e mesta vita

(mentre voi foste qui, dolce e serena),

     me accusando ch’io non fossi ardita

di finir con un colpo i dolor miei,

anzi che voi da me féste partita.

     Felice è quella donna, a cui li dèi

han dato amante men illustre in sorte,

e men vago di spoglie e di trofei;

     col qual le sue dimore lunghe e corte

trapassa lieta, avendol sempre a lato,

fido, costante, valoroso e forte.

     Felice il tempo antico e fortunato,

quando era il mondo semplice e innocente,

poco a le guerre, a le rapine usato!

     Allor quella beata e queta gente,

sotto una amica e cara povertate,

menava i giorni suoi sicuramente.

     Allor le pastorelle innamorate

avean mai sempre seco i lor pastori,

dai quai non eran mai abbandonate.

     Con lor dai primi matutini albori

scherzavan fin al dipartir del sole,

lietamente cogliendo e frutti e fiori.

     Ed or di vaghe rose e di viole

tessevan vaghe ghirlandette e care,

come chi sacri altari onora e cole.

     Né la quiete lor potea turbare

l’émpito de le guerre amaro ed empio,

che l’umane allegrezze suol cangiare:

     guerre che fan di noi sì crudo scempio,

guerre che turban sì l’umano stato,

guerre suggetto d’ogni crudo essempio.

     Ben fu fiero colui, per cui trovato

fu prima il ferro, causa a tanti mali,

quanti il mondo prova ora ed ha provato.

     Le guerre e le battaglie de’ mortali

erano tutte in quella età novella

contra i semplici e poveri animali;

     contra’ quali il pastor, la pastorella

con rete in spalla e con lacci e con cani

givan cingendo questa selva e quella.

     Ma poi quegli appetiti ingordi, insani

di posseder l’altrui robe e l’avere

da l’antica pietà si fêr lontani.

     Quindi si cominciâr prima a vedere

le crude guerre e strepiti de l’armi,

che fan, misere noi, tanto temere.

     Allor sonare i bellicosi carmi

s’udiro per citade e per campagne,

contra’ quai ogni stil convien che s’armi.

     Di lor convien ch’io mi lamenti e lagne:

la lor mercede, il mio signor m’è lunge;

per lor non è chi, lassa, m’accompagne.

     Voi, se zelo d’Amor pur poco punge,

cavalier onorati, se si trova

alcun, cui Marte dal suo ben disgiunge,

     dimostrate in altrui la vostra prova,

perdonate cortesi al signor mio,

in cui morir e viver sol mi giova.

     L’aspetto suo devria sol far restio

l’émpito d’ogni cruda ed empia mano,

senza che lo chiedessi umilment’io;

     la qual con quanto posso affetto umano,

con quanta posso estrema cortesia

(e giunga il prego mio presso e lontano)

     prego ch’ardito alcun di voi non sia

d’offender pur un poco un signor tale,

e turbar seco ancor la vita mia.

     E voi, conte, voi, animo reale,

provato e riprovato in ogni impresa,

deh, se di me pur poco ancor vi cale,

     quando sarà l’aspra battaglia accesa,

andate cauto, ed abbiate rispetto

a me, tutta per voi dubbia e sospesa.

     E pensate che sia nel vostro petto

l’anima mia con la vostr’alma unita,

quasi in suo proprio e suo alto ricetto.

     E sì come pensaste a la partita,

pensate, conte, omai anco al ritorno,

se voi cercate di tenermi in vita;

     ch’io vi vo richiamando notte e giorno.

 

 

CCXLIII

 

     Dettata dal dolor cieco ed insano,

vattene al mio signor, lettera amica,

baciando a lui la generosa mano.

     E digli che dal dì, che la nimica

mia stella me lo tolse, il cibo mio

è sol noia, dolor, pianto e fatica.

     Ben fu ’l ciel al mio ben contrario e rio,

ch’a pena mi mostrò l’amato obietto,

che, misera, da me lo dipartìo.

     O brevi gioie, o fral uman diletto!

o nel regno d’Amor tesor fugace,

subito mostro e subito intercetto!

     Il bel paese, che superbo giace

fra ’l Rodano e la Mosa, or mi contende

la suprema cagion d’ogni mia pace.

     Mentre ivi il mio signor gradito intende

a l’onorate giostre, a’ pregi, a’ ludi,

di cui sì chiara a noi fama s’estende,

     io, misera, che ’n lui tutti i miei studi,

tutte le voglie ho poste, essendo lunge,

conven che disiando agghiacci e sudi.

     E sì fiero il martìr m’assale e punge,

ch’io mi vivo sol d’esso e vivrommi anco

fin che ’l ciel, conte, a me vi ricongiunge.

     Voi, qual guerrier vittorioso e franco,

ferite altrui con l’onorata lancia;

io son ferita qui dal lato manco.

     O per me poco aventurosa Francia!

o bel paese, avverso a’ miei disiri,

che ’mpallidir mi fai spesso la guancia!

     Dovunque avien che gli occhi volga e giri,

non vi trovando voi, conte, mi resto

senza speranza, preda de’ sospiri.

     Voi prometteste ben di scriver presto,

non possendo tornar, per porger ésca

fra tanto al mio disir atro e funesto:

     e, poi che non lo fate, temo ch’esca

da la memoria vostra la mia fede,

e che del mio dolor poco v’incresca.

     È questa de l’amor mio la mercede?

e de la vostra fede è questo il pegno?

Misera donna ch’ad amante crede!

     Credetti amar un cavalier più degno

e ’l più bel che mai fosse, ed or m’aveggio

che la credenza mia non giunge al segno.

     Empia fortuna, or che mi pòi far peggio,

rottemi le promesse di colui,

senza cui, d’ogni mal preda, vaneggio?

     Io non spero giamai che, come fui

vostra, conte, una volta, non sia sempre;

così non foste voi, conte, d’altrui!

     Non so perché la vita non si stempre,

non so com’or con voi ragioni e scriva,

afflitta sì de l’amorose tempre.

     Ma, lassa, che dich’io? perché mi priva

sì ’l duol del vero mio conoscimento,

ch’io tema d’una fé tenace e viva?

     Non sète voi quel pieno d’ardimento,

di senno e di valor, ch’a mille prove

trovato ho fido cento volte e cento?

     Perché debb’io temer ch’essendo altrove,

da me partito a pena, in voi sì tosto

novo amor a’ miei danni si rinove?

     Deh, dolce conte mio, per quelle e queste

fra noi ore lietissime passate,

ond’io mi piacqui e voi vi compiaceste,

     più lungamente omai non indugiate

a scrivermi due versi solamente,

se ’l mio diletto e la mia vita amate.

     Ché, non potendo veder voi presente,

il veder vostre carte darà certo

qualche soccorso a l’affannata mente.

     Questo al mio grand’amor è picciol merto

ma sarà nondimeno ampio ristoro

al faticoso mio poggiar ed erto.

     Ben felice è lo stato di coloro,

che per buona fortuna e destro fato

han sempre presso il lor caro tesoro!

     Misera me, che m’è ’l mio ben vietato,

allor che più bramava e più devea

essergli caramente ognor a lato!

     La mia fortuna instabilmente rea

mi vi dié tosto e tosto mi vi tolse,

che maggior danno far non mi potea.

     Ma voi, se dentro il vostro cor s’accolse

giamai vera pietà di chi v’adora,

di chi più voi, che la sua vita, volse,

     non fate, com’ho detto, più dimora

di scrivermi e poi far tosto ritorno,

se non volete comportar ch’io mora,

     come sto per morir di giorno in giorno.

 

 

CCXLIV

 

     De le ricche, beate e chiare rive

d’Adria, di cortesia nido e d’Amore,

ove sì dolce si soggiorna e vive,

     donna, avendo lontano il suo signore,

quando il sol si diparte, e quando poi

a noi rimena il matutino albore,

     per isfogar gli ardenti disir suoi,

con queste voci lo sospira e chiama;

voi, rive, che l’udite, ditel voi.

     Tu, che volando vai di rama in rama,

consorte amata e fida tortorella,

e sai quanto si tema e quanto s’ama,

     quando, volando in questa parte e ’n quella,

sei vicina al mio ben, mostragli aperto

in note, ch’abbian voce di favella:

     digli quant’è ’l mio stato aspro ed incerto,

or che, lassa, da lui mi trovo lunge

per ria fortuna mia e non per merto.

     E tu, rosignuolin, quando ti punge

giusto disio di disfogar tuoi lai

con voce ove cantando non s’aggiunge,

     digli, dolente quanto fossi mai,

che la mia vita è tutta oscura notte,

essendo priva di quei dolci rai.

     E tu, che ’n cave e solitarie grotte,

Eco, soggiorni, il suon de’ miei lamenti

rendi a l’orecchie sue con voci rotte.

     E voi, dolci aure ed amorosi venti,

 miei sospir accolti in lunga schiera

deh fate al signor mio tutti presenti.

     E voi, che lunga e dolce primavera

serbate, ombrose selve, e sète spesso

fido soggiorno a questa e a quella fèra,

     mostrate tutte al mio signore espresso

che non pur i diletti mi son noia,

ma la vita m’è morte anco senz’esso.

     Ei si portò, partendo, ogni mia gioia,

e, se, tornando omai, non la rimena,

per forza converrà tosto ch’io moia.

     La speme sola al viver mio dà lena,

la qual, non tornand’ei, non può durare,

da soverchio disio vinta e da pena.

     Quell’ore, ch’io solea tutte passare

liete e tranquille, mentre er’ei presente,

or ch’egli è lunge son tornate amare.

     Ma, lassa, a torto del suo mal si pente,

a torto chiama il suo destin crudele,

chi volontario al suo morir consente.

     Lassa, io devea con mie giuste querele

o far che non andasse, o far ch’andando

non desse al vento senza me le vele;

     ch’or non m’andrei dolente lamentando,

né temenza d’oblio, né gelosia

non m’avrebber di me mandata in bando.

     Emendate, signor, la colpa mia

voi, ritornando ove ’l vostro ritorno

più che la propria vita si disia.

     E, se rimena il sole un dì quel giorno,

non pensate mai più da me partire,

ch’io non vi sia da presso notte e giorno,

     poi ch’io mi veggo senza voi morire.

 

 

CCXLV

 

     Musa mia, che sì pronta e sì cortese

a pianger fosti meco ed a cantare

le mie gioie d’amor tutte, e l’offese,

     in tempre oltra l’usato aspre ed amare

movi meco dolente e sbigottita

con le sorelle a pianger e a gridare

     in questa aspra ed amara dipartita,

che per far me da me stessa partire

hanno Fortuna e ’l mio signor ordita.

     E, perché forse non potrem supplire

noi soli a tanta doglia, in parte al pianto

queste rive e quest’onde fa’ venire:

     onde, che meco si compiacquer tanto

de la cara presenza di colui,

ch’or lunge sospirando io chiamo e canto.

     Questi, Amor, son gli usati frutti tui,

brevissimi diletti e lunghe doglie,

ch’io provo, che tua serva sono e fui.

     Ché, come toglie agli arbori le foglie

tosto l’autunno, così di tua mano,

se si dona alcun ben, tosto si toglie.

     Tu mi donasti, ed or mi tien lontano

quanto ben tu puoi darmi, e quanto vede

di caro il sol, tornando a l’oceàno.

     E, bench’io sia sicura di sua fede,

bench’io riposi in quanto m’ha promesso,

ne le dolci parole che mi diede,

     quando ’l disio m’assale, ch’è sì spesso,

non essendo qui meco chi l’appaga,

la vita mia è un morir espresso.

     Donne, cui punge l’amorosa piaga,

di lassar dipartir l’amato bene

non sia alcuna di voi che sia vaga;

     perché son poi maggior assai le pene

di quel ch’altri si crede o che s’aspetta,

qualor l’amara disianza viene.

     Niuna cosa a noi piace o diletta,

se non v’è quel che ne la fa piacere,

quel ch’ogni nostra gioia fa perfetta.

     Io quel che voglio non posso volere,

se quel ch’amo non ho presso o dintorno,

quel che le noie mie torna in piacere.

     Tu, che fai ora a Lendenara giorno,

almo mio sole, ed a me notte oscura,

sole, a cui sempre col pensier ritorno,

     de l’alta fede mia sincera e pura

tien’almen la memoria che si deve,

che durerà fin che mia vita dura.

     E, se degna pietà ti move, in breve

o scrivi o vieni o manda, sì ch’io sia

scema di cura dispietata e greve.

     Ché tanto durerà la vita mia,

quand’io sarò sicura d’esser cara

e d’esser presso a chi ’l mio cor desia,

     il mio cor, ch’ora alberga in Lendenara.

 

 


 

II

RIME VARIE

 

 

CCXLVI

 

     Sacro re, che gli antichi e novi regi,

quanti sono o fûr mai eccelsi e degni,

per forza di valor propria e d’ingegni

vinci, e te stesso e tutto ’l mondo fregi,

ed a’ più chiari spirti ed a’ più egregi,

a’ più felici e più sublimi ingegni

la via d’alzarsi al ciel, scrivendo, insegni

con la materia de’ tuoi tanti pregi,

     volgi dal tron de la tua maestade

sereno il ciglio, onde queti e governi

popoli e regni, a la mia umiltade;

     ché, se tu aspiri a’ miei disiri interni,

spero, vil donna, a la futura etade

far con tant’altri i tuoi gran fatti eterni.

 

 

CCXLVII

 

     Alma reina, eterno e vivo sole,

prodotta ad illustrar imperi e regni,

e congiunta al maggior re, ch’oggi regni,

cara sì che con voi vuole e non vuole,

     date a l’ingegno mio rime e parole,

onde possa adombrar con quai può segni

quanto la vostra altezza e i pregi degni

il mondo tutto riverisce e cole.

     Lasciate ch’a la fama e agli scrittori,

che parleran di voi sì chiaramente,

io donna da lontan possa andar dietro;

     lasciate ch’io di sì famosi allori

m’adorni il crin a la futura gente.

Oh qual grazia mi fia, se questo impetro!

 

 

CCXLVIII

 

     Tu, che traesti dal natio paese

le nostre muse tutte ed Elicona

là dove regge il Rodano e la Sona

il maggior re che viva e ’l più cortese,

     ed or con voi son tutte ad una intese

insieme col gran figlio di Latona

a celebrar quella real corona,

e le sue tante e gloriose imprese,

     chiaro Alamanni, io vorrei ben anch’io

venir in parte di cotanto onore,

e lodar lui con voi e poi voi anco;

     ma s’oppone a l’immenso mio disio

l’esser io, donna e vil, preda d’Amore.

Lo spirto è pronto, ma lo stil è stanco.

 

 

CCXLIX

 

     Alma fenice, che con l’auree piume

prendi fra l’altre donne un sì bel volo,

ch’Adria ed Italia e l’uno e l’altro polo

tutto di meraviglia empi e di lume,

     bellezza eterna, angelico costume,

petto d’oneste voglie albergo solo,

deh, perché non poss’io, come vi còlo,

versar, scrivendo, d’eloquenzia un fiume?

     Ché spererei de la più sacra fronde,

così donna qual sono, ornarmi il crine,

e star con Saffo e con Corinna a lato.

     Poi che lo stil al desir non risponde,

fate voi co’ be’ rai, luci divine,

chiare voi stesse e questo mar beato.

 

 

CCL

 

     Voi n’andaste, signor, senza me dove

il gran troian fermò le schiere erranti,

ov’io nacqui, ove luce vidi innanti

dolce sì, che lo star mi spiace altrove.

     Ivi vedrete vaghe feste e nove,

schiere di donne e di cortesi amanti,

tanti, che ad onorar vengono, e tanti,

un de li dèi più cari al vero Giove.

     Ed io, rimasa qui dov’Adria regna,

seguo pur voi e ’l mio nato paese

col pensier, ché non è chi lo ritegna.

     Venir col resto il mio signor contese;

ché, senza ordine suo, ch’io vada o vegna

non vuole Amor, poi che di lui m’accese.

 

 

CCLI

 

     Mentre, chiaro signor, per voi s’attende

a poggiar nel camin ch’al ciel vi mena

per via di lingue e di scienzie e vena,

che ’l vostro nome in tutto il mondo stende,

     io, donna e vil, cui desir egual prende,

e l’acque di Castalia ho viste a pena,

vorrei venirvi dietro, e non ho lena,

ché la bassezza mia tant’opra offende.

     Però mi resto, e di lontan sospiro

i nobil frutti de l’ingegno vostro,

che con tant’altri già tant’anni ammiro.

     Quei son la vera porpora e ’l ver’ostro,

gli archi e le statue, se ben dritto miro,

che rendon chiaro e caro il secol nostro.

 

 

CCLII

 

     Se voi non foste a maggior cose vòlto,

onde ’l vostro splendor, Venier, sormonte,

avendo sì gran stil, rime sì pronte,

e de’ lacci d’Amore essendo sciolto,

     vi pregherei che ’l valor e ’l bel volto

e l’altre grazie del mio chiaro conte

a la futura età faceste cónte,

poi che ’l poterlo fare a me è tolto;

     e faceste ancor cónto il foco mio

e la mia fede oltra ogni fede ardente,

degna d’eterna vita, e non d’oblio.

     Ma, poi degno rispetto nol consente,

vedrò, tal qual io sono, adombrarn’io

una minima parte solamente.

 

 

CCLIII

 

     Speron, ch’a l’opre chiare ed onorate

spronate ognun col vostro vivo essempio,

mentre d’ogni atto vile illustre scempio

con l’arme del valor vincendo fate,

     poi che di seguir io vostre pedate

per me l’ardente mio desir non empio,

voi, d’ogni cortesia ricetto e tempio,

a venir dopo voi la man mi date;

     sì che, come ambedue produsse un nido,

ambedue alzi un vol, vostra mercede,

e venga in parte anch’io del vostro grido.

     Così d’Antenor quell’antica sede

e questo d’Adria fortunato lido

faccian de’ vostri onor mai sempre fede.

 

 

CCLIV

 

     Zanni, quel chiaro e quel felice ingegno,

che splende in voi, e quel sommo valore,

di cui non ha, per quel che s’ode fuore,

Adria più ricco e più leggiadro pegno,

     io quanto posso umìle a inchinar vegno,

serva di cortesia, serva d’Amore,

dogliosa sol che in così santo ardore

non van le forze del disir al segno;

     perché, a ridir per via di rime a pieno

quanto io v’onoro e quanto è ’l vostro merto,

ogn’altro stil, che ’l vostro, verria meno.

     Voi sol col passo saldo e passo certo

in questo d’Adria e fortunato seno

salite al monte faticoso ed erto.

 

 

CCLV

 

     Conte, quel vivo ed onorato raggio,

che splende fuor del vostro chiaro ingegno

per via di rime, ed è già giunto a segno,

che o l’ha con pochi, o non ha alcun paraggio,

     è frutto sol del vostro santo e saggio

petto, d’ogni virtù nido e sostegno;

ch’io per me propria, se a stimarmi vegno,

non pur per darne altrui, lume non aggio.

     E, se talvolta vo spiegando in carte

oscure e basse qualche mio martìre,

Amor, che me lo dà, dammi anche l’arte.

     Voi per voi sol potete al ciel salire,

cigno gentil, sì ch’altri non v’ha parte:

così potess’io il vostro vol seguire!

 

 

CCLVI

 

     Quel lume, che ’l mar d’Adria empie ed avampa

di sì bei frutti e di sì degni effetti,

per via di prose e versi alti ed eletti,

che natura ed Amor, conte, in voi stampa,

     è lume proprio de la vostra lampa,

e frutti de’ vostr’alti e bei concetti,

e non reflesso degli oscuri obietti

di me misera, afflitta e lassa Stampa.

     E, se vostra infinita caritade

me bassa e grave di terreno peso

di così rare lode empie ed ingombra,

     alfin ritorna in voi la chiaritade,

che, di nessuna indegnità ripreso,

fate sparir la lode altrui qual ombra.

 

 

CCLVII

 

     O inaudita e rara cortesia,

donar i pregi del suo proprio onore

ad una donna umìl, che ’l proprio core,

non pur altro, non ha che di lei sia!

     Ben v’avea fra tutti altri alzato pria

a chiaro segno il vostro alto valore,

senza nova cercar gloria e splendore

per questa disusata e rara via;

     sì che non resti modo alcuno in terra,

ond’uom possa poggiar per farsi chiaro,

non cerco da l’illustre Vinciguerra.

     O spirto, in mille guise eccelso e raro,

qual vena d’eloquenzia petto serra,

che possa gir a le tue lodi a paro?

 

 

CCLVIII

 

     Signor, da poi che l’acqua del mio pianto,

che sì larga e sì spessa versar soglio,

non può rompere il saldo e duro scoglio

del cor del fratel vostro tanto o quanto,

     vedete voi, cui so ch’egli ama tanto,

se, scrivendogli umìle un mezzo foglio,

per vincer l’ostinato e fiero orgoglio

di quel petto poteste aver il vanto.

     Illustre Vinciguerra, io non disio

da lui, se non che mi dica in due versi:

— Pena, spera ed aspetta il tornar mio. —

     Se ciò m’aviene, i miei sensi dispersi,

come pianta piantata appresso il rio,

voi vedrete in un punto riaversi.

 

 

CCLIX

 

     Se quanta acqua ha Castalia ed Elicona

beveste tutta e sì felicemente

chiaro signor, che poi le vene spente

restasser secche ad ogn’altra persona,

     come poss’io, quando desio mi sprona.

a dir di voi sì caldo e sì sovente,

sperar di pur adombrar solamente

quanto di voi si stima e si ragiona?

     Anzi, perché non pur i versi miei

non posson dir quant’io v’onoro e còlo,

ma mille Lini meco e mille Orfei,

     o voi dite di voi, o di me solo

sappia il mondo ch’io vòlsi e non potei

alzarmi pigra a sì gradito volo.

 

 

CCLX

 

     Io vorrei ben, Molin (ma non ho l’ale

da prender tanto e sì gradito volo),

portar, scrivendo, a l’uno e l’altro polo

l’alta cagion del mio foco immortale;

     ché l’opra e la materia è tanta e tale,

ed io son sì dal mal vinta e dal duolo,

che a ciò non basto, e voi bastate solo,

od altrui stile al vostro stile eguale.

     Voi far fiorir potete eternamente

il colle ch’amo; voi farlo, lodando,

novo Parnaso a la futura gente.

     Io vo ben ciò talor meco provando,

quanto mi detta il mio desir ardente;

ma forse scemo sue lode cantando.

 

 

CCLXI

 

     Tu, ch’agli antichi spirti vai di paro,

e con le dotte ed onorate rime

rischiari l’acque e fai fiorir le cime

del colle, ove si sale oggi sì raro,

     movi il canto, Molin, canoro e chiaro,

se mai movesti; e ’l mio colle sublime

fa’ fiorir fra le cose al mondo prime,

poi ch’a me il ciel di farlo è stato avaro.

     A me dié solo amarlo, e l’amo quanto

si puote amar; ma ’l celebrarlo poi

è d’altro stil incarco, che di donna.

     Qui convien sol la tua cetra e ’l tuo canto,

chiaro signor; tu sol descriver puoi

questa del viver mio salda colonna.

 

 

CCLXII

 

     Voi, che fate sonar da Battro a Tile,

onde il sol viene a noi, onde si parte,

quel chiaro stil, che ’l cielo vi comparte,

che può d’orrido verno far aprile,

     o a soggetto men basso e men vile

le vostre rime, in tutto ’l mondo sparte,

rivolgete, o pregate Amor ex parte

che faccia me a voi non dissimìle;

     sì che, qual sono i vostri versi gai,

sia egual la materia, e regni e viva

quanto il sol gira, e quanto ne sperai.

     Ché, s’ella è di valor in tutto priva

e quei sì chiari, indegna opra dirai,

d’Adria felice ed onorata riva.

 

 

CCLXIII

 

     Dotto, saggio, gentil, chiaro Bonetto,

la cui bontà il bel nome ancor pareggia,

e l’alta cortesia, che signoreggia

il nobil cor, ch’a ogniun vi rende accetto,

     saper bramo io dal vostro almo intelletto,

che le cose segrete in Dio vagheggia

quale è più, il danno o l’util che si veggia

il mondo trar da l’amoroso affetto.

     Ditemi ancor perché fu Amor dipinto

già dagli antichi, e da’ moderni ancora

si pinge faretrato, ignudo e cieco.

     Questo dubbio da voi mi sia distinto,

che nel mio cor gran tempo già dimora,

mercé de l’ignoranzia ch’è ognor meco.

 

 

CCLXIV

 

     È sì gradito e sì dolce l’obietto

del mio foco, signor, e tanto e tale,

che di soffrir ardendo non mi cale

ogni acerbo martìr, ogni dispetto.

     Duolmi sol ch’io non sia degno ricetto

di tanto bene e a tanta fiamma eguale,

e che ’l mio stil sia infermo, stanco e frale

a portar l’opra, ove giunge il concetto.

     E sopra tutto duolmi che la ria

mia fortuna s’ingegna sì sovente

a dilungar da me la gloria mia.

     Che mi giova, signor, che fra la gente,

illustre, come dite, e chiara io sia,

se dentro l’alma mia gioia non sente?

 

 

CCLXV

 

     Il gran terror de le nimiche squadre,

che sotto il più felice imperadore

frenò sì spesso il tedesco furore,

fatto ribelle a la sua santa madre,

     come hai potuto tu, celeste Padre,

veder degli anni suoi nel più bel fiore,

fra donne imbelli, empia mercé d’Amore,

cader per man servili, indegne et adre?

     Marte il suo bellicoso orrido carme

cangi in sospiri omai, e con lui chiuda

sotterra i suoi trofei, l’insegne e l’arme;

     o d’esse almen la bella amica ignuda,

Venere sua, come più degna, n’arme,

poi ch’ella è più di lui sanguigna e cruda.

 

 

CCLXVI

 

     Se da’ vostr’occhi, da l’avorio ed ostro,

ond’Amor manda fuor faci e quadrella,

se dai tesor de l’anima, ch’ancella

nacque d’alto valor nel divin chiostro,

     ciò ch’io scrissi e cantai mi fu dimostro,

per lor d’ogn’atto vil tornai rubella,

e, se mercé di quelle e mercé d’ella,

col tempo avaro e con gl’ingegni giostro,

     a voi deve ogni lingua dotta e chiara

rendervi lode, poi che ’n voi s’accoglie

virtù, che ’l fosco mio sgombra e rischiara.

     A voi de’ morte, che tutt’apre e scioglie,

non esser come agli altri empia ed amara,

e ’l mondo ornarvi il crin di doppie foglie.

 

 

CCLXVII

 

     — Grazie, che fate il ciel fresco e sereno,

quando v’aggrada, e tu, che l’innamori,

sacratissima madre degli Amori,

al cui bel raggio ogn’altra ombra vien meno,

     spargete con cortese e largo seno

nembo odorato di grazie e di fiori

sopra questi chiarissimi pastori,

che me di gioia et Adria han d’onor pieno;

     sì che non turbi il lor felice stato

fortuna avversa o torbida procella,

e sia sempre, come or, dolce e beato. —

     Tal pregando Anassilla, pastorella

d’ardente zelo e ’l cor caldo e ’nfiammato

le Grazie udîrla e la più chiara stella.

 

 

CCLXVIII

 

     A voi sian Febo e le sorelle amiche,

schiera gentil, che col vivace ingegno,

con l’arte e con lo stil giungete a segno,

ove non giunser le memorie antiche.

     Voi le più gravi cure e le nimiche

voglie acquetate, voi l’ira e lo sdegno;

voi sète dolce altrui triegua e ritegno

ne le lunghe, penose, aspre fatiche.

     Io de la interna mia cura e vivace,

fin ch’è durato il vostro dolce dire,

ho, la vostra mercé, trovato pace.

     Così piaccia ad Amor di stabilire

questa mia breve gioia; e chi mi sface

tenga mai sempre queto il mio disire.

 

 

CCLXIX

 

     Amica, dolce ed onorata schiera,

schiera di cortesia e d’onestade,

soggiorno di valore e di beltade,

di diporti e di grazie madre vera,

     io prego Amor e ’l ciel ch’unita, intera

ti conservi in felice e lunga etade,

e questi giochi e questa libertade

veggan tardi, o non mai, l’ultima sera.

     Cosa non possa mai perversa e ria

turbar per tempo alcun o disunire

così dolce e gradita compagnia.

     A me si dia per grazia di gioire

con lei molt’anni e con la fiamma mia,

che sovra il ciel mi fa superba gire.

 

 

CCLXX

 

     Rivolgete la lingua e le parole

a dir di cosa più degna e più chiara,

che non son io, schiera onorata e cara,

onde tanto Elicona s’orna e cole.

     Come la luna il lume suo dal sole

prende, onde poi la notte apre e rischiara,

io, cui natura è stata in tutto avara,

splendo quanto il mio sol permette e vuole.

     A lui dunque si de’ tutta la lode,

perché, s’ei non mi dà del suo vigore,

non è chi mova la mia lingua o snode.

     La mia vita in lui vive ed in me more,

di lui sol parla, pensa, scrive et ode.

Oh pur mi serbi in questo stato Amore!

 

 

CCLXXI

 

     Voi, ch’a le muse ed al signor di Delo

caro più ch’altri, quasi unico mostro,

la via d’andar a lor m’avete mostro,

pensier cangiati innanzi tempo e pelo;

     e, di Morte schernendo il crudo telo,

chiaro poggiate a quel celeste chiostro,

ov’io con voi d’alzarmi indarno giostro,

ché pur m’atterra il peso grave e ’l gelo;

     fate col vostro stil palese e note

le vostre lode a tutto ’l mondo e ’l saggio

senno e valor, ch’ogn’altro par ch’adombre,

     perch’io per me, Michiel, cosa non aggio

d’esser cantata da le vostre note,

che tempo e morte tosto non la sgombre.

 

 

CCLXXII

 

     Deh, perché non poss’io, qual debbo e quale

voi m’imponeste, al mio stil porre i vanni,

sì che ’l vostro bel nome, dagli inganni

del tempo tolto, al ciel spiegasse l’ale,

     coppia onorata, a cui null’altra eguale

si vede, o vedrà mai dopo mill’anni,

per virtute e valor salita a’ scanni,

ove raro o non mai si salse o sale?

     Felice Serravalle, a cui per sorte

si diede l’esser retta e governata

da sì gran donna e sì degno consorte!

     Felicissima me, se fosse nata

o con voi prima, o con voi fin a morte

vivesse questa vita che m’è data!

 

 

CCLXXIII

 

     Perché Fortuna, avversa a’ miei disiri,

quasi smarrita e stanca navicella

da lunga combattuta e ria procella,

come a lei piace mi rivolva e giri,

     e meco più ad or ad or s’adiri,

e mi percuota in questa parte e ’n quella,

né lassi l’empia e di pietà rubella

che da’ suoi colpi il cor punto respiri,

     io pur, Balbi, nel mal mi riconforto,

poi che ho le vostre ornate rime amiche,

onde malgrado suo vivrò mill’anni.

     Queste a la speme mia mostrano il porto,

queste contra de l’aure aspre e nemiche

saran dolce ristoro de’ miei danni.

 

 

CCLXXIV

 

     Anima, che secura sei passata

per questo procelloso mar, per questa

vita mortal senza provar tempesta,

dagli onori e dal volgo allontanata,

     ed or con quella angelica brigata

ti vivi vita eterna in gioia e ’n festa,

lassata qui tutta confusa e mesta

la gioventù da te retta e guidata,

     pianga il tuo dipartir, la lontananza

del buon Socrate suo celeste e santo

tutta Italia e tutta Adria in ogni stanza;

     ed io per me, se non che mi fa tanto

pianger Amor per lui, che non m’avanza,

colmerei l’urna tua col mio gran pianto.

 

 

CCLXXV

 

     Qual a pieno potrà mai prosa o rima

la vostra cortesia lodar e l’arte,

quella, ch’a me di lode dà tal parte,

questa, ch’orna ed illustra il nostro clima?

     Voi sète sol, signor, se ’l ver si stima,

cui altri non pareggia; in voi ha sparte

le grazie il ciel, ch’altrove non comparte

in questa nostra etade o ne la prima.

     Voi sète il Sol, ch’ogn’altra luce avanza;

da voi si prende qualitate e lume

e tutto quel di ben, che splende in nui.

     Felice me, poi c’ho trovato stanza

ne la vostra memoria, per costume

usa a far viver dopo morte altrui.

 

 

CCLXXVI

 

     Ben posso gir de l’altre donne in cima

fin dove il sole a noi nasce e diparte,

poi ch’io son scritta da le vostre carte,

Emo, e polita da la vostra lima.

     Il chiaro Achille ebbe la spoglia opima

d’onor fra gli altri gran figli di Marte,

non perché fusse tale egli in gran parte,

ma perché Omero lui alza e sublima.

     In me è sol amor, e disianza

di ber de l’acque del Castalio fiume,

ove voi spesso ed io ancor non fui.

     Se questo onesto mio disir s’avanza,

se un dì m’infonde Apollo del suo nume,

andrò lodando queste rive e vui.

 

 

CCLXXVII

 

     Porgi man, Febo, a l’erbe, e con quell’arte,

che suol render altrui salute e vita,

il mio buon Emo e ’l Tiepol nostro aita,

due che tengon di noi la miglior parte;

     e l’empia febre e le reliquie sparte,

onde han la faccia pallida e smarrita,

sia da lor, tua mercé, tosto bandita,

se disii presso noi famoso farte.

     Sì vedrai poi d’incensi e d’odor vari

e di votive tavole e di segni

carco il tuo tempio e’ tuoi sacrati altari;

     et udrai mille e mille chiari ingegni

dir le tue lode e i fatti egregi e chiari,

onde fra gli altri dèi lodato regni.

 

 

CCLXXVIII

 

     Ninfe, che d’Adria i più riposti guadi

sacre abitate, e tu, dea degli Amori,

che da quest’acque prima uscisti fuori,

care sì che ’l tuo Cipro men t’aggradi,

     a’ modi adorni a meraviglia e radi,

a la maggior beltà ch’oggi s’onori,

al soggetto più degno di scrittori,

pur che sia stil ch’a sì gran segno vadi,

     a la Barozza, a cui nulla è seconda,

dei più ricchi tesor, che ’l mar vostro aggia,

ornate il crin e l’aurea treccia bionda.

     E lungo questa erbosa e chiara spiaggia

canti l’una di voi, l’altra risponda,

la vostra donna bella, onesta e saggia.

 

 

CCLXXIX

 

     Felice cavalier e fortunato,

a cui toccò fra tutti gli altri in sorte,

aver sì bella e sì nobil consorte,

e di sì chiaro ingegno e sì pregiato,

     voi potete obliar, standole a lato,

i gravi assalti di fortuna e morte,

perch’ella può con le due fide scorte

render tranquillo il ciel fosco e turbato.

     Coppia gentil, dopo mill’anni e mille

de’ vostri veri pregi e vero onore

splenderanno fra noi chiare faville.

     Ed ancor fia chi dica pien d’ardore:

— Alme felici, poi che ’l ciel sortille

a sì bel nodo ed a sì santo ardore!

 

 

CCLXXX

 

     Le virtù vostre e quel cortese affetto,

che mostrate, Guiscardo, avermi a parte,

e quel vergar de l’onorate carte

in lode mia sì chiaro e sì perfetto,

     hanno tanto poter dentro al mio petto,

che con quanto si può mai studio od arte

io son vòlta ad amarte ed onorarte,

quasi di vero onor nido e ricetto.

     Ma con quel sol e non altro disio,

che prescrive onestate, e che conviensi

al voler vostro ed a lo stato mio;

     perché l’amar con questi frali sensi

è amor breve; e spesse volte è rio,

ché n’ancide la strada, ond’al ciel viensi.

 

 

CCLXXXI

 

     Quel, che con tanta e sì larga misura

felice ingegno il nostro alto Fattore

vi dié, Guiscardo, e quel raro valore,

che de’ più chiari il vivo raggio oscura,

     quel vago stil, quella cortese cura,

che di lodarmi sì v’infiamma il core,

non per mio merto, a tanta opra minore,

ma per mia rara e mia sola ventura,

     e sopra tutto quello amor, che tanto

mostrate avermi, che l’amato move,

e fa uno il voler quando è diviso,

     son cagion che v’onori ed ami, quanto

può donna chiaro ingegno, stile e viso;

però quanto onestà detti ed approve.

 

 

CCLXXXII

 

     Quel gentil seme di virtute ardente,

che germogliar nel vostro ingegno intende

fin da’ primi anni, ed or tal frutto rende,

che n’è pieno Adria omai tutto, e lo sente,

     con quel disio, che sì fervidamente

spiegate in carte, che di me vi prende,

sì viva fiamma nel mio cor accende,

ch’a la vostra è minor o poco o niente.

     È ben ver che ’l disio, con ch’amo voi,

è tutto d’onestà pieno e d’amore,

perch’altramente non convien tra noi.

     Appagate di questo il vostro core,

spirto gentil, e fate noto poi

ne’ vostri versi questo santo ardore.

 

 

CCLXXXIII

 

     S’io non avessi al cor già fatto un callo

e patteggiato dentro col pensiero

non dar più luogo al despietato arciero,

mal trattata da lui quanto egli sallo;

     di farmi entrar ne l’amoroso ballo

novamente, e più crudo che ’l primiero,

per farmi uscir dal mio preso sentiero

e commetter del primo un maggior fallo,

     avrian forza i vostr’occhi e quel cortese

atto e tante altre grazie e la beltade,

onde natura a farsi onor intese.

     Ma, per aver di me giusta pietade,

tanto ho di voi, non più, le voglie accese,

quanto permette onor ed onestade.

 

 

CCLXXXIV

 

     — Pastor, che d’Adria il fortunato seno

di tanti onori e tanti pregi ornate,

e de le rive sue chiare e pregiate

avete omai, cantando, il mondo pieno;

     pastor, ch’alto saper chiudete in seno

ne la più verde e più fiorita etate,

e, da radici uscendo alte e lodate,

fate col canto il ciel fosco e sereno,

     deh potess’io del vostro almo splendore

venir in parte e di quei chiari effetti,

ché non temerei morte o tempo oscuro. —

     Così, lodando il suo saggio pastore,

Anassilla dicea, di dolci aspetti

ripieno il cielo, a l’aer chiaro e puro.

 

 

CCLXXXV

 

     Mentre al cielo il pastor d’alma beltate

Coridon alza l’una e l’altra Stampa,

e mentre l’una e l’altra arde ed avampa

di far lui chiaro a questa nostra etate,

     in note di vivace amor formate,

d’amor, che solo in gentil cor s’accampa,

dice Anassilla al sol volta, che scampa

le forze avendo a più poter legate:

     — Deh, perché stil, vaghezza ed armonia

d’alzar lui non ho io, rime e concento,

a segno ove pastor mai non è stato?

     Perché a voglia sì santa e così pia

non risponde il poter, che in un momento

faria lo stato mio chiaro e beato?

 

 

CCLXXXVI

 

     Qual è fresc’aura, a l’estiv’ora ardente,

a la stanca e sudata pastorella,

qual è a chi dorme in riva erbosa e bella

il mormorar d’un bel cristal corrente,

     qual di sol raggio in bel prato ridente

a fior che langue a la stagion novella,

qual certo porto a dubbia navicella,

ch’esce fuor di tempesta aspra e repente;

     tal fu il vostro apparir gradito tanto,

Priuli nostro, a nostre luci meste,

e le rime ch’agli altri han tolto il vanto.

     Quell’a noi stesse ne fu caro, e queste,

dopo il dipor del terren vostro manto,

ne faran chiare ovunque amor si deste.

 

 

CCLXXXVII

 

     Chiunque a fama gloriosa intende

per via di chiaro stil, d’alto intelletto,

talor basso e vilissimo soggetto,

per essaltarlo poetando, prende.

     Omero, che per tutto fama stende,

alzò cantando un animal negletto;

e Virgilio, la lingua saggio e ’l petto,

de la zanzala, al ciel, scrivendo, ascende.

     Tal di noi, basso tema, fate vui,

che ’l nostro nome, indegno ch’uom riguardi,

alzate sì che non fia mai che moia.

     A voi, Priuli saggio, ceda lui,

che Mantov’orna e i bei campi lombardi,

e chi cantò Micena insieme e Troia.

 

 

CCLXXXVIII

 

     Cercando novi versi e nove rime

per poter far le lodi vostre cónte,

Apollo, sceso giù dal sacro monte,

l’orecchie mi tirò ne l’ore prime.

     — Altro ingegno, altro stile ed altre lime,

— mi disse — o d’eloquenzia un maggior fonte

ti converrebbe a poter stare a fronte

con soggetto sì degno e sì sublime.

     Un mar, che non ha fine e non ha fondo,

cerchi solcar, cercando di lodare

il riverendo a null’altro secondo.

     A tutt’altri le stelle fûro avare,

quando mandâr sì chiaro spirto al mondo,

a cui han dato ciò che si può dare.

 

 

CCLXXXIX

 

     Soranzo, de l’immenso valor vostro

e de l’alte virtù tante e sì nove

raggio sì vivo e sì possente move

e di sì chiaro lume il secol nostro,

     che, volend’io vergar carta ed inchiostro,

sì come son or qui, sien note altrove,

la grandezza de l’opra mi rimove,

e ritarda lo stil quel che m’è mostro.

     Io vinco ben tutt’altre di disio

in amarvi e onorarvi come deggio;

ma l’opra è tal, che vince il poter mio.

     Onde maggior virtute a chi può chieggio

da pagar tanto e sì devuto fio,

o vo’ tacer di voi per non far peggio.

 

 

CCXC

 

     Questo felice e glorioso tempio

de la più chiara dea ch’oggi s’onori,

poi ch’io non ho condegni incensi e fiori,

(colpa del duro mio destino ed empio)

     dietro a voi, che di morte fate scempio,

fra i più famosi e più saggi scrittori,

dotti figli d’Esperia, almi pastori,

di queste basse rime adorno ed empio.

     Ché, se m’avesse il cielo alzata dove

alzato ha lei, alzato ha ’l vostro stile,

o me lodata, o paghi e’ disir miei!

     Voi dunque in rime disusate e nove

fate udir il suo nome a Battro e Tile,

e tutto quel ch’io vòlsi e non potei.

 

 

CCXCI

 

     Signor, s’a quei lodati e chiari segni

il vostro ingegno, i vostri studi e l’arte

v’hanno alzato, e ’l vergar di tante carte,

a’ quai s’alzâro i più chiari e più degni,

     come poss’io, come i maggiori ingegni,

entrando in tanto mar con poche sarte,

quanto si vuol, quanto si de’ lodarte,

sì che di nostro dir tu non ti sdegni?

     Certo il disire e debito mi sprona,

e via più la vostr’alta cortesia,

che talvolta di me pensa e ragiona.

     Ma l’opra è tal, tal è la penna mia,

tal di voi parla e sente ogni persona,

che, credend’io d’alzar, v’abbasseria.

 

 

CCXCII

 

     Voi, che di vari campi e prati vari

con la penna metendo biade e fiori,

mostrate ognor fra i più saggi scrittori,

ond’uomo si diletti ed onde impari;

     o degli ingegni al mondo eletti e rari,

di mille edere degno e mille allori,

il cui splendor non fia che discolori

l’invido oblio o gli anni empi ed avari,

     quante grazie vi rendo, Ortensio, poi

che senza merto mio, per vostri scritti,

n’andrò famosa dagl’Indi agli Eoi

     con tant’altre lodate e chiari invitti,

che per la vostra penna e pregi suoi

di morte o tempo non temon despitti.

 

 

CCXCIII

 

     S’una sola eccellenzia suol far chiaro

chi la possede, e voi n’avete mille,

gradito cavalier, quai voci o squille

potran mai gire a’ vostri merti a paro?

     Voi ne l’età più verde con quel raro

giudicio restingueste le faville

d’Inghilterra e di Francia, ove sopille

non puoté alcun di quanti unqua provâro.

     Voi di grandezza, voi di cortesia,

voi di presenzia, voi di nobiltate

v’alzate a segno, ov’altri non fu pria.

     Cantin di voi le penne più lodate;

che io, quanto potrà la penna mia,

vi farò chiaro a la futura etate.

 

 

CCXCIV

 

     Mille fiate a voi volgo la mente,

per lodarvi, Fortunio, quanto deggio,

quanto lodarvi e riverirvi io veggio

da la più dotta e la più chiara gente;

     ma da l’opra lo stil vinto si sente,

con cui sì male i vostri onor pareggio;

onde muta rimango, ed al ciel chieggio

o maggior vena o desir meno ardente.

     Io dirò ben che, qualunque io mi sia

per via di stile, io son vostra mercede,

che mi mostraste sì spesso la via;

     perché ’l far poi del valor vostro fede

è opra d’altra penna che la mia,

e ’l mondo per se stesso se lo vede.

 

 

CCXCV

 

     Signor, che per sì rara cortesia

con rime degne di futura etate

sì dolcemente cantate e lodate

l’alto mio colle, l’alta fiamma mia,

     io priego Amor che, se spietata e ria

vi fu giamai la donna che ora amate,

ferendo lei di quadrella indorate,

la renda a’ desir vostri molle e pia.

     E prego voi che ’l vostro chiaro stile,

lasciato me suggetto senza frutto,

si volga al signor mio chiaro e gentile:

     io per me son quasi un terreno asciutto,

sono una pianta abbandonata e vile,

colta da lui, e suo è ’l pregio in tutto.

 

 

CCXCVI

 

     Non aspettò giamai focoso amante

la disiata e la bramata vista

di quel, per cui versò lagrime tante;

     non aspettò giamai anima trista,

e distinata nel profondo abisso,

la faccia del Signor di gloria mista;

     non aspettò giamai servo, ch’affisso

fosse a dura ed acerba servitute,

a la sua libertà ’l termin prefisso;

     non disiò giamai la giovintute

cara e gioiosa un uom già carco d’anni,

in cui tutte le forze son perdute;

     non disiò giamai d’uscir d’affanni

un, cui fortuna aversa afflige e preme,

carco e gravato d’infiniti danni;

     non aspettò giamai un uom, che teme

vicin a morte, la sua sanitate,

di cui era già giunto a l’ore estreme;

     non aspettò giamai le luci amate

di dilettoso caro e dolce figlio

benigna madre e carca di pietate;

     non aspettò giamai di gran periglio

sì disiosa uscir nave, a cui l’onde

e nemica tempesta diêr di piglio;

     quant’io le carte tue care e gioconde,

Mirtilla mia, Mirtilla, a le cui voglie

ogni mia voglia, ogni disir risponde;

     Mirtilla mia, con la qual mi si toglie

ogni mia gioia ed ogni mio diletto,

restando preda di perpetue doglie;

     col cui leggiadro e grazioso aspetto

mi si rende ogni bene, ogni piacere

dolce, amoroso, caro, alto ed eletto.

     Ché, non potendo te propria vedere,

veder i frutti del tuo vago ingegno

è quanto di conforto io posso avere.

     Però, tosto ch’io vidi il caro pegno

de l’amor tuo ver’me, l’amiche carte,

de la memoria tua perpetuo segno,

     quel piacer, che può dar a parte a parte

cosa dolce e gradita, ho sentit’io,

sì ch’a gran pena io lo potrei contarte.

     Quel c’ha turbato alquanto il gioir mio,

è stato entr’esse il legger e ’l vedere

cosa tutta contraria al mio disio,

     che la Mirtilla mia, degna d’avere

prospero corso e vera e dolce pace,

sia stata astretta per febre a giacere.

     Questo però fra ’l mezzo mal mi piace,

che la mercé di Dio vi sète presto

convaluta del mal aspro e tenace.

     Or attendete a conservar il resto

del tempo, che da me sarete lunge,

sì ch’anco a me non sia ’l viver molesto.

     Perch’un sol duol due corpi insieme punge,

sì come un solo amor ed una fede

ed una voluntà due cor congiunge.

     E, se talor di voi cerca far prede

qualche cura noiosa, adoperate

quell’estrema virtù, che ’l ciel vi diede,

     e fra tanto di me vi ricordate.

 

 

CCXCVII

 

     — Di chi ti lagni, o mio diletto e fido,

sovra questo famoso e chiaro lido,

ove fan nido tante onorat’alme

felici ed alme?

     — Io mi lagno, signor, di due begli occhi,

onde eterna dolcezza avien che fiocchi,

né par che tocchi a lor, né dia lor noia,

perch’io mi moia.

     — Per le saette mie, per la mia face

che ’l tuo languir a gran torto mi spiace;

ma, s’egli piace a chi vuol che ti sfaccia,

che vòi ch’io faccia?

     — Vo’ che tu, che sol pòi soccorso darmi,

tu, che sei nostro dio, tu, c’hai fort’armi,

onde aitarmi, o tempri il duro core

o ’l mio dolore.

     — Mille fiate e mille mi son messo

per saettar quegli occhi e gir lor presso;

ma ’l lume stesso sì m’ingombra, ch’io

non son più dio.

     — Or se tanto essi, e tu sì poco vali,

perché non cedi lor l’arco e gli strali

e faci ed ali e ’l tuo carro e ’l tuo regno,

come a più degno?

     — Io cederei di grado, pur che loco

mi desser que’ begli occhi, e strali e foco,

ond’apro e cuoco; ma lor non aggrada

che seco vada.

     — Com’esser può ch’Amor voglia legarse

e farsi servo altrui, né possa farse,

e son sì scarse quelle vive stelle,

che stii con elle?

     — Elle hanno a schivo che di lor vittoria

abbia io, stando con lor, parte di gloria,

perché d’istoria è men degno colui

ch’è con altrui.

     — Dunque senza speranza e senza aita,

poi ch’è la deitade tua finita,

sarà mia vita il tempo che m’avanza

in disianza?

     — Così fia, lasso! ed io la face e l’arco

e le saette mie gitto ad un varco,

poi che son scarco, mercé di quel lume,

d’ogni mio nume.

     — Piangiamo insieme, l’un la deitate,

l’altro la sua perduta libertate,

senza pietate di colei, che sola

tutto n’invola.

     — Io volo al cielo. — Io resto fra quest’onde.

— Io Giove. — Io chiamerò chi non risponde.

Aure seconde, fate al mondo chiara

cosa sì rara.

 

 

CCXCVIII

 

     Felice in questa e più ne l’altra vita

chi fugge, come voi, prima che provi,

la miseria del secolo infinita;

     prima che dentr’al cor si turbi e movi

per tanti inaspettati uman cordogli,

e poi d’uscirne al fin loco non trovi.

     Felice anima, tu, che qui ti spogli

di questi affetti miseri e terreni,

e de le nostre pene non ti dogli!

     Tutti i tuoi dì saran lieti e sereni,

senz’ira, senza guerra e senza danni,

di pace, di riposo e d’amor pieni.

     Felice chi si fa, sotto umil panni,

di Cristo, signor suo, devot’ancella,

né prova i nostri maritali affanni!

     E, gli occhi alzando a la divina stella,

lascia quest’aspro e periglioso mare,

ch’aura giamai non ha senza procella!

     Felice chi non ha tant’ore amare,

né sente tutto ’l dì pianti e lamenti

o di troppo volere, o poco fare!

     Qui s’odon sol al fin con gran tormenti

o querele di figli o di consorte,

e mai de l’esser tuo non ti contenti.

     Infelice colei, ch’a questa sorte

chiama la trista sua disaventura,

ch’in vita sa che cosa è inferno e morte!

     Questa è una valle lagrimosa e scura,

piena d’ortiche e di pungenti spine,

dove il tuo falso ben passa e non dura.

     Infelici noi povere e meschine,

serve di vanità, figlie del mondo,

lontane, aimè, da l’opre alte e divine!

     Altre per far il crin più crespo e biondo

provan ogn’arte e trovan mille ingegni,

onde van de l’abisso l’alme al fondo.

     Infelice quell’altra move a’ sdegni

il marito o l’amante, e s’affatica

di tornar grata e far che lei non sdegni.

     Ad altri più che a se medesma amica,

quella con acque forti il viso offende,

de la salute sua propria nimica.

     Infelice colei, che sol attende

da mezzo dì, da vespro e da mattina,

e tutto ’l giorno a la vaghezza spende;

     per parer fresca, bianca e pellegrina

dorme senza pensar de la famiglia,

e negli empiastri notte e dì s’affina!

     Infelice quest’altra de la figlia

grande, che per voler darle marito,

senza quietar giamai, cura si piglia!

     E, perché al mondo ha perso l’appetito,

non fa se non gridar, teme e sospetta

de l’onor suo che non gli sia rapito.

     Infelice qualunque il frutto aspetta

de’ cari figli, e sta con questa speme,

lagrimando così sempre soletta!

     Questo l’annoia poi, l’aggrava e preme,

che misera da lor vien disprezzata,

e di continuo ne sospira e geme.

     Infelice chi sta sempre arrabbiata,

e col consorte suo non ha mai posa,

mesta del tutto, afflitta e sconsolata!

     Tropp’accorta al suo mal, vive gelosa,

e col figliuolo suo spesso s’adira,

non gusta cibo mai, mai non riposa.

     Infelice quell’altra, che sospira,

ché sa che ’l suo marito poco l’ama,

e di mal occhio per mal far la mira!

     Alcuna in testimonio il cielo chiama,

che sa di non aver commesso errore,

e pur talor si duol de la sua fama.

     Infelice via più chi porta amore,

e di vane speranze e van desiri

si va pascendo il tormentato core!

     Altre pene infinite, altri martìri,

che narrar non si sanno, il mondo apporta,

mill’altre angosce e mill’altri sospiri.

     Felice per seguir più fida scorta

chi elegge di Maria la miglior parte,

e si fa viva a Cristo, al mondo morta!

     Felice chi sue voglie ha vòlte e sparte

al sommo Sole, al ben del paradiso,

e qui con umiltà pon cura ed arte!

     A voi convien, che ’l bel leggiadro viso

celate sotto puro e bianco velo,

avere il cor da uman pensier diviso.

     Felice voi, che, d’amoroso zelo

accesa, v’aggirate al vero Sole,

che luce eternamente in terra e ’n cielo!

     Voi correte qua giù rose e viole,

sarà del viver vostro il fin beato,

ch’altro non è di chi tal vita vuole.

     Felice voi, che avete consacrato

i vaghi occhi divini, il bel crin d’oro

a chi sì bella al mondo v’ha creato!

     È questo il ricco, il caro e bel tesoro,

quest’è la preziosa margherita,

onde, di palme al fin cinta e d’alloro,

     vittoria porterete a Cristo unita.

 

 

CCXCIX

 

     Alma celeste e pura,

che, casta e verginella

stata tanto fra noi, sei gita al cielo,

dov’or sovra misura

ti stai lucente e bella,

di più perfetto accesa e maggior zelo,

perché nel mortal velo

rade volte altrui lice

unir perfettamente

al suo Fattor la mente,

sì trista è del nostro arbor la radice,

e sì forte n’atterra

questa del senso perigliosa guerra;

     tu vagheggi or beata

quell’infinito Sole,

di cui quest’altro sole è picciol raggio;

e la voglia appagata

hai sì, ch’altro non vuole,

giunta a l’ultimo fin di suo viaggio;

e la noia e l’oltraggio

e l’ombra di quel male,

che sostenesti in vita,

è per sempre sbandita,

salita in parte, ove dolor non sale,

ove si vive sempre

col primo Amor in dilettose tempre.

     Ben può gradirsi altero

il nostro sesso omai

per tanta donna e tanto a Cristo amica,

che, mancato il primiero

valor, spenti que’ rai,

ch’illustrar già la santa schiera antica,

in questa età nemica,

dove ’l vizio governa,

sia stata una di noi,

che tutti i pensier suoi

abbia rivolto a quella luce eterna,

e qui fra queste rive

sia vissa sempre come in ciel si vive.

     Adria si lagna parte

del tuo da lei partire,

parte s’allegra, poi ch’al ciel sei gita;

ché, s’udirte e parlarte

le ha tolto il tuo morire,

or che sei sempre al sommo Ben unita,

potrai chiedergli aita,

quando il bisogno fia;

certo soccorso e fido

per lo tuo chiaro nido,

sì che sicuro e glorioso sia,

e fin quanto il sol giri

ciascun lo tema, riverisca e ammiri.

     Da que’ superni chiostri,

ov’or sicura siedi,

tutta raccolta in chi di sé ti prese,

gli ardenti sospir nostri

a temprar talor riedi

con le voglie d’amor più vive e accese.

Mira, madre cortese,

i tuoi diletti figli

e la lor mesta casa,

or senza te rimasa

a le terrene noie ed a’ perigli;

e siale, ancor lontana,

scorta e più che mai fida tramontana.

     Se ’n te, quant’è disio, fosse valore,

potresti leggiermente

alzarti al ciel fra quella santa gente.

 

 

CCC

 

     Alma onorata e saggia, che tornando,

dopo sì lungo corso, onde venisti,

vergine e pura qual dal ventre uscisti,

lasciato hai noi piangendo e disiando,

     ed or davanti al tuo principio stando,

a cui vivendo ancor qua giù t’unisti,

de le degne opre tue mercede acquisti,

e d’esser gita lui mai sempre amando,

     mira dal cielo i tuoi diletti figli

qual del tuo dipartir cordoglio prema,

et Adria, che con lor t’onora ed ama.

     Quelli non è chi più guidi o consigli

senza il tuo senno, e questa resta scema

di chi le mostri ognor come Dio s’ama.

 

 

CCCI

 

     Casta, cara e di Dio diletta ancella,

che, vivuta fra noi tanti e tant’anni,

ti sei sempre schermita dagli inganni

di questa vita neghittosa e fella,

     ed or semplice e pura verginella

sei gita a volo a quei superni scanni,

vero porto ed eterno degli affanni,

d’ogni nostr’atra e torbida procella,

     Adria ha visto e veder spera ancor segno

de la tua santa e gloriosa vita,

e fiorir frutti del tuo santo ingegno;

     e de’ tuoi dolci figli insieme unita

la schiera, che ti fu sì caro pegno,

pur te sospira mesta e sbigottita.

 

 

CCCII

 

     Quelle lagrime spesse e sospir molti,

che mandan fuor i tuoi figli diletti,

poi che salisti al regno degli eletti,

alma felice, che dal ciel n’ascolti,

     sien da la vera tua pietate accolti

qual si conviene a’ lor ardenti affetti;

e quei pensier or casti e benedetti

sieno a la cura lor, se mai fûr, vòlti.

     E, sì come qua giù fosti lor guida

e madre e scorta, così su dal cielo

sii lor la vera tramontana e fida;

     sì che tutti infiammati di quel zelo,

che per dritto sentier a te ne guida,

di quest’ombre qua giù squarciamo il velo.

 

 

CCCIII

 

     Quando quell’ama, i cui disiri ardenti

sempre resse virtute ed onestate,

finito il corso di sua lunga etate,

salì al cielo, i mortai lumi spenti,

     l’eterno Re de le ben nate genti

raccolse lei ne la sua maestate,

e quelle squadre angeliche e beate

empiêro il ciel di non usati accenti.

     — Vieni, diletta virginella e pura

— s’udia dolce cantare, — a côrre il frutto

de la tua castità, lieta e sicura.

     Vieni, fedel, ché disdiceva in tutto

star sì raro miracol di natura,

sì gentil pianta, in un terreno asciutto.

 

 

CCCIV

 

     Di queste tenebrose e fiere voglie,

ch’io drizzai ad amar cosa mortale,

seguendo il van disio fallace e frale,

che sì rio frutto di sue opre coglie,

     s’avien che la tua grazia non mi spoglie,

poi che per me la mia forza non vale,

temo che l’aversario empio infernale

non riporti di me l’amate spoglie.

     Dolce Signor, che sei venuto in terra,

ed hai presa per me terrena vesta

per combatter e vincer questa guerra,

     dammi lo scudo di tua grazia, e desta

in me virtù, sì ch’io getti per terra

ogni affetto terren, che mi molesta.

 

 

CCCV

 

     Quelle piaghe profonde e l’acqua e ’l sangue,

che nel tuo corpo glorioso io veggio,

Signor, che, sceso dal celeste seggio,

per vita al mondo dar restasti essangue,

     che nel mio cor, che del fallir suo langue,

vogli imprimer omai per grazia chieggio,

sì ch’al fin del viaggio, che far deggio,

non trionfi di me l’inimico angue.

     Scancella queste piaghe d’amor vano,

che m’hanno quasi già condotta a morte,

pur rimirando un bel sembiante umano.

     Aprimi omai del regno tuo le porte,

e per salir a lui dammi la mano;

perché a ciò far non giovano altre scorte.

 

 

CCCVI

 

     Signor, che doni il paradiso e tolli,

doni e tolli a la molta e poca fede

(per opre no, ch’a sì larga mercede

sono i nostri operar deboli e folli),

     da’ tuoi alti, celesti e sacri colli,

ov’è ’l soggiorno tuo proprio e la sede,

china gli occhi al mio cor, che mercé chiede

del suo fallir co’ miei umidi e molli.

     E, perché suol la tua grazia sovente

abuondare, ove il fallo è via maggiore,

per mostrar la tua gloria maggiormente,

     nel petto mio, ricetto d’ogni errore,

entra col foco tuo vivo ed ardente,

e, spento ogn’altro, accendivi il tu’ amore.

 

 

CCCVII

 

     — Volgi a me, peccatrice empia, la vista —

mi grida il mio Signor che ’n croce pende;

e dal mio cieco senso non s’intende

la voce sua di vera pietà mista,

     sì mi trasforma Amor empio e contrista,

e d’altro foco il cor arde ed accende;

sì l’alma al proprio e vero ben contende,

che non si perde mai, poi che s’acquista.

     La ragion saria ben facile e pronta

a seguire il suo meglio; ma la svia

questa fral carne, che con lei s’affronta.

     Dunque apparir non può la luce mia,

se ’l sol de la tua grazia non sormonta

a squarciar questa nebbia fosca e ria.

 

 

CCCVIII

 

     Purga, Signor, omai l’interno affetto

de la mia coscienzia, sì ch’io miri

solo in te, te solo ami, te sospiri,

mio glorioso, eterno e vero obietto.

     Sgombra con la tua grazia dal mio petto

tutt’altre voglie e tutt’altri disiri;

e le cure d’amor tante e i sospiri,

che m’accompagnan dietro al van diletto.

     La bellezza ch’io amo è de le rare

che mai facesti; ma, poi ch’è terrena,

a quella del tuo regno non è pare.

     Tu per dritto sentier là su mi mena,

ove per tempo non si può cangiare

l’eterna vita in torbida, e serena.

 

 

CCCIX

 

     Volgi, Padre del cielo, a miglior calle

i passi miei, onde ho già cominciato

dietro al folle disio, ch’avea voltato

a te, mio primo e vero ben, le spalle;

     e con la grazia tua, che mai non falle,

a porgermi il tuo lume or sei pregato:

trâmi, onde uscir per me sol m’è vietato,

da questa di miserie oscura valle.

     E donami destrezza e virtù tale,

che, posti i miei disir tutti ad un segno,

saglia ove, amando il nome tuo, si sale,

     a fruire i tesori del tuo regno;

sì ch’inutil per me non resti e frale

la preziosa tua morte e ’l tuo legno.

 

 

CCCX

 

     Dunque io potrò, fattura empia ed ingrata,

amar bellezza umana e fral qual vetro,

e l’eterna e celeste lasciar dietro

de la somma Bontà, che m’ha creata,

     e poi m’ha da la morte liberata

e da l’inferno tenebroso e tetro,

se del fallir mi pento qual fe’ Pietro,

poi che tre volte già l’ebbe negata?

     Dunque io potrò veder di piaghe pieno

il mio Fattor, per me sospeso in croce,

e d’amor e di zel non venir meno?

     Dunque non drizzerò pensieri e voce,

ogn’altro affetto uman spento e terreno,

solo a’ suoi strazi, a la sua pena atroce?

 

 

CCCXI

 

     Mesta e pentita de’ miei gravi errori

e del mio vaneggiar tanto e sì lieve,

e d’aver speso questo tempo breve

de la vita fugace in vani amori,

     a te, Signor, ch’intenerisci i cori,

e rendi calda la gelata neve,

e fai soave ogn’aspro peso e greve

a chiunque accendi di tuoi santi ardori,

     ricorro; e prego che mi porghi mano

a trarmi fuor del pelago, onde uscire,

s’io tentassi da me, sarebbe vano.

     Tu volesti per noi, Signor, morire,

tu ricomprasti tutto il seme umano;

dolce Signor, non mi lasciar perire!

 
© Belpaese2000.  Created 19.12.2007

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